Il pensiero transgender riparte dalla sua stessa “presa di parola”: articolo per la rivista Pride

Articolo per la rivista Pride con intervista a Porpora Marcasciano sul seminario “Transiti, tracce e intrecci di rivoluzioni”, tenutosi al MIT di Bologna il 2 dicembre 2017.

Per leggere l’articolo, cliccare sul link sottostante:

Salotto letterario: Monica J. Romano presenta Gender (R)Evolution, Monte San Savino, 12 gennaio 2019 (Festival dei Diritti)

Sabato 12 gennaio, alle ore 18:00, sarà la scrittrice e attivista del movimento per i diritti LGBT Monica J. Romano, a presentare il suo libro “Gender (R)evolution” edito da Mursia. Dalla rivolta di Stonewall all’uccisione dell’attivista Hande Kader, passando per le battaglie del movimento LGBT italiano, Monica J. Romano racconta in prima persona la storia di quel lungo percorso di affermazione delle libertà individuali che ha visto protagonisti il movimento e la comunità transgender italiana e internazionale. Un libro di memorie che invita a riflettere e ad affrontare diffidenze e luoghi comuni, ma anche un testo informativo utile, nel tema del Festival dei Diritti, a chiarire significati e concetti, contro ogni mistificazione e pregiudizio. L’incontro, che sarà moderato da Veronica Vasarri (Chimera Arcobaleno), si svolgerà presso il Cassero di Monte San Savino sempre con ingresso gratuito.
Informazioni presso Officine della Cultura, via Trasimeno, 16. Tel. 0575 27961 – 338 8431111 – http://www.officinedellacultura.org.

Bambini e minori transgender: la storia di Jazz Jennings

Il mio articolo, dedicato a Jazz Jennings e al tema dei minori transgender, per gli amici di PRIDE (www.prideonline.it), tornati nella versione online (visitate il sito, merita davvero).
Un ringraziamento a Frank Semenzi, Marco Albertini e a tutta la redazione, fra i pochissimi ad avermi concretamente sostenuto negli anni con la promozione dei miei libri, ad maiora!

Per leggere l’articolo, cliccate su questo link: https://www.prideonline.it/2017/10/29/all-that-jazz/

“La piccola principe” di Danna: quando il femminismo dogmatico vorrebbe delegittimare il diritto di parola per le persone trans

Il libro La piccola principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione (VandA ePublishing, Milano 2018) di Daniela Danna, ricercatrice in Sociologia generale presso l’Università degli studi di Milano, analizza il fenomeno dell’aumento significativo del numero di persone che – in Paesi come Svezia, Finlandia, Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada – accedono a percorsi di transizione di genere in direzione FtM (Female to Male) durante l’adolescenza. 

La premessa indispensabile a ogni considerazione sul testo di Danna è che nessuno – tantomeno i rappresentanti delle associazioni transgenere e gli attivisti T italiani – intende negare il fenomeno sociale a cui Danna fa riferimento: l’aumento di richieste di accesso ai percorsi di transizione e autodeterminazione FtM da parte di adolescenti e famiglie esiste, è documentato e inizia a essere una realtà anche in Italia.

Cosa, questa, che sanno bene tanto i professionisti (psichiatri, psicologi, endocrinologi, avvocati, giudici) che lavorano a stretto contatto con la realtà transgenere, quanto gli operatori e gli attivisti che da anni lavorano nelle associazioni. Tenendo conto del fatto che in gioco c’è la salute di persone adolescenti, il fenomeno merita certamente attenzione, prudenza, studio e grande cautela.

Il dibattito e il confronto su un tema così delicato necessitano di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche), di una visione non dogmatica, di esperienza diretta e documentata con il fenomeno e con le persone a cui ci riferiamo e di onestà intellettuale. Elementi, questi, che nel saggio di Daniela Danna mancano

L’analisi della sociologa milanese – pur ricca di importanti considerazioni sulle conseguenze della misoginia che tutti, nessuno escluso, abbiamo introiettato – risulta infatti parziale e strumentale. Troppo spesso, inoltre, impone verticalmente, quasi muscolarmente, visioni dogmatiche («Non esistono bambini e adolescenti trans. Esistono bambini e adolescenti effemminati e bambine e adolescenti mascoline» – «Il concetto di ‘cis’ non ha senso»), stereotipate («Invece ci sono donne trans ipercurate, depilate al laser, manierate e seduttive, quindi molto più ‘cis’ di noi lesbiche anche se sono trans!») e oscurantiste («Possiamo solo rappezzare mostri come Frankenstein da pezzi di da pezzi di cadaveri: gli esseri viventi non nascono in laboratorio»).

