Milano ha approvato il primo “Registro di Genere” in Italia per le persone transgender

https://www.youtube.com/watch?v=bYKjc7vOJ1g

 

Sono felice e orgogliosa di poter annunciare una vittoria storica: il Consiglio Comunale ha approvato la mia mozione per l’istituzione di un Registro per il riconoscimento del genere di elezione per le persone transgender, gender non-conforming e non binarie.

Il Registro consentirà ai cittadini transgender milanesi di avere i documenti di riconoscimento di competenza del Comune (abbonamento ATM, tessere delle biblioteche, badge e documenti di riconoscimento aziendali per i dipendenti del Comune di Milano e delle aziende partecipate) con il nome da loro scelto e non più il nome anagrafico.

La mozione approvata prevede inoltre misure per rendere effettivo il diritto di voto delle persone transgender che – a causa del problema dei seggi elettorali suddivisi in base al sesso – spesso disertano le urne per evitare situazioni di imbarazzo. D’ora in poi, per ottenere i documenti con il nome scelto, per i cittadini transgender sarà quindi sufficiente fare una dichiarazione davanti a un ufficiale di stato civile.

In attesa di una nuova legge nazionale che riconosca il diritto all’identità di genere e all’autodeterminazione delle persone transgender – la legge attualmente in vigore è ormai di 40 anni fa e del tutto inadeguata – l’approvazione di questo registro è un traguardo molto importante. Oggi le persone transgender devono affrontare percorsi che possono durare anche anni, frustranti quanto costose perizie psichiatriche e mediche, passaggi da avvocati e tribunali che allungano i tempi e costano migliaia di euro – prima di vedere riconosciuto un diritto che dovrebbe essere dovuto e soltanto validato dalle istituzioni.

Tutto questo avviene in contrasto con gli orientamenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che – ormai quattro anni fa – ha stabilito che essere transgender non è una malattia psichiatrica.

Come il Registro delle Unioni Civili approvato a Milano nel 2012 anticipò il riconoscimento delle coppie omosessuali, oggi il Registro di Genere sarà avanguardia per il riconoscimento della cittadinanza delle persone transgender.

 

A Milano dedichiamo una strada alla femminista Carla Lonzi

Oggi in Consiglio comunale ho parlato del dramma dei femminicidi e di una cultura patriarcale da decostruire fin dalle sue fondamenta. Il video si interrompe a causa di un problema tecnico proprio quando annuncio di aver depositato una mozione per intitolare a Carla Lonzi una via della nostra città.
Peccato ma comunque poco male, avrò modo di tornare a parlare del valore di Lonzi – critica d’arte, scrittrice e fra le maggiori esponenti del femminismo italiano – quando discuteremo la mozione.

Lavoratori, diseduchiamoci!

Sto tornando dalla manifestazione indetta per il 1 maggio a Milano per la Festa dei Lavoratori, e sono un po’ triste.
Ho visto una scarsa partecipazione, forse anche più ridotta rispetto a prima della pandemia.
Ho sentito dal palco parole e toni troppo educati rispetto a quello che dovrebbe essere il sentimento delle lavoratrici e dei lavoratori dopo due anni di cui soprattutto chi vive di lavoro ha fatto le spese (tanto per cambiare).
Che stanchezza tutta questa educazione e tutto questo contegno calati come una nebbia soporifera sui temi del lavoro.
Dov’è finita la rivendicazione a Milano?
Ho poi sentito la solita vuota retorica sulle donne e sui sanitari, a cui dovremmo esser tutti grati, e il solito “bla bla bla” (grazie a Greta Thunberg per averci regalato quest’espressione così vera e immediata).
Come ci siamo dettə tante volte, al posto della gratitudine, forse un aumento delle paghe e una diminuzione della precarietà e del gender gap sarebbero molto più graditi a coloro che si sono sentiti chiamare “eroi” durante la pandemia, tenendo botta. E invece.
E poi tutto questo utilizzo di termini inglesi che ascolto ai vari eventi che riguardano il tema del lavoro che sto cercando di seguire – francamente – un po’ mi urta.
Non faccio che pensare: “e quindi? E allora?”.
Credo – e oggi però voglio anche dirlo – che il dibattito sul lavoro, per ripartire davvero, abbia bisogno di tre ingredienti che da troppo tempo mancano: pragmatismo, sostanza e verità.

