Persone transgender e mondo del lavoro – Corso di formazione e orientamento al lavoro

Il corso che mi ha visto docente è stato organizzato dall’associazione Sat Pink e ricade all’interno del progetto “DeskLab – è resilienza di comunità”, finanziato dalla Regione Veneto (D.LGS 117/2017), patrocinato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con capofila l’Associazione Mimosa Odv. Qui di seguito riporto il programma del corso nella speranza che si possa organizzare anche presso altre realtà associative.
Sei una persona transgender/ gender non conforming / non binary alla ricerca di lavoro?

Oppure ne hai già uno, ma vorresti cambiare occupazione? Ti piacerebbe districarti meglio nel mondo del lavoro, conoscere i tuoi diritti, capire come scrivere un CV efficace, come gestire un colloquio? Abbiamo il laboratorio che fa per te!

PROGRAMMA

Transgenerità, lavoro e diritti

-La ricerca di lavoro di una persona transgender, non-binary e gender non-conforming
-La gestione del nome anagrafico in sede di colloquio
-Le barriere all’ingresso del mercato del lavoro
-I percorsi di affermazione di genere sul posto di lavoro
-Il coming out sul posto di lavoro
-Il mobbing orizzontale e verticale
-Le tutele contro le discriminazioni previste dal nostro ordinamento
-Diversity & Inclusion: le aziende che attuano le policy migliori per le persone transgender e non-binary a lavoro
-Le tutele del lavoro dopo il Jobs Act
Come rivolgersi a un sindacato e far valere i propri diritti

La ricerca del lavoro nell’era digitale

-Il bilancio delle competenze
-Il curriculum, il video curriculum e la lettera di presentazione
-Il mercato del lavoro e le professioni più richieste
-I motori di ricerca di lavoro e i siti che pubblicano annunci di lavoro
-Gli ATS – Appliance Tracking System e i social recruiter
-L’importanza della nostra identità digitale, della reputazione digitale e del personal branding
-L’uso strategico di LinkedIn
-L’importanza delle autocandidature
-Perché i concorsi pubblici rappresentano oggi una concreta opportunità per trovare un lavoro
-L’importanza della formazione permanente

Il colloquio di lavoro:

Prepararsi al meglio per un colloquio di lavoro
-Perché studiare l’azienda è fondamentale
-Tu non sei il problema, ma la soluzione ai loro problemi
-La RAL – Retribuzione Annuale Lorda
-Lordo/Netto: saper leggere un CCNL, una lettera di assunzione e una busta paga.

Transiti riguardanti l’appartenenza di genere

Avrò il piacere e l'onore di partecipare come relatrice al ciclo di seminari Transiti riguardanti l'appartenenza di genere, 
coorganizzato dall'Università degli Studi Milano Bicocca e ACET- Associazione per la Cultura e l'Etica Transgenere. 

Seminari sulle transizioni di genere – 2020

Ciclo di cinque seminari sulle transizioni riguardanti l’appartenenza di genere, edizione di Dicembre 2020 nel corso dell’insegnamento di Educazione degli adulti e degli anziani, tenuto dalla Prof.ssa Micaela Castiglioni, con la partecipazione di: Daniele Brattoli, Monica Romano, Laura Caruso, Raffaele Bellandi.

Lunedì 14 Dicembre, ore 12:00 – 14:00 – Incontro introduttivo, a cura di Daniele Brattoli;
Martedì 15 Dicembre, ore 10:00 – 12:00 – La storia del movimento transgender, a cura di Monica Romano;
Lunedì 21 Dicembre, ore 09:00 – 11:00 – Il percorso di transizione, a cura di Laura Caruso;
Lunedì 21 Dicembre, ore 11:00 – 13:00 – L’esperienza dell’auto mutuo aiuto, a cura di Raffaele Bellandi;
Martedì 22 Dicembre, ore 12:00 – 14:00 – Incontro conclusivo, Daniele Brattoli.

I seminari si svolgeranno da remoto su piattaforma Zoom, sono aperti anche agli studenti di altri Atenei/Dipartimenti, fino a esaurimento disponibilità.