Dalla lettura di questo saggio deriva l’impressione che i percorsi di transizione degli adolescenti vengano usati come grimaldello per scardinare l‘impianto teorico legittimante la stessa esistenza delle persone T sul piano giuridico, scientifico, sociale: a essere messa in discussione è, infatti, l’identità di genere attraverso la selezione capziosa di dati e ricerche.

Danna riporta in auge l’errata identificazione del fenomeno della variabilità di genere con quello dell’omosessualità, riconoscendo nella misoginia interiorizzata la causa dei percorsi di transizione e autodeterminazione FtM. Ritorna poi – ignorando decenni di studi e letteratura scientifica che avvalorano la tesi che la variabilità di genere non rientra nel novero delle patologie mentali ma, semmai, delle variazioni naturali della concezione comune e binaria dei generi – sulla “questione delle cause”, mettendo all’angolo l’autodeterminazione delle persone T. 

Mette, infine, in dubbio la stessa presa di parola delle persone T e la possibilità per le persone T di definirsi come gruppo sociale che nomina la sua stessa oppressione, cancellando decenni di movimento, di comunità e di subultura transgenere italiana e internazionale. «Questa gran confusione – si legge nel saggio – suggerisce sia meglio buttar via la parolina ‘cis’, e cestinare anche la credenza che chi è cis goda di un privilegio nei confronti di chi è ‘trans’».

Non occorre essere sociologi per sapere che qualsiasi gruppo sociale, qualsiasi minoranza ha avuto e ha bisogno di parole per definire la propria differenza rispetto alla maggioranza: la parola cisgender potrebbestare a transgender come, ad esempio, la parola omosessuale sta a eterosessuale. E, se la parola cisgender non piace a qualcuno, ce ne sono tante altre. Negli anni ’90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, nel gergo della comunità T, utilizzavamo espressioni (spesso con il sorriso sulle labbra) come “donna genetica” o “uomo genetico” per definire chi non era transgenere, o “ragazze XY” o “donne XY” per definire le donne transgenere.

Il linguaggio cambia con i decenni e le generazioni. A non cambiare è il bisogno della comunità T (e di qualsiasi minoranza) di definire se stessa e di significare il mondo con il suo sguardo. Ora è proprio questo nostro bisogno di parlare di noi e per noi che nel saggio di Daniela Danna viene messo in discussione e delegittimato.

Il problema sembra non essere la parola cisgender, ma l’idea che le persone transgenere prendano la parola come gruppo sociale. Cercare di impedire e di frenare l’articolazione di nuovi linguaggi, che nascono dal bisogno di un gruppo di definire la sua oppressione nel sistema sociale, significa promuovere l’idea che il linguaggio delle minoranze e delle subculture vada, in qualche modo, riconosciuto e validato da autorità esterne, controllato, se non censurato

Danna fa, insomma, ciò che il patriarcato fa da sempre con la presa di parola delle donne, prendendo pretestuosamente un tema delicatissimo che per essere affrontato richiederebbe, più di tutto, l’assenza di posizionamenti ideologici

Sul femminismo TERF (Femminismo Radicale Trans Escludente)

Estratto dalla mia intervista per MarieClaire.it (qui il link all’articolo di Debora Attanasio) sul femminismo trans-escludente.

“La bomba è scoppiata negli Stati Uniti e le schegge sono inevitabilmente ricadute in Europa”, spiega Monica Romano, scrittrice ed esponente di lungo corso del movimento LGBT italiano, autrice fra gli altri di “Diurna. La transessualità come oggetto di discriminazione” e Gender R- Evolution (Mursia).

