Uccisa Hande Kader, donna transgender e attivista per i diritti LGBT in Turchia

“Il mio nome è Hande Kader e sono una donna transgender turca.
Ho avuto la sfortuna di vivere in un mondo molto ingiusto e di combattere in un paese che vuole opprimere il mio corpo, politicizzare la mia esistenza e togliermi la voce.
Qui, in questa foto, cammino fieramente alla parata LGBT a Istanbul. Tengo la testa alta, anche se i miei occhi sono pieni di lacrime. La mia stessa esistenza è una forma di resistenza alla repressione sociale e politica che mi circonda.
Sono costretta a lavorare nell’industria del sesso, come la maggior parte di molte donne trans nel mondo. Anche se la società ha cercato di governare con disprezzo la mia vita, sono qui per mettere in discussione la discriminazione sessuale contro di me, chiedendo solo rispetto per il mio corpo.
Sono una vittima del maschilismo cresciuto in questa società, come una malattia orribile, fino a diventare cancrena. Sono una vittima dei vostri valori morali che servono solo agli interessi politici di un’autorità patriarcale, che ha sollevato questo odio che mi ha bruciata viva.
Il mio omicidio non è semplice omicidio, è un crimine politico.
La misoginia e la transfobia sono i mostri che mi hanno ucciso a sangue freddo.
So che i morti non parlano, ma il mio silenzio è il grido di tante altre donne là fuori che stanno scrivendo queste parole, perché potevano essere loro nella mia stessa situazione. Scendete per le strade con il mio nome sulle labbra e abbiate il coraggio di lottare per i vostri diritti, fate del vostro corpo uno scudo per le battaglie per la libertà di essere voi stessi, per la democrazia, per il rispetto!
So che i morti non parlano, ma io sono te e tu sei me! E quando sentirai il mio silenzio, fai con che la nostra voce diventi più forte!”

di Esra Dogan

In memoria di Hande Kader, una giovane donna transgender simbolo della rivolta contro la repressione ‪#‎LGBTI‬ nella Turchia di Erdogan, attivista per l’uguaglianza e per i diritti civili. Hande è stata barbaramente uccisa, stuprata, mutilata e bruciata viva. Aveva soltanto 22 anni.

In memoria di Simonetta Piscopo, “Piccola Ketty”, vittima di odio transfobico

Sono stanca.
Stanca di sentire che una donna trans* è morta, perchè è stata indotta a togliersi la vita o perchè altri gliel’hanno strappata via (c’è differenza?).
Stanca del silenzio che accompagna queste morti di sorelle, le morti di chi per questo mondo è “senza valore”.
Poche voci si alzano nel dolore e nella protesta, di solito di altre donne transgender e di pochi amici davvero con noi nel cordoglio e nell’indignazione. Alla maggioranza del resto, nulla importa.

Passano gli anni, passano i decenni e la lista di vittime si allunga, e ci si sente sole, impotenti, stupide e sempre più incazzate.
Si arriva a temere la rabbia che si prova… e si ha ancora più paura quando ci si ricorda di avere qualcosa in comune con quelle donne ammazzate così.
Poi arriva il senso di colpa, ogni volta, immancabile.
Perchè ti senti un po’ vile rispetto a certi pensieri.
Quando ad esempio non riesci a ricordare il nome di quella ragazza uccisa in circostanze molto simili anni prima. Perchè la lista è lunga, ed è impossibile ricordarle tutte, certo. Ma anche, diciamoci la verità, perchè il bisogno di vivere la tua vita a volte è tanto prepotente da spingerti a dimenticare quell’inferno di violenza e morte, almeno per un po’. E insieme ad esso si perdono anche quei nomi.
Invece non dobbiamo dimenticarli, queste donne non vanno dimenticate!

Simonetta Piscopo è l’ultimo nome, conosciuta come “Piccola Ketty”.
Uccisa a Napoli, i giornali stanno rendendo pubblico in queste ore il suo nome anagrafico, senza alcun rispetto, senza alcun cordoglio e delicatezza…
Non restiamo indifferenti, protestiamo, commemoriamo, ricordiamo, facciamo sentire la nostra voce!
Che la terra ti sia lieve, Simonetta.

 

Presentazione di “Storie di ragazze XY” a Milano

Milano, 20 febbraio, ore 18:30, presso il teatro Filodrammatici.
Interverranno:
  • Matteo B. Bianchi, scrittore, editor e autore tv.
  • Massimo D’Aquino, scrittore e attivista per i diritti LGBTI, autore del libro “Camminavo rasente i muri (autobiografia tascabile di un transessuale).”
  • Paola Morello, attrice e professionista milanese, donna e madre.

