Contro J.K. Rowling e il femminismo trans-escludente

 

Nel 2016 mi candidai alle elezioni per il Consiglio Comunale di Milano.
Grazie alla #doppia #preferenza di genere, chi votò per me, ebbe la possibilità di esprimere una seconda preferenza per un candidato uomo (o, viceversa, chi votò per un candidato uomo ebbe la possibilità di esprimere una seconda preferenza per me).
C’è chi oggi vorrebbe farci credere che un fatto come questo metterebbe in pericolo i diritti delle donne, a partire da una JK #Rowling – autrice del perdibile (mai piaciuto, che vi devo dire?  ) Harry Potter – e arrivando a sedicenti femministe italiane che cercano di portare in Parlamento la questione (sic!).

Le cose sono due: o ignorano del tutto che cosa significa essere una donna transgender o – peggio – lo fanno in mala fede, distorcendo la realtà e approfittando del fatto che la maggior parte delle persone di queste tematiche nulla sa. Si fa leva sulla paura, che da sempre produce esclusione, marginalizzazione e facili capri espiatori.

La nostra vita non è un gioco, uno “svegliarsi una mattina” e decidere che genere incarnare, o una boutade. L’idea che le donne debbano avere determinate caratteristiche fisiche e cromosomiche mi ricorda il “Manifesto della Razza” e non vorrei mai svegliarmi in un paese che non sa in quale bagno o spogliatoio mandarmi o nel quale trovano terreno proposte che ci ricordano i tempi dell’apartheid in Sudafrica, con bagni riservati a persone transgender o altri orrori.
Respingiamo ogni manipolazione e distorcimento della nostra realtà, dei nostri corpi e del significato delle nostre vite.

Una “traditrice del patriarcato” (cit. Lohana Berkins)

Milano 12/06/2020

Transessualismo: chi sono le persone transessuali?

Qual è l’origine del termine “transessuale”?

Il termine transessuale (da cui deriva transessualismo, che definisce la condizione transessuale) fu coniato nel 1949 dal dottor David Cauldwell (1857-1959) e con la pubblicazione del libro Il fenomeno transessuale del dottor Harry Benjamin, pubblicato nel 1966, entrò nel linguaggio comune. La parola ha quindi un’origine medicalizzata.

Harry Benjamin

La letteratura scientifica definisce transessuale la persona portatrice di un disagio cronico rispetto alle caratteristiche primarie e secondarie derivanti dal sesso di nascita, disagio risolvibile soltanto modificando tali caratteristiche attraverso gli strumenti che la scienza e la medicina mettono a disposizione.

Che cos’è la “transizione”? Come si compie un percorso di transizione?

Il percorso di transizione, che consiste nel cambiare le caratteristiche sessuali primarie e secondarie (attraverso terapie ormonali e interventi chirurgici) così come quelle legate al genere sociale d’appartenenza (adeguando l’abbigliamento e il comportamento alle aspettative sociali legate al genere nella società di riferimento), ha lo scopo di permettere alla persona transessuale di vivere la sua identità di genere reale, quella definita “d’elezione”.

Che cosa significano gli acronimi “MTF” e “FTM”?

Assumendo come punto di riferimento l’impostazione binaria dei generi culturalmente dominante, la transizione può percorrere due direzioni. Esistono pertanto persone biologicamente maschi che adeguano il corpo, l’esteriorità e l’identità sociale alla propria psiche, andando verso una femminilità fisico-estetica-genitale, internazionalmente identificate con l’acronimo MTF (Male to Female, da maschio a femmina) e persone biologicamente femmine che intraprendono un percorso in senso opposto, internazionalmente identificate come FTM (Female to Male, da femmina a maschio). Le persone MTF oggi si definiscono donne transgender, mentre le persone FTM uomini transgender.

Laverne Cox, donna transgender

Gabriele Dario Belli, uomo transgender

Che cosa dice la legge italiana sul transessualismo?

La legge italiana (legge n°164 del 1982) prevede che, successivamente all’iter di transizione, alla persona transessuale venga riconosciuto il cambiamento anagrafico e del sesso, riconoscendo la piena appartenenza al genere d’elezione sul piano legale.

La giurisprudenza italiana ha interpretato la legge 164/82 restrittivamente per più di trent’anni, non concedendo la rettificazione anagrafica alle persone in transizione che sceglievano di non sottoporsi a interventi chirurgici demolitivi sui genitali.