“In Italia, a dire il vero, è più preoccupante la spaccatura interna nei movimenti Lgbt perché Arcilesbica – già in rotta con il resto del movimento per la GPA – ha innescato un attacco alle trans. Vale la pena ricordare che la frangia femminista Terf non è rappresentativa di tutto il femminismo, costituisce una minoranza e questo va specificato per non compromettere quella che sta diventando un’alleanza sempre più forte. Le Terf dicono che donne si nasce, non si diventa.
Questo ci marginalizza, sminuisce il diritto – acquisito in Italia dalle donne transgender grazie a una legge del 1982 – di essere considerate donne al pari di tutte le altre dopo un percorso che implica grande dolore, sforzi e difficoltà per l’adeguamento della nostra identità sociale”.
Con il resto delle femministe, che sono la stragrande maggioranza, il rapporto è invece sano: “Io mi definisco femminista e dialogo con la Libreria delle Donne di Milano, istituzione storica del femminismo”, dice Monica Romano. Tuttavia, entrando nel merito della polemica su cui ha punta il dito il Guardian, riconosce la validità di alcune critiche espresse dalle femministe rispetto al movimento LGBT. “La misoginia di molti gay, ad esempio, è innegabile. Ed è vero che l’impostazione familiare di una donna transgender è stata maschile, e che ne conservano alcune caratteristiche come, ad esempio, una maggiore assertività. Ma siamo così sicure che l’assertività sia una caratteristica necessariamente maschile? O è la cultura in cui viviamo che ci induce a pensarlo? Quando ho iniziato a vivere come donna, a 19 anni, sono diventata consapevole delle discriminazioni e dei soprusi che le donne subiscono, subendole in prima persona nel lavoro: io stessa fatico a rompere il “soffitto di cristallo” nel mio lavoro, ad avere i giusti riconoscimenti come laureata e professionista, perché sono una donna. La verità sta nel mezzo. Io ho sempre lavorato per costruire un ponte fra le donne e le donne transgender. Noi donne trans subiamo violenza e discriminazione. Le donne, tutte, subiscono violenza e discriminazione. Chi è il responsabile comune dei nostri problemi? Il patriarcato. È il patriarcato l’unico nemico contro cui donne e donne trans dovrebbero muoversi compatte. Far scoppiare guerre interne è un errore e una perdita di tempo da entrambe le parti. Un allontanamento da un obiettivo comune, da cui trae vantaggio solamente il patriarcato”.

Cisplaining e dintorni: Scarlett Johansson, polemica sui social per il ruolo di un transgender

La comunità transgender protesta contro la diva che interpreta un boss di Pittsburgh che cambia sesso. Trace Lysette: “Voi potete continuare a interpretare noi, ma noi non voi? Non solo ci rubate la nostra storia, ma vi date pacche sulle spalle e vincete trofei scimmiottando quello che abbiamo vissuto”.
Questo mio articolo risulterà impopolare ma io sono d’accordo con Trace Lysette (attrice transgender) e voglio tornare a parlare della “presa di parola” delle persone T*.

Premetto che di Scarlett Johanssoon poco mi importa, così come di Holliwood e dintorni. Mi importa invece di dire – e a voce alta – che i vissuti transgender vengono ormai costantemente cannibalizzati da persone non transgender (o cisgender) per ottenere visibilità, palchi, finanziamenti e riconoscimenti. Questo è un fatto. Perché la “T” sta diventando un business e fa gola a molti, negli Stati Uniti come in Italia, e a vari livelli: dal mondo dello spettacolo, a quello della moda, fino ad arrivare ai servizi offerti alle persone T* per i percorsi di transizione che – ricordiamolo – sono molto ben renumerati e non offerti per beneficenza o filantropìa.