Modera l’incontro:

  • Marco Albertini per la rivista “Pride”.

Il libro è disponbile in tutte le librerie (Rizzoli, Lirus, Feltrinelli, Ibs, Amazon e in tutte le librerie online).

«I ragazzi della mia età spesso venivano a chiedermi a quale metà del cielo appartenessi. C’erano i maschi, c’erano le femmine, e c’ero io. Poteva essere questa la risposta? Non nel mondo in cui vivevo

«Sei maschio o femmina?» È il 1986 quando Ilenia si sente fare per la prima volta questa domanda. Al momento non sa cosa rispondere, non vuole essere diversa, è e basta. La ricerca di una vera risposta la accompagnerà lungo tutto il cammino attraverso l’adolescenza e verso l’età adulta. Il suo è il viaggio travagliato di una ragazza che sembra avere per la società e per i benpensanti un’unica meta, la prostituzione. Ma Ilenia è una persona che non si arrende e scompiglia fin da subito le carte del destino: nonostante bullismo, discriminazione, violenze fisiche e verbali, si laurea, trova un lavoro e un amore inaspettato, quello per una donna.
Le paure, le battaglie, le ferite, i traguardi di una giovane trans, che come tante altre ragazze XY, lotta per una vita serena e autentica, verso la libertà di genere e il pieno diritto di cittadinanza per le persone transgender nella società civile.

Pagina evento

Pagina Facebook dedicata al libro

 

Sedicesimo Transgender Day of Remembrance (Giornata della Memoria Transgender)

Il prossimo 20 novembre, in occasione del sedicesimo TDOR – “Transgender Day of Remembrance (Giornata della Memoria Transgender), in tutto il mondo la comunità LGBT commemorerà le vittime dell’odio e del pregiudizio transfobico, e la nostra associazione, il Circolo culturale “Harvey Milk” Milano, organizzerà una veglia commemorativa con il patrocinio del Comune di Sesto San Giovanni e l’adesione della Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni (Giovedì 20 novembre alle 21, in via Dante  6, presso la Biblioteca Civica di Sesto San Giovanni, sala “Carlo Talamicci”).

Insieme leggeremo i nomi delle vittime, ricorderemo le circostanze della loro morte, accenderemo una candela in memoria di coloro che hanno pagato con la vita l’espressione della propria identità di genere. Seguiranno la proiezione di un cortometraggio sulla realtà transgender in Italia e un momento di confronto e dibattito sul tema della transfobia, al quale interverranno:

Ogni anno, ad ogni veglia, ci auguriamo di non doverci rivedere il 20 novembre dell’anno successivo, di non dover ricordare ed onorare altre sorelle e fratelli vittime dell’odio transfobico. Dovremo invece incontrarci ancora una volta, per pronunciare e ricordare ad alta voce ben 79 nomi, vite, storie. Tante sono infatti le vittime segnalate al sito ufficiale del TDOR (http://tdor.info/). Un numero che sottostima significativamente il totale degli omicidi di persone trans nel mondo, poiché fotografa soltanto quelli segnalati dalle cronache e registrati dalle associazioni (in ancora molte parti del mondo, pensiamo a quei paesi che considerano illegale la condizione transgender, gli omicidi di persone trans non vengono segnalati, né tantomeno registrati), oltre a non tenere conto dei suicidi causati dallo stigma e dall’emarginazione sociale (diversi studi hanno dimostrato che la popolazione transgender è fra le più esposte al rischio di suicidio).

Ricorderemo e commemoreremo anche i nomi di donne che non hanno avuto giustizia e i cui assassini sono ancora a piede libero, come Emanuela di Cesare, brutalmente massacrata il 23 Aprile del 2007 a Pescara, o Andrea Quintero, la trans colombiana trovata morta la notte tra il 28 e il 29 luglio del 2013 sul binario 10 della stazione Termini di Roma, uccisa a bastonate.

Emanuela Di Cesare

Emanuela Di Cesare

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Il 20 novembre porta con sé, da ormai sedici anni, la cronaca di una violenza sistematica a cui la popolazione transgender è esposta. Le persone trans vivono infatti nella consapevolezza di dover temere aggressioni cieche ed ingiustificate contro la loro persona, che hanno il solo scopo di danneggiare, umiliare o annientare. I gesti riconducibili a questa forme di violenza non vengono normalmente considerati come casi di ingiustizia sociale, ma come atti riconducibili a singoli individui particolari, perlopiù fanatici, devianti o squilibrati. Quest’interpretazione è però pericolosa e fuorviante, poiché non dà conto di quanto il contesto sociale di contorno li renda possibili o addirittura accettabili. Ciò che rende la violenza un fenomeno di ingiustizia sociale, e non semplicemente un’infrazione individuale alla morale ed alla legalità, è il suo carattere sistemico, il suo essere di fatto pratica sociale.