Solo recentemente, con la sentenze della Corte di Cassazione n. 15138/2015 e della Corte Costituzionale n. 221, i tribunali hanno iniziato a cambiare orientamento, concedendo la rettificazione di sesso anche a persone in transizione che hanno rifiutato l’intervento demolitivo agli organi genitali, mettendo in discussione una prassi giurisprudenziale che le associazioni LGBT di riferimento hanno definito “sterilizzazione forzata”.

 

 

 

Transgender: qual è il significato di questa parola?

  • «”Transgender“, qual è l’esatto significato di questo termine? Ho fatto molte ricerche ma le fonti danno risposte poco chiare.»
  • «Chi ha coniato la parola “transgender”? Chi l’ha diffusa?»
  • «Come la parola “transgender” ha acquisito un significato politico?»
  • «Quali sono le rivendicazioni del movimento transgender
  • «Perché la comunità trans* preferisce la parola “transgender” a “transessuale“?»
  • Vuoi saperne di più? Iscriviti al Corso on-line “Transessualismo, transgender e identità di genere.”

 

Chi sono le persone transgender?

 

 

Le persone transgender transgenere sono individui che hanno un’identità e/o un’espressione  che si discosta dal genere assegnato alla nascita.

Il movimento transgender mondiale sta gradualmente abbandonando il termine transessuale in favore di transgender.

Questa scelta ha diverse motivazioni:

  • la maggiore inclusività e rappresentatività della parola.

Se il termine transessuale porta semanticamente con sé il concetto di sesso biologico e la visione duale (o binaria) dei generi, indicando il passaggio da un sesso all’altro  e risulta legato all’esperienza di medicalizzazione dei corpi iniziata nel secolo scorso, la parola transgender riporta l’attenzione sul genere, divenendo nel tempo un termine ombrello che ha raccolto sotto di sé esperienze anche molto differenti. Molte persone trans, ad esempio, rifiutano di sottoporsi ad interventi agli organi genitali, altre rigettano in toto terapie ormonali e interventi chirurgici, mettendo in atto una transizione solo “sociale”. Transgender definisce quindi non soltanto le persone trans che intraprendono un iter di transizione medicalizzato e legalmente riconosciuto (MTF ed FTM) ma, più in generale, tutte quelle persone che non si riconoscono nella visione duale dei generi, chiamate di genere non conforme.

  • il rifiuto dell’inquadramento della condizione trans nella patologia, in particolare dal punto di vista psichiatrico, e la conseguente scelta di un termine veicolato e reso popolare dal movimento transgender e non dalla classe medica.

La condizione transgender è anche chiamata transgenderismo transgenerità.

 

Transgender è un termine “ombrello”, che comprende molte diverse sfumature nel gender spectrum

 

Qual’è l’origine del termine transgender?

Il termine ha un’origine medicalizzata, essendo stato coniato nel 1965 da John F. Oliven, psichiatra della Columbia University, ma divenne popolare grazie a diverse persone transessuali, transgender e cross dresser che iniziarono a farne uso, come l’attivista Virginia Prince, che nel dicembre del 1969 lo utilizzò nel numero della sua rivista Transvestia, magazine nazionale per persone cross dresser.

Virginia Prince

 

 

Come nasce il movimento transgender?

Dalla metà degli anni ’80, si sviluppa il concetto di comunità transgender e la parola inizia ad essere utilizzata come un termine ombrello che ricomprende sotto di sé le persone transessuali, transgender e crossdresser.

Nel 1992, l‘International Conference on Transgender Law and Employement Policy definisce la parola “expansive umbrella term”, quindi un termine includente tutte le forme di non conformità di genere.

Nello stesso anno, nel pamphlet “Transgender Liberation: A Movement Whose Time has Come”, anche l’attivista Leslie Feinberg identifica transgender come la parola che raccoglie sotto di sé tutte le forme di non conformità di genere.

Leslie Feinberg

 

Il termine ha quindi un significato originariamente politico.

Quando e come il termine transgender arriva in Italia?

La cantante e scrittrice transgender Helena Velena fu tra le prime a portare la parola in Italia, con la pubblicazione del saggio Dal cybersex al transgender: tecnologie, identità e politiche di liberazione edito da Castelvecchi nel 1998.