Per iscriversi, inviare un’e-mail a: e.crenca@campus.unimib.it

Spazi e tempi nella transizione di genere: il bisogno di autenticità

SPAZI E TEMPI DELLA TRANSIZIONE DI GENERE: IL BISOGNO DI AUTENTICITÀ
introduce Barbara Mapelli
Intervengono: Laura Caruso, Monica Romano
coordina Micaela Castiglioni
4° incontro del ciclo
NEL FRATTEMPO. TRANSITI NELL’ETÀ ADULTA
a cura del Gruppo di Ricerca NUSA-Nuove Soggettività Adulte-Università di Milano Bicocca
(Responsabile scientifica: Micaela Castiglioni)
in collaborazione con
Pedagogika.it – Trimestrale di Educazione, Formazione e Cultura
(recupero dell’incontro in programma lunedì 30 marzo 2020 e annullato per Coronavirus))
Le traiettorie di vita non seguono da tempo l’andamento lineare che traghettava l’individuo adulto all’assunzione di un’identità univocamente e stabilmente definita una volta per tutte e a una vita intima, professionale e sociale tracciata secondo parametri di prevedibilità e sicurezza secondo la definizione di ruoli identitari e sociali ben precisi e di fasi della vita ben scandite e distinte.
Il contesto sociale e relazionale – il lavoro, il reddito, la comunicazione, i meticciati culturali, la precarietà, la debolezza delle appartenenze, la mobilità dei ruoli nella vita privata e professionale, ecc., – concorrono a questo continuo processo di rinascita reiterata, in una oscillazione fatta sia di coazione e necessità di adattamento o, viceversa, di resistenza/difesa, sia di potenziali opportunità di progressiva autonomia, emancipazione e libertà nel cambiamento. L’evanescenza dei modelli identitari, sociali ecc., se per un verso, espone all’incertezza, al dis-equilibrio e allo smarrimento, dall’altro, offre spazi di critica, di libertà e di auto-progettualità, prima impensabili.
Se questo è lo scenario ordinario delle soggettività e delle storie adulte, di oggi, interrogarsi sulle sfide dell’educazione degli adulti in transizione, o più precisamente, in transito, a partire da alcuni luoghi/contesti-limite, o di confine, dove il transito è strutturato, normato, definito e situato, appare promettente sotto il profilo formativo e di cura: proprio come accade che i luoghi di confine riescano a gettare luce sulle terre di cui sono periferie e insieme ponte.

Gender nonconforming: qual è il significato di quest’espressione?

  • Che cosa significa essere persone gender-non conforming?
  • Ci si può sentire nè uomo nè donna? Ci si può sentire sia uomini che donne?
  • Che cosa significa essere non-binary? Che cosa significa essere persone trans non medicalizzate?

Gender non-conforming

Chi sono tutte quelle persone che decidono di NON rientrare in un percorso di transizione standardizzato, di non assumere ormoni e di non sottoporsi a interventi chirurgici o di farlo soltanto parzialmente, seguendo il proprio faro? Possono essere anch’esse considerate persone transgender?

Come il termine transgender, il termine gender non-conforming è un termine ombrello che ricomprende molte sfumature e possibilità.

Una di queste, ad esempio, è l’essere persone transgender non medicalizzate (rimandiamo al sito Progetto GenderQueer per informazioni più precise sui percorsi di transizione che non prevedono la medicalizzazione).  È importante sottolineare che queste persone sono anch’esse persone transgender che, semplicemente, scelgono di non intraprendere un tipo di percorso che prevede terapie ormonali o interventi chirurgici.

 

Transgenerità e non-conformità di genere sono malattie o “disturbi”? O il problema è la società?

Dal 2018 la transessualità non è più considerata una malattia mentale

Nel 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha deciso di rimuovere la transessualità dal capitolo dei disturbi mentali dell’International Classification of Diseases (ICD): non ci stancheremo mai di dire che il problema è una società malata di binarietà e di una visione manichea dei generi, non certo le persone transgenere o di genere non conforme.

La naturale non conformità di genere (o “variabilità di genere”) dell’essere umano è penalizzata dal la binarietà culturale che prevede due uniche opzioni: maschile o femminile (Rothblatt, 1995). Le persone transgender e gender non-conforming altro non sarebbero che gli individui più mortificati dal binarismo nell’espressione della propria identità, i meno aderenti allo stereotipo imposto dall’appartenenza ad un sesso biologico, coloro che operano la scelta più clamorosa e visibile: il cambio di genere. In questa rappresentazione, esse rappresenterebbero quindi soltanto la punta di un iceberg, essendo il binarismo di genere un forte limite per tutti gli individui, di qualsiasi orientamento sessuale e di genere (Nardacchione, 2000).