La violenza è quindi sistemica, perchè diretta agli appartenenti ad un gruppo sociale per il solo fatto che vi appartengano. Così come ogni donna ha motivo di temere lo stupro ed ogni nero la discriminazione, ogni persona transgender vive sapendo di essere un bersaglio di possibili aggressioni o molestie.

Questo tipo di violenza si può quasi considerare legittimata e tacitamente tollerata a livello sociale. Emblematico di questa tacita legittimazione e speculare delle convinzioni implicite nel tessuto sociale è l’ atteggiamento dei media, ovvero il modo in cui gestiscono notizie riconducibili a persone transgender. La violenza, l’omicidio di persone trans è infatti accompagnata da un omertoso silenzio nelle società occidentali, eccezion fatta per qualche trafiletto di cronaca nera che riporta, senza denunciare si badi, ma solo registrando, una fredda e distaccata (non può esservi eccessivo cordoglio per l’omicidio di una persona transgender) descrizione degli eventi in cui solitamente si evidenziano dettagli morbosi. E’ così considerato normale che una ragazza trans venga uccisa a causa della sua differenza, ancor più se straniera, ancor più se proveniente da un paese latino, a maggior ragione se dedita alla prostituzione: in quella gerarchia sociale che il cordoglio o la sua negazione mettono drammaticamente in evidenza, essa è destinata ad occupare l’ultimo posto.

Ritenendo che l’organizzazione di eventi aperti al pubblico in occasione del TDOR possa favorire la sensibilizzazione della cittadinanza sulle tematiche relative all’identità di genere e alla transofobia, ci prepariamo alla prossima veglia, augurandoci di tutto cuore di non doverne vivere altre.

L’arresto di Vladimir Luxuria a Sochi e la transfobia della comunità LGBT italiana

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Sono molto felice per la liberazione di Vladimir Luxuria, arrestata a Sochi, in Russia, per aver manifestato il suo dissenso alle leggi omofobiche di Putin sventolando una bandiera che riportava lo slogan: “Gay is right”.
Meno contenta per le tante dimostrazioni di transfobia che ho avuto modo di leggere qua e là nel web, persino in bacheche di persone LGBT*. Commenti del tipo: “Se l’è andata a cercare, ora non si lamenti.” non sono degni di una comunità che si definisce egualitaria e democratica.
Sarò cattiva e malpensante, ma sono convinta che quelle stesse persone avrebbero invece manifestato solidarietà per il gay ‘perbene’, in giacca e cravatta, o per l’intellettuale lesbica.
Sarebbe davvero ora di farla finita con questa gerarchia delle differenze nella quale le persone trans* occupano sempre l’ultimo posto.

Tutta la mia stima per questa donna e per la sua battaglia per la libertà. Forza Vladi! #luxurialibera

I miei auspici per il 2014

Per l’anno che ci attende ho diversi (utopici?) auspici.

Spero che la transfobia e l’omofobia interiorizzata, spettri ancora troppo presenti nella nostra comunità, se ne vadano finalmente in soffitta, di non dover più incontrare persone di nemmeno vent’anni che si vergognano come ladri del loro essere trans*, lesbiche, gay, bisessuali, ben nascoste e già vittime del peggiore conformismo.

Spero che questo sia l’anno dei “coming out” di massa, della visibilità e dell’orgoglio LGBT*. Spero che molte persone vincano la paura e si dichiarino, perchè non c’è cosa più bella e liberatoria del potersi mostrare alla luce del sole, portando la tua differenza con dignità e orgoglio, nella vita vera. Questa sarebbe la chiave di volta del cambiamento culturale che spesso invochiamo.

Spero che il 2014 veda l’affermarsi del principio di laicità dello stato,  che la gente finalmente si svegli, e che l’operazione di restlyling di Bergoglio vada a farsi benedire.

Spero che certi principi borghesi concepiti unicamente al mantenimento dello status quo, che spesso finiscono col dividerci, vengano finalmente smascherati. Non è vero che “siamo tutti sulla stessa barca”, e che il “noi” in contrapposizione al “loro”, non esiste. Esiste, eccome!
Il maschio-bianco-eterosessuale ha diritti che io posso solo sognarmi, da una parte c’è lui e dall’altra ci sono io, punto.
Lo stesso dicasi per la dicotomia ricco/povero, lavoratore dipendente/datore di lavoro, bianco/nero.
In questo nostro paese ci sono privilegiati che lo sono sempre di più, e povera gente che arranca con sempre maggiori difficoltà, e questi ultimi devono incazzarsi con i primi, e lottare.