Helena Velena

“Il transgender si basa quindi sull’idea che la totalità dell’esistente non sia ascrivibile a una logica binaria, contrapponendosi a quelle teorie di mantenimento dello status sociale, che vorrebbero invece una semplificazione del livello intepretativo che veda solamente i concetti dualistici, come positivo/negativo, giusto/sbagliato, buono/cattivo, bianco/nero e, appunto, maschio/femmina e uomo/donna.”

(Helena Velena, Manifesto del transgender, 1994).

Il termine indica quindi un movimento politico e culturale che contesta e decostruisce la visione eterosessista e duale (o binaria) dei generi, secondo la quale le identità di genere nell’essere umano sarebbero soltanto due, sarebbero immutabili e scaturirebbero del sesso genetico degli individui.

Vladimir Luxuria, divenendo la prima parlamentare transgender in Europa nel 2006ha infine reso il termine popolare e mediaticamente utilizzato anche in Italia.

 

Vladimir Luxuria

 

Gender nonconforming: qual è il significato di quest’espressione?

  • Che cosa significa essere persone gender-non conforming?
  • Ci si può sentire nè uomo nè donna? Ci si può sentire sia uomini che donne?
  • Che cosa significa essere non-binary? Che cosa significa essere persone trans non medicalizzate?

Gender non-conforming

Chi sono tutte quelle persone che decidono di NON rientrare in un percorso di transizione standardizzato, di non assumere ormoni e di non sottoporsi a interventi chirurgici o di farlo soltanto parzialmente, seguendo il proprio faro? Possono essere anch’esse considerate persone transgender?

Come il termine transgender, il termine gender non-conforming è un termine ombrello che ricomprende molte sfumature e possibilità.

Una di queste, ad esempio, è l’essere persone transgender non medicalizzate (rimandiamo al sito Progetto GenderQueer per informazioni più precise sui percorsi di transizione che non prevedono la medicalizzazione).  È importante sottolineare che queste persone sono anch’esse persone transgender che, semplicemente, scelgono di non intraprendere un tipo di percorso che prevede terapie ormonali o interventi chirurgici.

 

Transgenerità e non-conformità di genere sono malattie o “disturbi”? O il problema è la società?

Dal 2018 la transessualità non è più considerata una malattia mentale

Nel 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha deciso di rimuovere la transessualità dal capitolo dei disturbi mentali dell’International Classification of Diseases (ICD): non ci stancheremo mai di dire che il problema è una società malata di binarietà e di una visione manichea dei generi, non certo le persone transgenere o di genere non conforme.

La naturale non conformità di genere (o “variabilità di genere”) dell’essere umano è penalizzata dal la binarietà culturale che prevede due uniche opzioni: maschile o femminile (Rothblatt, 1995). Le persone transgender e gender non-conforming altro non sarebbero che gli individui più mortificati dal binarismo nell’espressione della propria identità, i meno aderenti allo stereotipo imposto dall’appartenenza ad un sesso biologico, coloro che operano la scelta più clamorosa e visibile: il cambio di genere. In questa rappresentazione, esse rappresenterebbero quindi soltanto la punta di un iceberg, essendo il binarismo di genere un forte limite per tutti gli individui, di qualsiasi orientamento sessuale e di genere (Nardacchione, 2000).

Nel nostro sistema culturale i due sessi vengono rappresentati sul piano del simbolico come “opposti”, ma sarebbero in realtà statisticamente in gran parte coincidenti. Non esisterebbero quindi caratteristiche comportamentali esclusive di uno dei due sessi. Ciascuna caratteristica comportamentale attribuita ad uno dei sessi in un sistema culturale sarebbe riscontrabile come caratteristica peculiare del sesso opposto in altro contesto geografico e/o temporale (Nardacchione, 2000).

Secondo Nardacchione, prima o poi si dovrà ammettere che l’aspirazione transgender sarebbe in realtà una risorsa a cui attingere presente in tutti gli individui a livello inconscio, e che in certi individui tale l’aspirazione si dilata a progetto di vita. Ciò accadrebbe quando l’appartenenza al proprio sesso biologico ed il conseguente “ingabbiamento in uno stereotipo” diviene fonte di frustrazione tale da spingere verso un percorso transgender.

Qual è il punto di vista del pensiero transgender?