Nel nostro sistema culturale i due sessi vengono rappresentati sul piano del simbolico come “opposti”, ma sarebbero in realtà statisticamente in gran parte coincidenti. Non esisterebbero quindi caratteristiche comportamentali esclusive di uno dei due sessi. Ciascuna caratteristica comportamentale attribuita ad uno dei sessi in un sistema culturale sarebbe riscontrabile come caratteristica peculiare del sesso opposto in altro contesto geografico e/o temporale (Nardacchione, 2000).

Secondo Nardacchione, prima o poi si dovrà ammettere che l’aspirazione transgender sarebbe in realtà una risorsa a cui attingere presente in tutti gli individui a livello inconscio, e che in certi individui tale l’aspirazione si dilata a progetto di vita. Ciò accadrebbe quando l’appartenenza al proprio sesso biologico ed il conseguente “ingabbiamento in uno stereotipo” diviene fonte di frustrazione tale da spingere verso un percorso transgender.

Qual è il punto di vista del pensiero transgender?

Ovviamente non esiste un solo punto di vista all’interno dell’elaborazione culturale transgender, ma molteplici.

Secondo Rothblatt e Nardacchione, autorevoli esponenti dell’intellighenzia transgender, il maschile ed il femminile sarebbero stereotipi culturali ai quali nella storia sarebbe stato attribuito erroneamente il rango di identità biologiche.

Il considerare gli stereotipi sessuali come fenomeni congenito/ biologici, attribuisce loro apparentemente le caratteristiche di immutabilità e di impermeabilità ad ogni tentativo di manipolazione esterna. Questo finisce coll’essere “politicamente corretto”, vale a dire coerente e sinergico con l’organizzazione della società che prevede ruoli e status differenti per uomini e donne.

Estremamente pertinenti ed importanti in proposito gli studi di Margaret Mead, nota antropologa, che già negli anni ’30 ipotizzò che le differenze comportamentali fra maschi e femmine non dipendono dal sesso, bensì da costruzioni sociali. Mead giunse a queste conclusioni dopo aver osservato diverse tribù nella Nuova Guinea settentrionale, nelle quali gli stereotipi di genere erano ribaltati nella loro attribuzione: le femmine Ciambuli, ad esempio, erano dedite alla guerra e ricoprivano ruoli economicamente e socialmente dominanti, affidando ai maschi la cura della prole (Mead, 1935)

La fine della binarietà dei generi: la libertà di genere

Nardacchione e Rothblatt ipotizzano che i tempi siano ormai maturi per una sola opzione: la fine della binarietà di genere, la libertà di ciascuno di essere o non essere o di come essere “uomo” o “donna”. Ma per fare questo sarebbe a loro avviso indispensabile riconoscersi tutti, omosessuali, transgender ed eterosessuali, come parte di una stessa realtà omogenea. L’unica strada che può portare al superamento della attuale società, che è omofoba non meno che misogina, sarebbe convincerci tutti che, fatte salve le norme che tutelano da maternità e la paternità, il sesso, l’identità e l’orientamento sessuale degli individui debbano diventare fatto assolutamente privato e quindi giuridicamente, socialmente e culturalmente irrilevanti.

Bibliografia

  • M.Mead, Sesso e temperamento, Il Saggiatore Tascabili, 2009.
  • ROTHBLATT M.., L’apartheid del sesso, Il Saggiatore, Milano, 1997.
  • NARDACCHIONE D., Transessualismo e Transgender. Superando gli stereotipi, Il Dito e la Luna, Milano, 2000.