Il mio più sentito e affettuoso augurio per questo 2014 va quindi a chi lotta ogni giorno. Che sia un anno di diritti conquistati per noi tutt*, ora e sempre nello spirito di Stonewall!

Il triangolo rosa. La deportazione delle persone trans nei campi di concentramento nazisti.

Una donna transessuale tedesca che lavorava all’Eldorado. Ricadendo nella categoria degli “omosessuali abituali” e quindi incurabili, le persone transgender furono fra le vittime più facili

Una donna transessuale tedesca che lavorava all’Eldorado. Ricadendo nella categoria degli “omosessuali abituali” e quindi incurabili, le persone transgender furono fra le vittime più facili

L’Olocausto degli ebrei europei fu la conseguenza più tragicamente macroscopica dell’ideologia razzista. Insieme all’Olocausto si verificarono però altri crimini frutto di quella stessa ideologia che generò la “Soluzione Finale”. Altri gruppi di individui vennero individuati come “inferiori” dai nazisti e contro di essi furono perpetrati crimini abominevoli: nel giorno della memoria, troppo spesso si dimentica di ricordare che l’odio nazionalsocialista colpì anche le persone transessuali, contro le quali il secolare pregiudizio era ben radicato nella società tedesca.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, Berlino aveva 40 locali per omosessuali e persone trans, e diversi periodici per gay e lesbiche. La Germania uscita dalla sconfitta del 1918 era però un Paese instabile economicamente e dalla fragile democrazia.

Bande di estremisti nazionalisti e comunisti si combattevano nelle città, il pesantissimo Trattato di Versailles impediva la rinascita finanziaria e produttiva.

In un clima di così grande tensione ebbero buon gioco quei politici che si rifecero agli ideali nazionalistici, all’idea di una Germania nuovamente potente. Quando poi la crisi economica e la spaventosa inflazione devastò il paese mietendo milioni di posti di lavoro, il clima sociale divenne ancora più esplosivo. Malcontento, disoccupazione, rancore per la sconfitta, paura del bolscevismo furono gli ingredienti che permisero all’estrema destra di aumentare sempre più i suoi consensi.

I primi bersagli dei movimenti di destra furono gli ebrei, gli omosessuali e le persone transessuali.

Il Partito Nazionalsocialista elaborò una sua teoria su omosessualità e varianti legate all’identità di genere, sostenendo che si trattasse di malattie contagiose: coloro che erano “affetti” da queste malattie erano considerati anche “sabotatori sociosessuali”.

In una presa di posizione ufficiale il Partito Nazionalsocialista dichiarava:

“E’ necessario che il popolo tedesco viva. Ed è solo la vita che può lottare perché vita significa lotta. Si può lottare soltanto mantenendo la propria mascolinità e si mantiene la mascolinità con l’esercizio della disciplina specie in materia di amore. L’amore libero e la devianza sono indisciplina… Per questo respingiamo ogni forma di lascivia, specialmente l’omosessualità, perché essa ci deruba della nostra ultima possibilità di liberare il nostro popolo dalle catene che lo rendono schiavo”.

Il nazismo aveva quindi un suo preciso progetto: l’uomo doveva combattere, la donna generare. Il popolo tedesco doveva sopravvivere e moltiplicarsi. Le differenze legate alle sessualità o all’identità di genere erano considerate minacce alla crescita della nazione tedesca.

I nazisti distinguevano tra “cause ambientali” che avevano condotto alla “devianza” ed “omosessualità abituale”. Nel primo caso il carcere duro, i lavori forzati, le cure psichiatriche e la castrazione volontaria erano ritenuti provvedimenti utili al reinserimento nella società. Nel secondo caso invece la “malattia” veniva considerata incurabile.

Questi dati hanno portato gli studiosi alla conclusione che tra le persone classificate come “omosessuali abituali” un considerevole numero doveva essere rappresentato da persone transessuali, in primis perchè le trans che all’epoca lavoravano nei locali di Berlino furono fra le prime ad essere deportate. In secondo luogo poichè spesso, nella fascia di “omosessualità abituale”, ovvero di coloro che venivano considerati “incurabili”, rientravano le persone che continuavano ad adottare comportamenti non solo di natura sessuale “deviante”, ma anche di un’espressività di genere differente. Coloro che quindi, pur ben coscienti di rischiare la vita e malgrado l’orrore della “rieducazione”, non riuscirono a “correggere” la propria espressività di genere, mantenendo atteggiamenti “devianti” perchè “effemminati”.