Ovviamente non esiste un solo punto di vista all’interno dell’elaborazione culturale transgender, ma molteplici.

Secondo Rothblatt e Nardacchione, autorevoli esponenti dell’intellighenzia transgender, il maschile ed il femminile sarebbero stereotipi culturali ai quali nella storia sarebbe stato attribuito erroneamente il rango di identità biologiche.

Il considerare gli stereotipi sessuali come fenomeni congenito/ biologici, attribuisce loro apparentemente le caratteristiche di immutabilità e di impermeabilità ad ogni tentativo di manipolazione esterna. Questo finisce coll’essere “politicamente corretto”, vale a dire coerente e sinergico con l’organizzazione della società che prevede ruoli e status differenti per uomini e donne.

Estremamente pertinenti ed importanti in proposito gli studi di Margaret Mead, nota antropologa, che già negli anni ’30 ipotizzò che le differenze comportamentali fra maschi e femmine non dipendono dal sesso, bensì da costruzioni sociali. Mead giunse a queste conclusioni dopo aver osservato diverse tribù nella Nuova Guinea settentrionale, nelle quali gli stereotipi di genere erano ribaltati nella loro attribuzione: le femmine Ciambuli, ad esempio, erano dedite alla guerra e ricoprivano ruoli economicamente e socialmente dominanti, affidando ai maschi la cura della prole (Mead, 1935)

La fine della binarietà dei generi: la libertà di genere

Nardacchione e Rothblatt ipotizzano che i tempi siano ormai maturi per una sola opzione: la fine della binarietà di genere, la libertà di ciascuno di essere o non essere o di come essere “uomo” o “donna”. Ma per fare questo sarebbe a loro avviso indispensabile riconoscersi tutti, omosessuali, transgender ed eterosessuali, come parte di una stessa realtà omogenea. L’unica strada che può portare al superamento della attuale società, che è omofoba non meno che misogina, sarebbe convincerci tutti che, fatte salve le norme che tutelano da maternità e la paternità, il sesso, l’identità e l’orientamento sessuale degli individui debbano diventare fatto assolutamente privato e quindi giuridicamente, socialmente e culturalmente irrilevanti.

Bibliografia

  • M.Mead, Sesso e temperamento, Il Saggiatore Tascabili, 2009.
  • ROTHBLATT M.., L’apartheid del sesso, Il Saggiatore, Milano, 1997.
  • NARDACCHIONE D., Transessualismo e Transgender. Superando gli stereotipi, Il Dito e la Luna, Milano, 2000.

Teenager transgender | La storia di Jazz Jennings

Chi è Jazz Jennings?

 

Jazz Jennings, teenager transgender

Jazz Jennings è uno dei primi casi di transizione MTF (Male to Female, da uomo a donna) documentati in età infantile nella storia del mondo.

Ha intrapreso, con il sostegno della famiglia, la sua transizione a soli cinque anni. A undici ha iniziato ad assumere farmaci bloccanti della pubertà, ma aveva soltanto sei anni quando nel 2007 la sua storia fu resa pubblica da Barbara Walters, celebre conduttrice televisiva statunitense. Attivista per i diritti LGBT, è nota per le sue battaglie per l’istituzione del genere neutro in scuole e bagni pubblici, ed è co-fondatrice onoraria della fondazione TransKids Purple Rainbow, che supporta le famiglie di bambini e adolescenti transgender e si dedica alla sensibilizzazione sulla variabilità di genere nelle scuole.

Nel 2015 diventa la protagonista di I am Jazz, il primo reality show dedicato a una teenager transgender, trasmesso dal canale TLC di Discovery Communications. Il programma è arrivato anche in Italia con il titolo Io sono Jazz sul canale Real Time. Divenuta diciottenne, oggi lei racconta ai media l’esperienza dell’intervento di riattribuzione di genere (“gender confirmation surgery”, chirurgia di conferma del genere) cui si è sottoposta lo scorso giugno. “Ѐ stato come un sogno” ha dichiarato. “Questa è davvero l’ultima cosa che validerà la mia identità di donna” dice durante la sua intervista per il canale ABC News, “Non ci sarà nient’altro dopo questo”.

 

Si può essere transgender da bambini o adolescenti? È giusto avviare un blocco della pubertà a soli 11 anni?