Formazione su transessualismo e variabilità di genere presso State Street Bank

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Transessualismo

L’incontro con la dott.ssa Monica Romano sarà un momento prezioso per conoscere aspetti legati alla
identità di genere e alla transessualità nel mondo del lavoro.
La dott.ssa Monica Romano consegue la Laurea magistrale in Scienze Politiche, indirizzo sulle relazioni
industriali e la gestione delle risorse umane, con una tesi dedicata alla transessualità nella società e nel
lavoro. L’anno successivo l’editore Silvio Mursia trasformerà la tesi in un saggio: “Diurna. La transessualità
come oggetto di discriminazione” (2008, Costa & Nolan).
Pubblica altri due libri: il romanzo di formazione “Trans. Storie di ragazze XY” (2015) – nel quale ha
raccontato la sua esperienza autobiografica in un’ottica sociale, culturale e divulgativa – e il memoir
militante “Gender (R)Evolution” (2017), entrambi pubblicati per i tipi di Ugo Mursia editore. Negli anni dal
2016 al 2019 ha organizzato numerose presentazioni in tutta Italia.

Mondo transgender, professioni e conflitto di interessi

I professionisti – anche se transgender – che, legittimamente, svolgono professioni a servizio delle persone transgender (avvocati, chirughi, medici endocrinologi, operatori sociali, psicologi e psichiatri) generando un (comunque legittimo, perché il lavoro si paga) profitto per sé, devono avere l’onestà intellettuale e deontologica di riconoscere un potenziale conflitto di interessi quando decidano di fare attivismo o proporsi come referenti in sede di discussione politica sulle tematiche che riguardano le persone transgender.
La nostra comunità deve crescere ed evolversi: non mi interessa creare classifiche di buoni e cattivi, etici o meno etici, o sterili contrapposizioni.
Essendoci però più interessi (ribadisco, tutti legittimi) in gioco, credo sia arrivato il momento di definire i ruoli nel modo più trasparente possibile, a tutto vantaggio della nostra comunità e nel reciproco rispetto di sfere e competenze.

Gli interessi (legittimi) dei professionisti non sono in discussione. È in discussione il fatto che tali interessi possano compromettere la loro autonomia di pensiero e di posizionamento in sede politica e movimentista, nel momento in cui i professionisti decidono di fare attivismo o politica. La mia dichiarazione è riferita alle figure che in Italia si collocano sul crinale professione/attivismo/politica, che sono moltissime. Dal mio punto di vista, il professionista intellettualmente onesto ammette senza problemi che potrebbe esserci un conflitto di interessi e si confronta nel merito di una questione tanto delicata quanto complessa.

Essere transessuali non è una malattia da curare

La lettera di Laura Caruso e mia al Manifesto:
transessualità, transgenerità e variabilità di genere non sono più considerate malattie mentali ed è ora di dirlo e ribadirlo a voce alta.

 

Spettabile Redazione,

si susseguono da qualche tempo articoli sulle persone transgender che mancano completamente della visione e della parola che alla popolazione transgender appartengono.

Il dibattito è condotto da specialisti della psiche e da pensatori che non hanno alcuna conoscenza diretta delle questioni di cui parlano e scrivono, ai quali occorrerà spiegare che transessualità, transgenerità e non conformità/incongruenza di genere non sono più patologie mentali per l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Infatti, durante la 72° Assemblea Mondiale della Sanità (WHA), in corso dal 20-28 maggio di quest’anno, l’OMS ha ufficialmente adottato l’undicesima revisione della classificazionestatistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari connessi (ICD-11), che entrerà in vigore il 1° gennaio 2022.

Ѐ accaduto, insomma, ciò che circa trent’anni fa era avvenuto per l’omosessualità, ma pare che professionisti e intellettuali vogliano continuare ad ignorare l’evoluzione che porterebbe un miglioramento alla vita delle persone transgender.

L’ultimo articolo pubblicato da Il Manifesto in data 13 luglio scorso, a firma di Sarantis Thanopulos, “La «disforia» dell’identità sessuale”, prosegue in un approccio patologizzante e la chiusura del pezzo appare al limite dell’imbarazzo: “Si può rispettare,accogliere i transessuali, senza compatirli, né assecondare la loro visuale. Della loro condizione si può «prendere cura», se sono interessati, a partire dal reciproco lutto che è necessario fare. La dissociazione tra il dato corporeo e la rappresentazione psichica delproprio sesso interferisce con lo sviluppo del corpo erotico e limita seriamente la profondità del coinvolgimento e della soddisfazione sessuale.”