Credo poi sia importante evidenziare il fenomeno del cisplaining, parola  da me liberamente ricavata dalla suggestione del termine mansplaining. Con mansplaining si indica, da qualche anno, l’atteggiamento paternalistico di alcuni uomini quando spiegano a una donna qualcosa di ovvio, oppure qualcosa di cui lei è più esperta di lui. Potremmo prendere l’esempio dell’uomo geometra che pensa di poter spiegare alla donna architetto la materia per la quale lei ha conseguito un titolo accademico perché comunque convinto di saperne più di lei. Un atteggiamento analogo viene adottato da tutte quelle persone cisgender che pretendono di spiegare a noi persone T* cosa significa essere transgender e vivere come transgender, il cisplainning, appunto.
Abbastanza ridicolo, non è vero? Eppure accade, e di continuo! E se noi obiettiamo e facciamo presente che nessuno deve spiegarci chi siamo e come viviamo – tantomeno una persona che transgender non è – sono guai! In tempo record parte il disco rotto del “siamo tutti persone”, “basta con questo «noi» e «voi»”, passando per il paternlistico “dovreste essere grati che si parli di voi”, fino ad approdare al lettino dell’analista che ci spiega che “transgender lo siamo tutti” o alle deliranti (ma molto frequenti) risposte “fate razzismo al contrario!” e “vi ghettizzate”.

Appena prendiamo la parola veniamo, insomma, subito zittite e zittiti.
Quello che da sempre accade quando una minoranza prende la parola, quello che accadeva e accade ancora oggi quando un nero nomina i “bianchi” per evidenziarne il privilegio e un sistema di oppressione, quello che accade quando gay e lesbiche usano la parola “eterosessuale” in un mondo eterosessista o quando una donna denuncia il maschilismo in un sistema patriarcale è che giunge la censura, spesso anche brutale e verbalmente aggressiva.
A noi succede quando osiamo pronunciare la parola “cisgender” per definire l’oppressione che subiamo o costruire la nostra subcultura, o quando diciamo che essere uomini o donne transgender e definirsi queer sono cose molte diverse e che non vanno confuse.
Io ribadisco – e con forza – che non è vero che “siamo tutt* transgender”,  semplicemente perché quando finisco di confrontarmi sui social ed esco per la strada, la persona che viene identificata come T* sono io e non chi pretenderebbe di parlare al mio posto o di spiegarmi la mia vita.
Io pago le conseguenze e le sanzioni sociali di un’identità differente e minoritaria, in ogni giorno della mia vita e in ogni contesto e devo poter rivendicare il mio diritto di parola sulla mia vita e su come viene rappresentata senza sentirmi zittita e censurata.
Per dirla con Angela Davis:
Non voglio più accettare le cose che non posso cambiare: voglio poter cambiare ciò che non accetto.
To be continued.

LGBT e Diversity. Formazione presso Discovery Italia

 

 LGBT e Diversity: dalla rappresentazione all’inclusione.

L’incontro formativo si terrà giovedì 28 giugno alle 16.30 presso Discovery Italia, Via Uberto Visconti di Modrone, 11, Milano.

 

LGBT Flag Button with Business Concept Stick Figures

 

 

Discovery ha fatto della “capacità di raccontare il mondo attraverso le storie delle persone” la sua mission, individuando nel “real life entertainment” un efficace strumento di intrattenimento intelligente e divulgazione.

Come il racconto di vita delle persone LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) può cambiare l’immaginario collettivo e la gestione delle relazioni aziendali, favorendo una maggiore inclusione? Quanto il linguaggio e la scelta delle parole plasmano e modificano la realtà – a partire dai luoghi di lavoro – e risultano determinanti per una  rappresentazione corretta e rispettosa delle differenze anche a livello comunicativo e mediatico? Perché l’inclusione migliora  il team working ed è una pratica virtuosa a tutti i livelli aziendali?

L’incontro sarà tenuto dalla dott.ssa Monica Romano, HR Administrator, attivista per i diritti LGBT e scrittrice.

Il corpo è nostro e lo gestiamo noi! Arcilesbica, ProVita e femminismo radicale contro l’autodeterminazione delle persone transgender

Da più parti, e trasversalmente, stanno arrivando attacchi all’#autodeterminazione delle persone #transgender.
In gioco la c’è la libertà di decidere dei nostri corpi (esattamente come fu – ed è – per le donne) che un certo pensiero vorrebbe rimettere in discussione, a partire dalla possibilità di sottoporci a interventi chirurgici e a terapie ormonali.
Penso a un certo integralismo cattolico (ProVita), a parti (minoritarie, per fortuna) del femminismo radicale, e a parti del movimento LGBT che sembrano – in modo preoccupante – convergere sull’idea che a decidere dei nostri corpi non dobbiamo essere noi, ma – tanto per cambiare – altri.
È una battaglia sui nostri corpi e sulle nostre vite quella che dovremo portare avanti negli anni a venire, per il diritto a decidere per noi stess*, contro ogni forma pensiero fascista e sovradeterminante.
Resistiamo!