 

“TransKids”: bambini transgender

 

La storia di questa ragazza colpisce e suscita in me interrogativi di natura etica: è giusto esporre una bambina così piccola e gettarla in pasto al tritacarne mediatico, trasformandola in una star? Quanto il business legato ai servizi per i percorsi di transizione e la loro spettacolarizzazione attraverso i mezzi d’informazione contribuiscono all’affermazione dei diritti LGBT nella società civile americana e nel mondo occidentale? Quanto siamo sdoganati nella misura in cui i nostri sudati e sacrosanti diritti alimentano un business? Quanto i mass media danno alla causa, rendendo la realtà transgender mainstream e alla portata di tutti, e quanto invece ci tolgono cannibalizzando le nostre vite?

A chi accusa la madre e il padre di Jazz di averla in qualche modo indotta a essere transgender per assecondare un loro desiderio, lei risponde con fermezza: “Io odio quando le persone insinuano che i miei genitori mi hanno convinto di essere transgender solo perché loro volevano una ragazza, e non un ragazzo. […] Loro hanno soltanto accolto e amato me per ciò che io ero. Loro non mi hanno forzato a fare nulla. Non mi hanno mai forzato a fare nulla. […] Io sono una ragazza. Una ragazza.”

 

Perché si parla di “sfruttamento e spettacolarizzazione delle vite delle persone trans”?

 

 

Non ho mai conosciuto un’altra persona transgender, pubblicamente visibile in Italia, che non abbia ricevuto proposte per interviste, comparsate a un qualche programma televisivo o articoli per la carta stampata. Molte persone transgender, negli anni, hanno accettato di esporsi facendo qualcosa di positivo per se stesse e per l’avanzamento di un immaginario collettivo positivo legato alla nostra condizione. Molte, invece, si sono poi pentite amaramente, abbagliate dalle luci della ribalta e consapevoli soltanto a posteriori della bieca strumentalizzazione delle loro vite a tutto vantaggio di altri. E se è vero che tanto dipende dalla serietà dell’emittente o della testata che realizza il contributo, a giocare grandemente è anche l’equilibrio della persona, che in un momento di fragilità potrebbe più facilmente cedere al “canto delle sirene” della vanagloria.

 

Qual è l’importanza dei “role model” per le persone transgender e per le loro famiglie?

 

Al di là di ogni considerazione critica sulle strumentalizzazioni che possono aver avuto luogo e dei soldi che ne possono essere stati ricavati, rileva il fatto che Jazz Jennings è oggi un modello di riferimento che ha aiutato moltissime famiglie che, fra le atre cose, possono oggi disporre di spazi e iniziative a loro dedicate come i libri di favole rivolti ai bambini transgender del sito transkids.biz. Mentre Donald Trump sostiene che le persone transgender “non esistono, il sesso è determinato da elementi biologici”, annunciando un giro di vite sui diritti già acquisiti, sotto la precedente amministrazione Obama il dibattito sulla liceità dei percorsi di transizione di bambini e adolescenti transgender ha preso forza. Da Stati Uniti, Nord Europa e Regno Unito la sua eco dilaga ormai nel resto del mondo occidentale Italia compresa, ultimo in ordine di tempo un articolo uscito su Corriere.it. Il tema è stato affrontato con molta intelligenza anche nel film belga “Girl” di Lukas Dhont, che racconta la tenacia, l’impazienza ma anche l’incoscienza e la determinazione di Lara, studentessa di danza classica che a soli quindici anni battaglia per fare sì che il suo corpo le somigli il più in fretta possibile.

 

Qual è la situazione in Italia?

 

Le richieste di accesso ai percorsi di transizione da parte delle famiglie interessate sono in aumento, e alimentano un vero e proprio fenomeno di rilevanza internazionale che necessiterebbe, nell’approccio da parte delle istituzioni di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche); visioni non dogmatiche; esperienze dirette e documentate con la realtà delle persone transgender; grande onestà intellettuale e capacità di sospendere giudizi e pregiudizi. Non si può e non si deve essere ideologici e rigidamente “pro o contro” il blocco della pubertà, o pensare di imporre dall’alto un limite di età in modo del tutto arbitrario. Ogni caso richiede un’attenta valutazione da parte dell’adolescente, della famiglia, dei medici e di professionisti adeguatamente formati e competenti, senza dimenticare l’importanza rivestita dalle scuole e dagli insegnanti.