Riders e food delivery, il Comune di Milano approva la mozione per la sicurezza stradale

Sono davvero molto orgogliosa di questa mozione presentata con Daniele Nahum e Natascia Tosoni. Ringrazio ancora entrambi per avermi coinvolta nella redazione del testo.

Come avevo scritto nell’incipit del mio programma elettorale:

“Ripartiamo dai diritti. La Milano che vogliamo è la Milano che invoca, senza timidezze, il rispetto del diritto del lavoro e che non gira le spalle innanzi alla situazione dei rider che ogni giorno sfrecciano nella nostra città, spesso lavorando in condizioni inaccettabili. È la Milano che non dimentica l’importanza della sicurezza sul lavoro e che brucia di indignazione perché non è accettabile morire sul lavoro.”

La guerra in Ucraina e la relazione del Prof. Paolo Magri

🇺🇦🇮🇹 Oggi in Consiglio Comunale abbiamo ascoltato la relazione di Paolo Magri – Vicepresidente Esecutivo dell’ISPI e docente di Relazioni Internazionali all’Università Bocconi – sulla guerra in corso.
Presente il Sindaco Beppe Sala, la Giunta e il Consiglio Comunale.
Lo scenario è molto grave e non nascondo di aver provato grande inquietudine nell’ascoltare la lucida analisi del professore.
Tuttavia, a un certo punto, sono riuscita ad andare oltre la paura, grazie all’orgoglio per la nostra Milano e per la grande generosità che è capace di dimostrare.
Milano condanna l’attacco della Russia e si attiva concretamente a sostegno del popolo ucraino, per esempio predisponendo l’accoglienza dei profughi presso casa Jannacci:
https://milano.repubblica.it/…/milano_casa_jannacci…/.
Questa è soltanto una delle tante iniziative messe in campo negli ultimi giorni dalla nostra città.
Milanesi, forza, non permettiamo alla paura – più che comprensibile – di trasfigurarci e farci dimenticare l’accoglienza di cui siamo capaci e che deve inorgoglirci.

Il mio intervento in Consiglio comunale sulle proteste degli studenti del liceo Carducci di Milano

Da ex studente del liceo Carducci non potevo non raccogliere l’appello degli studenti del liceo in via Beroldo, così come di tutte le studentesse e gli studenti degli altri licei che hanno aderito alle occupazioni.

Sono intervenuta in Consiglio comunale perché ritengo urgente che la politica formuli una risposta convincente e coraggiosa alle sacrosante proteste degli studenti. Innanzi all’assurda morte di Lorenzo Parelli – a cui si è aggiunta quella di Giuseppe Lenoci, morto in un’incidente stradale durante uno stage – restiamo tutti sgomenti perché ci vediamo sbattuta in faccia la realtà di un paese che ha perduto la bussola e le coordinate da tempo. Apriamo gli occhi! Questa proteste portano la forza della una contestazione contro la progressiva trasformazione della scuola da palestra di vita, a luogo di addestramento concepito in funzione delle necessità delle imprese, con tanto di linguaggio aziendalista a confermarlo, con l’inquietante introduzione del “curriculum dello studente”.

I giovani si interrogano e ci interrogano su una scuola che oggi meno che in passato è in grado di garantire la mobilità sociale, concetto oggi decisamente démodé. Quante possibilità ha davvero oggi il figlio di una famiglia non abbiente di riscattarsi e di sperare in un futuro migliore? La scuola sa essere ancora un ascensore sociale? I ragazzi meno fortunati hanno possibilità concrete di migliorare il proprio tenore di vita e, in quest’ottica, di canalizzare positivamente le proprie energie?