Non c’è nessuna cura da prendersi, poiché noi non siamo malati, e non c’è nessun lutto, perché “l’essere transgender” non è una morte, neppure simbolica.

Oggi che finalmente siamo giunti a eliminare questa condizione da implicazioni “patologiche”, ci aspetteremmo che se ne prendesse atto.

Il riferimento alla nostra soddisfazione sessuale, inoltre, ha un sapore paternalista e voyeuristico davvero sconfortante.

Crediamo sia mancata attenzione nella pubblicazione di questo articolo, che risulta gravemente offensivo nei confronti delle persone transgender, dietro l’apparentemente elegante maschera di un dibattito “alto” che in realtà nasconde una visione semplicemente oscurantista.

Chiediamo la pubblicazione di questa nostra replica perché crediamo che sia corretto consentirci di prendere parola se si parla di noi, tanto più quanto se ne parla in maniera inadeguata e irrispettosa.

Distinti saluti.

Dott.ssa Monica Romano, attivista, saggista e scrittrice

Dott.ssa Laura Caruso, facilitatrice gruppi di auto mutuo aiuto sull’identità di genere

(donne transgender)

Le persone transgender scrivono a Beppe Sala

Lettera aperta al Sindaco Beppe Sala
Le persone transgender a Milano: quale prospettiva di dialogo con le istituzioni della città?

Alla cortese attenzione degli Assessori Filippo del Corno, Laura Galimberti, Lorenzo Lipparini, Gabriele Rabaiotti, Cristina Tajani, Roberta Cocco