 

Non posso non guardare Jazz Jennings con affetto e grande immedesimazione. Io stessa iniziai ufficialmente la mia transizione a soli 19 anni, rivolgendomi a un ospedale pubblico milanese dopo aver iniziato a vivere come ragazza (con un vestiario e un look femminili) a 17, ancora minorenne ma con il sostegno della mia famiglia. Era la fine degli anni ’90, prima dell’arrivo di internet e dei social network. Ero quindi immersa in una dimensione completamente diversa da quella odierna.

A distanza di quasi vent’anni, posso dire con fermezza che se allora ci fosse stata la possibilità di accedere prima alla mia transizione la mia vita sarebbe stata migliore, perché mi sarei risparmiata anni di sofferenze e certamente le avrei risparmiate a chi mi stava vicino. Per questo oggi, pur con tutta la prudenza e la cautela necessarie nella valutazione del percorso, e ribadendo che i percorsi di transizione devono essere intrapresi solo sotto controllo medico e in strutture legalmente riconosciute e accreditate, sostengo la possibilità per gli adolescenti di accedere ai percorsi di transizione. Li invito al contempo a tutelarsi da ogni strumentalizzazione e dalla tentazione di rendere pubblico sotto qualsiasi forma il loro percorso senza avere prima ben riflettuto su tutte le conseguenze possibili, che possono sfuggire di mano senza via di scampo.

Sul potere del linguaggio

***Sul potere del linguaggio***

Fare pressioni per modificare il linguaggio è un’importante pratica politica.
Qui e ora, credo che sia importante sostenere la diffusione della parola transgender come aggettivo in luogo dell’uso – ancora diffusissimo – della parola come sostantivo (penso al terribile “i trans“), che troppo facilmente presta il fianco alla deumanizzazione e alla stigmatizzazione delle nostre vite e dei nostri corpi.
Le parola e i linguaggi non sono – sul piano anche semantico – immutabili. E per nostra fortuna!
Il linguaggio plasma la realtà sociale e culturale. Facciamone quindi buon uso, tenendo come bussola le battaglie dei nostri movimenti.
Iniziamo a dire “le persone transgender” in luogo de “i transgender” o “i trans”, espressione non a caso utilizzatissima da chi i nostri diritti li vorrebbe cancellare.
E facciamo anche una riflessione su “FTM” ed “MTF“, parole iperbinarie e iperbinarizzanti, oltre che medicalizzanti.

E ve lo dice una che per anni ha utilizzato l’espressione “le trans” con orgoglio e provocatoria disinvoltura. Ma era un altro tempo (anni ’90 e primi 2000) e gli scenari erano completamente diversi (non lo erano le istanze).
Il linguaggio è anche, a volte, strategia politica.

Mondo transgender, professioni e conflitto di interessi

I professionisti – anche se transgender – che, legittimamente, svolgono professioni a servizio delle persone transgender (avvocati, chirughi, medici endocrinologi, operatori sociali, psicologi e psichiatri) generando un (comunque legittimo, perché il lavoro si paga) profitto per sé, devono avere l’onestà intellettuale e deontologica di riconoscere un potenziale conflitto di interessi quando decidano di fare attivismo o proporsi come referenti in sede di discussione politica sulle tematiche che riguardano le persone transgender.
La nostra comunità deve crescere ed evolversi: non mi interessa creare classifiche di buoni e cattivi, etici o meno etici, o sterili contrapposizioni.
Essendoci però più interessi (ribadisco, tutti legittimi) in gioco, credo sia arrivato il momento di definire i ruoli nel modo più trasparente possibile, a tutto vantaggio della nostra comunità e nel reciproco rispetto di sfere e competenze.

Gli interessi (legittimi) dei professionisti non sono in discussione. È in discussione il fatto che tali interessi possano compromettere la loro autonomia di pensiero e di posizionamento in sede politica e movimentista, nel momento in cui i professionisti decidono di fare attivismo o politica. La mia dichiarazione è riferita alle figure che in Italia si collocano sul crinale professione/attivismo/politica, che sono moltissime. Dal mio punto di vista, il professionista intellettualmente onesto ammette senza problemi che potrebbe esserci un conflitto di interessi e si confronta nel merito di una questione tanto delicata quanto complessa.