Il dato più paradossale è quello che testimonia che i primi inteventi chirurgici di “cambio di sesso”, in via sperimentale e dai tragici esiti, furono eseguiti proprio all’interno dei lager nazisti. L’extrema ratio per il recupero degli “inguaribili”, nell’ottica nazista, poteva consistere nella riattribuzione al sesso opposto, operata dai chirurghi che conducevano sperimentazioni su cavie umane all’interno dei campi di concentramento.

Una testimonianza sulla detenzione nei campi di concentramento di omosessuali e persone trans* proviene dalle “Memorie” che Rudolf Höss, comandante ad Auschwitz, scrisse prima di essere impiccato. Höss ricorda in questo modo le persone nel campo di Sachsenhausen:

Già a Dachau gli omosessuali erano stati un problema per il campo, sebbene non fossero così numerosi come a Sachsenhausen.

Il comandante e lo Schutzhaftlagerführer erano dell’opinione che fosse molto più opportuno suddividerli per tutte le camerate del campo, mentre io ero d’avviso contrario, avendoli conosciuti molto bene in carcere. Non passò molto tempo che da tutti i blocchi cominciarono a giungere denunce di rapporti omosessuali, e le punizioni non servirono a nulla, perchè il contagio si diffondeva dovunque.

Su mia proposta, tutti gli omosessuali vennero allora messi insieme e isolati dagli altri, sotto la guida di un anziano che sapeva come trattarli. Anche sul lavoro vennero separati dagli altri prigionieri, e adibiti per un lungo periodo a lavorare con i rulli compressori, insieme ad altri prigionieri di altre categorie, affetti dal medesimo vizio. Di colpo il contagio del loro vizio cessò, e anche se qua e là si verificarono questi rapporti contro natura, si trattò sempre di casi sporadici. Del resto, costoro vennero sorvegliati rigorosamente nei loro alloggiamenti, in modo che … non potessero ricominciare…

A Sachsenhausen, fin dal principio gli omosessuali vennero posti in un blocco isolato, e ugualmente vennero isolati dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad una cava di argilla di una grande fabbrica di mattonelle; era un lavoro duro, e ciascuno doveva assolvere una determinata norma. Inoltre, erano esposti a tutte le intemperie, perché ogni giorno doveva essere fornita una determinata quantità di materiale finito, e il processo di cottura non poteva essere interrotto per mancanza di materia prima. Così estate o inverno, erano costretti a lavorare con qualunque tempo.

L’effetto di quel duro lavoro, che avrebbe dovuto servire a riportarli alla «normalità», era differente a seconda delle diverse categorie di omosessuali.

I risultati migliori si ottenevano con i cosiddetti «Strichjungen». Nel dialetto berlinese erano chiamati così quei giovani dediti alla prostituzione, che intendevano per tal via guadagnarsi facilmente da vivere, rifiutando di compiere qualunque lavoro, sia pure leggero. Costoro non potevano assolutamente essere considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio era per essi soltanto un mestiere, e quindi la dura vita del campo e il lavoro faticoso furono per essi di grande utilità. Infatti, nella maggioranza, lavoravano con diligenza e cercavano con ogni cura di non ricadere nell’antico mestiere, poiché speravano così di essere rilasciati al più presto. Arrivavano al punto di evitare addirittura la vicinanza dei veri viziosi, volendo in tal modo dimostrare che non avevano nulla a che fare con gli omosessuali. Molti di questi giovani così rieducati vennero rilasciati senza che si verificassero delle ricadute; la scuola che avevano fatto al campo era stata abbastanza efficace, tanto più che si trattava in maggioranza di ragazzi molto giovani.

Anche una parte di coloro che erano diventati omosessuali per una certa inclinazione – coloro che, saturi di provare il piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi eccitamenti, nella loro vita da parassiti – poté essere rieducata e liberata dal vizio.

Non così quelli ormai troppo incancreniti nel vizio, cui si erano volti per inclinazione. Questi ormai non potevano più essere distinti dagli omosessuali per disposizione naturale, che in realtà erano pochi. Per questi non servì né il lavoro, per quanto duro, né la sorveglianza più rigorosa: alla minima occasione erano subito uno nelle braccia dell’altro, e anche se fisicamente erano ormai mal ridotti, perseveravano nel loro vizio.