Vicina agli studenti del Carducci e del Vittorio Veneto

Sono felice che gli studenti del liceo Carducci e del Vittorio Veneto abbiano occupato le loro scuole per mettere in discussione l’alternanza scuola-lavoro e contro la progressiva trasformazione della scuola da palestra di vita – o gymnásion – a luogo di addestramento concepito in funzione delle necessità delle aziende.

L’assurda morte di Lorenzo Parelli ci lascia sgomenti e ci sbatte in faccia la realtà di un paese che ha perduto la bussola e le coordinate da tempo.

I manganelli contro questi ragazzi sono inaccettabili e mi auguro che su quanto è successo si facciano opportune e doverose riflessioni.

Capodanno e violenze a Milano: il mio intervento in Consiglio Comunale

+++IL MIO INTERVENTO IN CONSIGLIO COMUNALE DEL 10/1/2022+++

“Buonasera e buon anno. Grazie Presidente.

Sempre restando sui fatti di Capodanno in Piazza Duomo, stiamo parlando di fatti ovviamente gravissimi, fatti che non possiamo e non dobbiamo permettere e tollerare. Credo che tutti ci auguriamo che i responsabili rispondano della violenza che hanno agito – penso che su questo siamo tutti d’accordo – e nel frattempo è doveroso esprimere la nostra vicinanza a queste donne, a queste vittime.

Mi sento però di dire che la riflessione sulle radici della violenza debba necessariamente concentrarsi e toccare i rapporti tra donne e uomini, e comprendere che la violenza è una manifestazione di come i rapporti uomo/donna vengono riprodotti in modo più o meno consapevole nella nostra cultura.

Liquidare, come ho visto fare, i responsabili come mostri o delinquenti, concentrando l’attenzione esclusivamente su fattori come la nazionalità e l’etnia, significa ricondurre il tutto a una patologia estranea a noi, estranea alla nostra normalità, renderla comunque un elemento che non ci mette in gioco. Auspicare che tutto questo venga delegato alla polizia, ai criminologi, significa rimuovere un problema, un problema che ci riguarda tutti e tutte. Se la violenza la fanno i mostri, i cosiddetti stranieri, allora noi non lo siamo in qualche modo, e quindi ci possiamo mettere l’anima in pace e delegare qualcuno che è incaricato di rimuovere il problema. Invece io credo che il problema esista, e che si chiami patriarcato pubblico, come ha giustamente sottolineato Silvia Roggiani, la nostra Segretaria del Partito Democratico di Milano. Come sappiamo, Silvia ha ricevuto decine di insulti, di minacce e di inviti allo stupro sulla pagina social di un Viceministro della Repubblica per avere osato condannare la cultura patriarcale in relazione ai fatti di Milano. Cito il titolo di un libro di una persona che stimo moltissimo, che è Laura Boldrini: “Questo non è normale”. Non è normale che Silvia Roggiani, alla quale va tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto, sia stata il bersaglio di commenti violenti e criminali sulla pagina di un Viceministro della Repubblica, così come non è normale che in un paese democratico esistano politici che fanno carriera e arrivano a ricoprire alte cariche dello Stato grazie alla pubblicazione sistematica di messaggi razzisti, sessisti e omotransfobici, che vanno a solleticare la pancia degli elettori, tirandone fuori sempre e immancabilmente il peggio.