Gentilissimo Sindaco,
gentilissimi Assessori,

vogliamo anzitutto ringraziarvi per il vostro sostegno al Milano Pride – manifestazione alla quale il nostro circolo ha contribuito assieme a tante altre sigle e soggettività – che sempre più diventa evento della città tutta e non di un solo gruppo o di una categoria di persone. Abbiamo accolto con gioia quegli Assessori che hanno deciso di marciare al nostro fianco dietro lo striscione che quest’anno ha aperto la manifestazione con uno slogan significativo: “La prima volta fu rivolta!”. Nel ricordare il cinquantennale della nostra storia politica, quest’anno abbiamo voluto riconoscere l’importanza che la “T” ha avuto e ha tutt’oggi nell’acronimo “LGBTIQIA+”, ricordando che le persone transgender ebbero e hanno un ruolo fondamentale nella costruzione del nostro movimento.
Dal 2013, presso la nostra associazione, il Circolo culturale Alessandro Rizzo Lari, abbiamo avviato uno spazio denominato “Progetto Identità di Genere”, che offre supporto, orientamento e accoglienza a centinaia di persone transgender e gender non conforming a titolo del tutto gratuito e basandosi esclusivamente sul lavoro di volontari e sulle modestissime quote di tesseramento del Circolo per il pagamento degli spazi. Lavoriamo e operiamo presso la sede dello storico gruppo di cristiani omosessuali “Il Guado” in via Soperga 36.
Come realtà di persone che ogni anno segue e supporta concretamente la popolazione transgender, intendiamo avviare un dialogo con le istituzioni e con il Comune di Milano, sicuri di trovare ascolto. Riteniamo infatti che i tempi siano maturi perché Milano dialoghi istituzionalmente con quelle persone transgender che sono, prima di tutto, cittadine e cittadini.
Crediamo fermamente che l’integrazione della persone transgender passi primariamente dal lavoro. Le persone transgender restano infatti le più colpite dalle discriminazioni, perché più visibili e identificabili: le barriere all’ingresso del mercato del lavoro – a dispetto della sempre maggiore mediatizzazione della realtà transgender – esistono e resistono. In parole semplici, le persone trans vengono ancora scartate ai colloqui di selezione a causa dei pregiudizi e subiscono mobbing sul posto di lavoro.
Ancor più complessa e non semplice è la gestione di rapporti di lavoro autonomo e lo svolgimento di libere professioni, dove è il rapporto con i clienti a presentare criticità, anche se le cause alla radice dei problemi sono note: pregiudizio e stereotipi ancora radicati, diffusissimi e duri a morire. Riteniamo che una città come Milano debba promuovere politiche attive per la ricerca del lavoro – in un’ottica di Diversity & Inclusion ma anche sindacale – perché il lavoro è il primo motore dell’integrazione sociale delle persone transgender (e non solo) e il primo diritto fondamentale negato ad una buona fetta della comunità trans.
Riteniamo inoltre essenziale operare in scuole e università, favorendo in ogni modo i percorsi scolastici delle persone transgender che – troppo spesso, ancora oggi – abbandonano gli studi a causa del bullismo e dell’impreparazione del personale della scuola. Riteniamo essenziale promuovere cultura, perché per troppo tempo la condizione transgender è stata chiusa nella bolla della medicalizzazione e della patologicizzazione, oltre che di un controproducente pietismo.
Oggi, finalmente, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto che la condizione transgender e gender non conforming non è una malattia mentale e occorre che i governi di tutto il mondo diano seguito a questa importante decisione storica. Insomma, più libri e meno medici, nelle vite delle persone transgender.
Non ci piace l’idea – sostenuta da alcuni – di creare a Milano un consultorio o servizio “dedicato” alle persone transgender finanziato con soldi pubblici, idea di spazio, a nostro avviso, troppo ghettizzante: si farebbe un favore ai benpensanti che preferiscono le persone transgender relegate dietro a rassicuranti quanto anacronistici steccati.Spazio che peraltro, potenzialmente, potrebbe favorire conflitti di interesse dannosi. Ad esempio, non riteniamo virtuosa la possibile dinamica per la quale potrebbero ricevere più finanziamenti i consultori che tengono per più tempo le persone all’interno dei loro servizi perché, di fatto, andrebbe a penalizzare l’utente finale che negli intenti si vorrebbe tutelare: la persona transgender che oggi, a ragione, chiede percorsi snelli, veloci e al passo con i tempi. Riteniamo invece urgente e imprescindibile la formazione del personale sanitario in ASL e ospedali, nei luoghi dove la cittadinanza tutta viene assistita e curata, e – pur comprendendo che la competenza in ambito sanitario è regionale – siamo sicuri che una città come Milano potrà fare la differenza nell’avviare delle buone prassi.
Riteniamo che si debba guardare al futuro e ragionare di conseguenza: ormai in molti paesi del mondo, le persone transgender ottengono il cambio di nome e di genere senza passare da medici e tribunali. Auspichiamo e ci aspettiamo che molto presto anche l’Italia riveda l’ormai datata legge n° 164/82 recependo i nuovi orientamenti che sempre più – in Europa ma non soltanto – stanno rendendo l’agibilità al genere di elezione un diritto e non più una concessione, e che si adeguino, come già sta accadendo grazie alle sentenze degli ultimi anni della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, le prassi giurisprudenziali. Milano può e dovrà essere il faro italiano di questa evoluzione. In un futuro non lontano, a chi deciderà di accedere a percorsi che prevedono la medicalizzazione del corpo (non tutte le persone transgender scelgono la medicalizzazione, va ricordato), occorreranno semplicemente buoni e competenti medici endocrinologi e una buona équipe di medici chirurghi. Tutti le altre professionalità – psicologi, psichiatri, counselor e avvocati – saranno presto obsolete e anacronistiche in relazione alle persone transgender che – sempre di più – otterranno il giusto diritto all’autodeterminazione. Questo processo porterà non solo a non notevole snellimento degli iter di transizione, ma anche a un risparmio notevole per la persona transgender e per la collettività in termini di spese da sostenere.
Riteniamo che si debba lavorare a buone e trasparenti convenzioni che premino i professionisti che praticano tariffe calmierate, che lavorano in modo etico e i cui curricula siano attentamente esaminati, perché a Milano esiste il problema di un business che sui percorsi di transizione – nel privato – si è venuto a creare. Non vogliamo fare ingiuste generalizzazioni, esistono molti professionisti validi ed etici, ma non possiamo chiudere gli occhi davanti a un problema che certamente a Milano esiste.
Vale la pena di ricordare che l’Assessorato alle Politiche Sociali non è il solo destinatario della nostra lettera aperta, ma che abbiamo coinvolto anche l’Assessorato alle Politiche del Lavoro, quello alla Cultura e quello all’Istruzione. Questo perché, per rendere effettivo il godimento dei diritti civili, occorre un lavoro il più possibile trasversale. Il passo successivo sarà per noi la disintermediazione della gestione politica delle questioni che riguardano le persone transgender, modificando il mix a vantaggio del lavoro e della cultura, invece che della “cura di una patologia” che non è mai stata tale e che finalmente l’OMS ha inquadrato nella giusta luce. Vorremmo passare dal ruolo di “operatori” a quello di “interlocutori”, vorremmo eliminare filtri e satelliti e sappiamo che questo porterà importanti risultati.
Crediamo che la nostra città potrà e vorrà confermare la sua meritata fama di capitale dei diritti civili e restiamo a disposizione del Sindaco e della Giunta per tutti i chiarimenti che dovessero rendersi necessari.