Del resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità femminea, per la civetteria, per l’espressione sdolcinata e per la gentilezza eccessiva verso i loro affini, si distinguevano assai bene da coloro che avevano voltato le spalle al vizio, che volevano liberarsene, e la cui guarigione, ad una attenta osservazione, si poteva seguire passo passo. Mentre quelli che intendevano realmente guarire, che lo volevano fortemente, sopportavano anche i lavori più duri, gli altri decadevano fisicamente giorno per giorno, più o meno lentamente secondo la loro costituzione.

Non volendo, o non potendo, liberarsi del loro vizio, sapevano benissimo che non sarebbero più tornati in libertà, e questo pesante fardello psichico affrettava, in queste nature in genere anormalmente sensibili, la decadenza fisica. Quando poi vi si aggiungeva la perdita dell’«amico», per una malattia o addirittura per la morte di questi, era facile prevedere l’esito finale; parecchi, infatti, si uccisero. L’«amico» era tutto per costoro, nel campo. Parecchie volte si verificò anche il doppio suicidio di due amici.

Nel 1944 I’SS-Reichsführer fece compiere a Ravensbruck degli esami di «riabilitazione». Gli omosessuali della cui guarigione non si era perfettamente convinti, vennero messi a lavorare, come per caso, insieme a prostitute, e tenuti sotto osservazione. Le prostitute avevano il compito di avvicinarsi come per caso ad essi e di eccitarli sessualmente.

Quelli che erano realmente guariti approfittavano senz’altro dell’occasione, senza neppure bisogno di essere stimolati, mentre gli incurabili non guardavano neppure le donne. Anzi, se esse si avvicinavano loro in modo troppo evidente, si allontanavano con manifesto disgusto.

Secondo la procedura, a quelli che stavano per essere rilasciati venivano offerte occasioni di stare con individui del loro sesso. Quasi tutti rifiutavano questa possibilità e respingevano energicamente tutti i tentativi di avvicinamento dei veri omosessuali.

Vi furono però anche dei casi limite, che accettarono e l’una e l’altra occasione. Non so se costoro potrebbero essere definiti dei bisessuali. In ogni caso, fu molto istruttivo per me poter studiare la vita e gli stimoli degli omosessuali di ogni genere e osservare le loro reazioni psichiche in relazione alla prigionia.”

In un primo tempo gli internati in base al paragrafo 175 furono costretti ad indossare un bracciale giallo con una “A” al centro, che indicava la parola tedesca “arschficker”, sodomita. Altre varianti furono dei punti neri o il numero “175” in relazione all’articolo di legge. Soltanto successivamente, seguendo la rigida casistica iconografica nazista, venne adottato un triangolo rosa cucito all’altezza del petto.  Con la liberazione dei campi da parte degli Alleati, i triangoli rosa non riacquistarono la libertà. Americani ed inglesi non considerarono omosessuali e persone transgender alla stessa stregua degli altri internati, ma criminali comuni. Ci fu così chi, uscito dai campi di concentramento, fu trasferito nelle carceri delle forze alleate.

Bibliografia

“Olokaustos.org”, primo sito web italiano che ha come argomento la storia dell’Olocausto dal 1933 al 1945.

Manifesto per la libertà di genere. Seconda parte: dignità umana e rivoluzione culturale.

Martha Nussbaum, da anni impegnata a costruire un nuovo progetto etico-politico volto a dare un effettivo spessore al concetto di dignità umana e di giustizia sociale, riformula il concetto di dignità rivalutandone i presupposti. Dimostrando che anche nella più equa delle società contemporanee unico destinatario dei diritti individuali è l’individuo razionale, consapevole ed indipendente, Nussbaum concentra la sua attenzione su quegli individui titolari solo nominalmente di diritti considerati fondamentali: bambini, anziani, donne, persone non autosufficienti, persone che vivono in culture non occidentali. Obiettivo di questa elaborazione è l’individuazione di modalità che conservino la forza universalistica dei diritti e, nello stesso tempo, facciano sì che questi realmente garantiscano la dignità umana al di là delle differenze. Il raggiungimento di quest’obiettivo è possibile, secondo Nussbaum, nel momento nel quale ci si chiede se le persone in una determinata società siano davvero messe in grado di essere e di fare ciò cui aspirano, ovvero ampliando la nozione di beni primari fino a ricomprendervi quella di capacità (Nussbaum, 2002).