Non è normale, come è successo a Silvia Roggiani, ma come succede a tanti altri nel momento nel quale si segnalano delle criticità, diventare dei bersagli. Le battaglie per i diritti civili ci insegnano che l’odio, al di là di chi materialmente lo esprime, ha sempre dei mandanti morali, e non ci stupisce dover constatare per l’ennesima volta che coloro che prendono di mira Silvia Roggiani, Laura Boldrini, Monica Cirinnà, Alessandro Zan e tante altre e tanti altri appartengono alla stessa parte politica. Una parte politica che ha ostacolato con ogni mezzo l’iter parlamentare del disegno di legge Zan, e non è un caso. Lo dico perché la legge Zan, se oggi fosse in vigore, avrebbe contribuito a contrastare, prevenire e perseguire le molestie subite da quelle ragazze in Piazza Duomo, ma anche ciò che è successo alle due ragazze violentate in treno a inizio dicembre, e le aggressioni subite dai giovani appartenenti alla comunità LGBT dell’estate scorsa qui a Milano. Questi tre episodi sono legati a mio modo di vedere da un filo rosso ed è ora di aprire gli occhi su questo; la misoginia e l’omotransfobia hanno origine dallo stesso retroterra culturale patriarcale, un retroterra che ci appartiene. Grazie.”

7Franca Fabbiano, Rudy Mosk e altri 5

Cinque ragazze abusate e molestate a Milano

Cinque ragazze, la notte del 31 dicembre a Milano, circondate da un branco di una trentina di giovani, sono state abusate e molestate.

Mentre preparo il mio intervento sull’accaduto in vista del prossimo Consiglio Comunale, sono sgomenta e molto preoccupata.

Trovare i responsabili è ora, ovviamente, la priorità.

Esprimere la nostra più partecipata vicinanza alle ragazze è doveroso, ma dobbiamo anche renderci conto che non basta. Condannare la violenza non è sufficiente, bisogna riconoscere le sue radici, occorre analizzare i rapporti fra donne e uomini e comprendere che la violenza è una manifestazione di come i rapporti uomo-donna vengono riprodotti in modo più o meno consapevole nella nostra cultura.

Non basta condannare la violenza, occorre incoraggiare una visione trasformativa della cultura che produce la violenza! Liquidare i responsabili come mostri e delinquenti – come vedo fare da alcuni esponenti politici – significa ricondurre il tutto a una patologia estranea alla nostra normalità, renderla un elemento che non ci mette in gioco ma che va delegato alla polizia e ai criminologi e quindi – di fatto – rimuoverla.

Perché se la violenza la fanno i mostri, noi non lo siamo e quindi possiamo metterci l’anima in pace e delegare a qualcuno di rimuovere il problema. Invece il problema esiste, ci riguarda e si chiama patriarcato.

Il filo rosso di una cultura patriarcale, misogina e omotransfobica lega quanto è accaduto a Capodanno in Piazza Duomo, ciò che è successo alle due ragazze violentate in treno a inizio dicembre e le aggressioni subite dai giovani appartenenti alla comunità LGBT l’estate scorsa, ed è ora di aprire gli occhi su questo.Certo che chi agisce violenza deve pagare e rispondere alla giustizia, ma fermarsi a questo sarebbe miope.

La Milano a due velocità, le nuove povertà e un gap che si allarga sempre di più

Dopo il giusto entusiasmo per la Prima della Scala, evento simbolo di Milano che è tornato a splendere e a emozionarci dopo il buio della pandemia, trovo molto ragionevoli le considerazioni del direttore della Caritas Ambrosiana, che chiede di non tralasciare “il long Covid sociale” e quelle quattro famiglie su dieci che, dopo essersi ritrovate impoverite nel corso degli ultimi due anni, non si sono più risollevate.

Il tema della Milano a due velocità e di quel gap che va sempre più allargandosi fra i redditi e i patrimoni medio-alti e quelli di chi sempre più scivola nella povertà diventa sempre più ineludibile.

Rispetto a questo, non condivido la posizione di chi ha rimproverato CGIL e UIL per aver convocato uno sciopero generale per il 16 dicembre, accusando i sindacati di irresponsabilità. È vero che siamo ancora in emergenza pandemica, ma questo non non deve impedire l’espressione di un dissenso che fra i ceti popolari esiste e che non possiamo nascondere sotto al tappeto. Impegnamoci piuttosto a ripensare le relazioni industriali di questo paese alla luce dei grandi cambiamenti che la pandemia ha comportato, ripartendo dalla pratica del dialogo fra le parti sociali.