L’Osservatorio Nazionale Identità di Genere deve rivedere i suoi protocolli | Cambi di paradigma

Con l’Osservatorio Nazionale Identità di Genere (N.D.A.: L’ONIG è un’associazione di medici, professionisti e associazioni interessate ai temi di transessualità e transgenerità) e con le realtà mediche, accademiche e di professionisti – forti della decisione storica dell’OMS – occorrerà, secondo me, porsi interlocutoriamente e su un piano paritario, in qualità di cittadini e non di “pazienti”.

È importante articolare un discorso che verta sull’ormai imprescindibile diritto all’autodeterminazione delle persone transgender e sulla necessaria (e urgente) revisione dei protocolli ONIG. L’agibilità all’identità di genere non può più essere codeterminata sulla base di protocolli (peraltro datati e non in linea con i protocolli internazionali della World Association for Transgender Health) sottoscritti da associazioni e professionisti in un’anacronistica logica, quasi contrattuale, che vede associazioni trans da una parte e associazioni di professionisti dall’altra. È di un diritto umano e inalienabile che stiamo parlando e, ora che siamo finalmente fuori dalla patologia psichiatrica, sarebbe auspicabile lavorare insieme a un cambio di paradigma.

Essere transessuali non è una malattia da curare

La lettera di Laura Caruso e mia al Manifesto:
transessualità, transgenerità e variabilità di genere non sono più considerate malattie mentali ed è ora di dirlo e ribadirlo a voce alta.

 

Spettabile Redazione,

si susseguono da qualche tempo articoli sulle persone transgender che mancano completamente della visione e della parola che alla popolazione transgender appartengono.

Il dibattito è condotto da specialisti della psiche e da pensatori che non hanno alcuna conoscenza diretta delle questioni di cui parlano e scrivono, ai quali occorrerà spiegare che transessualità, transgenerità e non conformità/incongruenza di genere non sono più patologie mentali per l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Infatti, durante la 72° Assemblea Mondiale della Sanità (WHA), in corso dal 20-28 maggio di quest’anno, l’OMS ha ufficialmente adottato l’undicesima revisione della classificazionestatistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari connessi (ICD-11), che entrerà in vigore il 1° gennaio 2022.

Ѐ accaduto, insomma, ciò che circa trent’anni fa era avvenuto per l’omosessualità, ma pare che professionisti e intellettuali vogliano continuare ad ignorare l’evoluzione che porterebbe un miglioramento alla vita delle persone transgender.

L’ultimo articolo pubblicato da Il Manifesto in data 13 luglio scorso, a firma di Sarantis Thanopulos, “La «disforia» dell’identità sessuale”, prosegue in un approccio patologizzante e la chiusura del pezzo appare al limite dell’imbarazzo: “Si può rispettare,accogliere i transessuali, senza compatirli, né assecondare la loro visuale. Della loro condizione si può «prendere cura», se sono interessati, a partire dal reciproco lutto che è necessario fare. La dissociazione tra il dato corporeo e la rappresentazione psichica delproprio sesso interferisce con lo sviluppo del corpo erotico e limita seriamente la profondità del coinvolgimento e della soddisfazione sessuale.”

Non c’è nessuna cura da prendersi, poiché noi non siamo malati, e non c’è nessun lutto, perché “l’essere transgender” non è una morte, neppure simbolica.

Oggi che finalmente siamo giunti a eliminare questa condizione da implicazioni “patologiche”, ci aspetteremmo che se ne prendesse atto.

Il riferimento alla nostra soddisfazione sessuale, inoltre, ha un sapore paternalista e voyeuristico davvero sconfortante.

Crediamo sia mancata attenzione nella pubblicazione di questo articolo, che risulta gravemente offensivo nei confronti delle persone transgender, dietro l’apparentemente elegante maschera di un dibattito “alto” che in realtà nasconde una visione semplicemente oscurantista.

Chiediamo la pubblicazione di questa nostra replica perché crediamo che sia corretto consentirci di prendere parola se si parla di noi, tanto più quanto se ne parla in maniera inadeguata e irrispettosa.

Distinti saluti.

Dott.ssa Monica Romano, attivista, saggista e scrittrice

Dott.ssa Laura Caruso, facilitatrice gruppi di auto mutuo aiuto sull’identità di genere

(donne transgender)