L’approccio delle capacità, in ambito politico, si basa sull’intuizione di fondo per la quale alcune facoltà umane impongono l’esigenza morale di essere sviluppate: la possibilità di vivere una vita di normale durata, il poter godere di una buona salute, di un’integrità fisica, della possibilità di coltivare sensi, immaginazione e pensiero, di poter provare ed esprimere sentimenti, di dar vita ad un proprio concetto di bene, di provare senso di appartenenza e di avere controllo del proprio ambiente in senso politico (poter partecipare alle scelte politiche) nonchè materiale (avere un concreto in quanto realizzabile diritto di possesso così come di un lavoro degno di un essere umano). Gli esseri umani sono creature tali che, se fornite del giusto sostegno educativo e materiale, di quegli elementi necessari ad un funzionamento autenticamente umano, possono essere pienamente in grado di assolvere le funzioni sopra citate. Diversamente, quando queste facoltà sono private delle basi indispensabili al proprio sviluppo, esse diventano infeconde e mutilate, in qualche modo l’ombra di se stesse.

Nell’analisi di Nussbaum le capacità sono dunque il presupposto irrinunciabile delle facoltà umane: al di sotto di un certo livello di capacità, di una certa soglia, non è possibile sviluppare quelle facoltà sopracitate che impongono l’esigenza morale di essere sviluppate e non è quindi più possibile parlare di umana dignità.

Partendo da questa elaborazione del concetto e dignità è possibile affermare che l’oppressione spinge gli individui transgender al di sotto di quel “livello di capacità”, presupposto irrinunciabile per Nussbaum alla dignità umana.

L’oggettivazione e la manifesta dominazione dei gruppi disprezzati che vigevano nell’Ottocento, sono secondo Young oggi meno violente, poichè a livello di pensiero è emersa un’adesione al principio di uguaglianza universale. Tuttavia razzismo, sessismo, maschilismo, omofobia, transfobia, giovanilismo ed integrismo non sono scomparsi, sono semplicemente entrati nella clandestinità e si annidano in abitudini quotidiane e significati culturali, producendo comunque oppressione. L’unico modo per estirpare tali pratiche è renderle moralmente condannabili, privarle di quella legittimazione e di quella forza che sono comunque originate in ambito culturale, lavorando ad una rivoluzione culturale, che a sua volta richiede una rivoluzione delle soggettività. Solo modificando direttamente le abitudini culturali si modificheranno le oppressioni che esse producono e rinforzano; ma la modificazione delle abitudini culturali può avvenire soltanto se gli individui prendono coscienza delle proprie personali abitudini culturali e si impegnano a modificarle.

Il termine transgender nasce da quell’esperienza che W.E.B Du Bois ha chiamato “doppia coscienza”, che si forma quando l’individuo trova il proprio essere definito da due culture, quella dominante, volentemente o nolentemente interiorizzata, e quella subalterna del gruppo di appartenenza. I gruppi culturalmente oppressi sono spesso socialmente segregati e relegati in specifiche occupazioni in base alla divisione sociale del lavoro: ciò permette loro di comunicare ed elaborare una propria cultura. Il movimento transgender negli anni ’80 nasce da quella cultura subalterna che ha permesso alle persone di iniziare ad elaborare una propria definizione di sè proprio partendo dal nome che identifica la loro specificità: non più transessuale, termine appiccicato e coniato dal gruppo dominante, ma transgender.

L’autocoscienza sul tema della transfobia potrebbe essere fra le strategie più importanti e produttive per realizzare una rivoluzione culturale di soggetti e culture. La transfobia è una delle più forti esperienze di abiezione, poichè pone l’attenzione su problemi legati all’identità di genere in una società genderista e fortemente basata da una regolazione dei generi senza ambiguità. La variabilità di genere, il transgenderismo provocano pertanto un’angoscia speciale, perchè turbano l’ordine dei generi: poichè l’identità di genere è il cuore dell’identità di ciascuno, la transfobia sembra toccare il cuore stesso dell’identità.

Le pratiche messe a punto dal movimento transgender, in particolare quella dell’ autocoscienza di gruppo, offrono il modello di un metodo che nei fatti sta attuando questa rivoluzione prima delle soggettività e, conseguentemente, del contesto culturale di riferimento. Per l’analisi di questo modello si considererà il caso italiano.

A partire dal 1998 le associazioni transgender italiane inaugurano l’esperienza dei gruppi AMA (Auto Mutuo Aiuto) [1].

I primi gruppi AMA riservati a persone transgender nascono a Genova e Milano, e si diffondono rapidamente nelle maggiori città italiane. Nell’ambito di questi constesti le persone transgender mettono in comune le proprie esperienze di frustrazione, infelicità ed angoscia arrivando a scoprire che le loro storie , così personali, sono strutturate da un comune schema di oppressione.