Brenda, la vera vittima del caso Marrazzo – Estratto dal libro “Storie di ragazze XY”

“20 NOVEMBRE 2009

«Ilenia, ma ti rendi conto di come ci stanno rappresentando? Per Dio, nemmeno nel momento della fine
ci portano un barlume di rispetto!»
Sofia era furibonda e per me era un vero sollievo ascoltare una voce indignata, trovare da qualche parte
cordoglio per la morte di #Brenda.
Avevo visto quella ragazza tante volte in televisione nell’ultimo mese e non mi fu difficile ricordare il
suo viso, l’insistenza che le telecamere avevano nel braccarla quando usciva da casa, le inquadrature a
tradimento sul corpo, sulle mani in particolare, la giornalista che, nel rivolgersi a lei, si permetteva il
«tu» e scandiva le parole ad alta voce, come si fa con i bambini e come molti fanno quando incontrano un
nero, un migrante o un senzatetto.
La tivù non faceva che parlare di lei.
«Avvicinato da giornalisti e fotografi in via dei Due Ponti, a pochi passi da via Gradoli, Brenda, il trans
del caso Marrazzo, soprannominato Brendona, apparso Infastidito, ma non si è sottratto alle domande
dei cronisti.»

Brenda è morta il 20 novembre, proprio nella giornata della memoria #transgender.
Quale sarà stato il suo cognome?
Per i giornalisti noi trans non abbiamo il cognome, solo il nome.
Solitamente si fanno beffa di noi e, strizzando l’occhio al lettore, lo mettono fra virgolette.
Non contenti declinano participi e pronomi al maschile, cancellando una vita intera con la semplice
scelta di una vocale.
I peggiori usano definizioni offensive come «travestito» o «viado», parola spaventosa che in portoghese
significa «deviato». Il suono, le immagini evocate, il contesto culturale che gli ha dato vita, tutto mi spaventa in questa parola.
«Il viado Brenda ucciso da esalazioni di fumo.»
«Brenda: morto carbonizzato il travestito coinvolto nel caso Marrazzo.»
Il cognome di quella ragazza era Mendes Paes.
Quali saranno stati i suoi sogni, i suoi pensieri, la sua storia?
Quale opinione avrà avuto di quei «cronisti» che la rincorrevano nell’atrio di un portone?
Irrompendo nelle mie riflessioni, Sofia proseguiva con la sua invettiva.
«Diciamocelo chiaro: la stragrande maggioranza delle persone pensa che lei quella morte l’abbia meritata.
Ti dirò di più, sono contenti che lei sia morta così. Ci odiano, è questa la realtà! Pensaci bene: secondo
te esiste una categoria sociale più disprezzata e bistrattata della nostra?»
Sorridevo perché entrambe conoscevamo già la risposta, ma questo gioco ci divertiva.
«Dunque, fammi pensare… i gay e le lesbiche se la passano molto meglio di noi, mediaticamente parlando.
Quando picchiano un gay, almeno fingono di indignarsi, figurarsi se ne uccidessero uno.
Le prostitute vengono sì uccise, finiscono anche loro in cronaca nera e tutti pensano che se la siano
cercata, ma non sono disprezzate come le trans. I migranti hanno dalla loro la sinistra e i sindacati… Forse
Joseph Carey Merrick, l’Uomo elefante, hai presente? C’è da dire che lui almeno…»
«Ilenia, è inutile! siamo noi le prime classificate nella top ten degli emarginati! Non c’è gara!»
Scoppiammo in una risata liberatoria.
Sì, siamo davvero imbattibili.
Cercando di addormentarmi, osservavo la tivù senza volume che riproponeva di continuo la stessa
foto di Brenda: aveva un maglione bianco attillato, due grandi orecchini e l’aria smarrita.

Almeno questo era quello che io vedevo.”

Estratto dal libro Trans. Storie di ragazze XY DI Monica Romano per Ugo Mursia Editore.