Monica Romano – Donna transgender, attivista, scrittrice, candidata nel 2016 per il Consiglio Comunale a sostegno di Beppe Sala Sindaco

Circolo culturale Rizzo Lari (ex Harvey Milk)

Nathan Bonnì, Laura Caruso e Daniele Brattoli per il Progetto Identità di Genere

Monica J. Romano e Daria Colombo presentano i loro libri al Pop di via Tadino

Martedì 26 marzo alle 19 presso il POP di via Tadino 5, Monica Romano e Daria Colombo presenteranno i loro libri Gender (R)Evolution e Alla nostra età, con la nostra bellezza.

Iniziativa promossa da Sinistra x Milano.

Ingresso libero.

 

 

Gender (R)Evolution

«Le battaglie delle persone transgender hanno portata universale e possono migliorare la vita di tutti, perché le rigide aspettative di genere del nostro sistema culturale opprimono ogni essere umano, senza distinzioni.»

Dalla rivolta di Stonewall all’uccisione dell’attivista trans Hande Kader, passando per le battaglie del movimento LGBT italiano, Monica Romano racconta in prima persona la storia di quel lungo percorso di affermazione delle libertà individuali che ha visto protagonisti il movimento e la comunità transgender italiana e internazionale. La sua esperienza di attivista e militante si intreccia a quella di alcuni fra i più noti e principali esponenti del movimento.

Un libro di memorie che invita a riflettere e ad affrontare diffidenze e luoghi comuni, ma anche un testo informativo in cui la storia dell’autrice e dei suoi compagni viene contestualizzata e arricchita da schede di approfondimento, utili a chiarire significati e concetti, contro ogni mistificazione e pregiudizio.

 

Alla nostra età, con la nostra bellezza

 

Anni ’90. Lisa e Alberta si conoscono sui banchi dell’università e nasce una sintonia imprevedibile, per due agli antipodi come loro. Alberta ha vent’anni, è idealista e sicura di sé, prende tutto ciò che vuole. Lisa invece ha il doppio della sua età, è madre di un’adolescente scontrosa e moglie di un uomo anaffettivo, la politica non le è mai interessata. Attorno a loro, però, un pezzo d’Italia sta scendendo in piazza contro il governo della Destra e sembra che tutto possa cambiare. Tra un giorno passato sui libri e un caffè rubato alle rispettive vite, le due donne si ascoltano, si capiscono e crescono. Sono le prime a manifestare, e le prime a essere deluse. Eppure ognuna, a modo suo, continua a lottare.

 

Monica Romano è un’attivista del movimento per i diritti delle persone LGBT. Laureata in Scienze Politiche, ha collaborato con Arcitrans, Crisalide Azione Trans e La Fenice, che ha fondato e presieduto fino al 2009. Esperta di amministrazione del personale, si occupa anche di formazione sul tema della variabilità e non conformità di genere nella società e nel mondo del lavoro. Nel 2016 si è candidata per il Consiglio Comunale di Milano. Con Mursia ha pubblicato Trans. Storie di ragazze XY (2015).

 

Daria Colombo

Scrittrice, art director e giornalista. Laureata in lettere moderne all’Università di Pavia, si è poi specializzata in storia del teatro. Tra il 1975 e il 1980 lavora tra teatro, cinema e televisione. Quindi studia architettura d’interni e scenografia e inizia la carriera di art director. Ha dato vita al movimento dei Girotondi a livello nazionale ed è impegnata in numerose iniziative di solidarietà. È sposata con Roberto Vecchioni con il quale collabora da oltre vent’anni.