Così, nell’ambito dei gruppi AMA, si inizia a fare anche “autocoscienza di gruppo”. Quet’espressione fu utilizzata per la prima volta dal movimento delle donne negli anni sessanta.

Proprio come le donne anche molte persone transgender iniziano a scoprire che “il personale è politico”, che ciò che in origine avevano vissuto come un problema privato e personale, in realtà possiede dimensioni politiche. Aspetti della vita sociale, che sembrano dati naturali, vengono così tematizzati e si rivelano nella loro natura di costrutti sociali, rendendo visibile lo schema di oppressione.

In questo modo molte persone transgender italiane sono arrivate a definire e ad articolare le condizioni sociali della loro oppressione e politicizzare la cultura optando per forme di attivismo che sfidino l’imperialismo culturale.

Nel processo di politicizzazione della cultura c’è un momento che predede quello terapeutico: il momento dell’affermazione di un’identità positiva da parte di coloro che vivono su di sè l’imperialismo culturale. La presunzione di universalità della prospettiva e dell’esperienza dei privilegiati viene scalzata quando gli oppressi stessi ne mettono in luce l’infondatezza esprimendo in positivo la differenza della propria esperienza. In questo modo le persone transgender hanno iniziato a creare immagini culturali proprie, a formare un’identità positiva autoorganizzandosi e trovando espressioni culturali pubbliche, ad affrontare la cultura dominante rivendicando il riconoscimento della propria specificità sovvertendo gli stereotipi ricevuti.

Non a caso è proprio a partire dal 1998 che il movimento transgender italiano ha subito una significativa estensione, con un aumento del numero di attivisti impegnati in attività politiche, culturali/ divulgative, di assistenza.

Gli attivisti oggi più rappresentativi del movimento e delle istanze hanno vissuto l’esperienza dei gruppi AMA, vivendo in primis una rivoluzione della prorpia soggettività ed impegnandosi a promuovere poi una rivoluzione culturale. Molti attivisti descrivono la propria motivazione all’impegno come un’ “imperativo categorico” che li spinge ad impegnarsi in questo senso.

I risultati sul piano culturale e politico non si sono fatti attendere.

Negli ultimi anni il tema della variabilità di genere è entrato a pieno titolo fra gli argomenti costantemente proposti a livello mediatico, con persone transgender sempre meno oggetti della discussione e sempre più soggetti attivi e propositivi; si è verificato un vertiginoso aumento nella produzione di materiale sulla variabilità di genere prodotto dalle stesse persone transgender e non più, come in passato, solo da medici, finalizzato in particolare alla sensibilizzazione dell’opinione sulla tematica; il gruppo transgender è divenuto soggetto sempre più conosciuto nel dibattito politico, particolarmente da quei gruppi “naturalmente” vicini, come il movimento gay e lesbico o quello delle donne; le sedi di associazioni di persone che svolgono attività di supporto sono aumentate in modo più che significativo (fino a cinque volte); la visione non patologica della variabilità di genere è oggetto del lavoro di informazione e divulgazione innanzitutto internamente alla comunità di riferimento.

Note

[1] Un gruppo di auto-mutuo-aiuto è un gruppo composto da persone accomunate da una situazione di disagio. Tale disagio viene affrontato ed elaborato in prima persona attraverso il confronto, la condivisione e lo scambio di informazioni, emozioni, esperienze e problemi. Nel gruppo di auto-mutuo-aiuto si ascolta e si è ascoltati, senza pregiudizi, in un clima armonioso in cui si scoprono e si potenziano le proprie risorse interiori. Tale gruppo si autogestisce seguendo un sistema condiviso di obiettivi, regole, valori e mira ad incrementare il benessere psicologico di tutti i membri.

Bibliografia

  • NUSSBAUM M.C., Capacità personale e democrazia sociale, Diabasis, Reggio Emilia, 2003.

Manifesto per la libertà di genere. Prima parte: oppressione e dignità umana.

Nella sua accezione tradizionale, la parola oppressione viene identificata con l’esercizio di un potere tirannico da parte di un gruppo dominante, con una forte connotazione di conquista ricollegabile al dominio colonialistico. A tale accezione si ispirano la maggior parte degli utilizzi del termine nel mondo occidentale (di s.).

I movimenti della “nuova sinistra” sorti negli Stati Uniti a partire dagli anni sessanta hanno operato uno slittamento relativamente al concetto di oppressione, definendo oppressi gruppi sociali quali le donne, i neri, i messicani, i portoricani e gli altri ispanici, gli Indiani d’America, i gay e le lesbiche, gli arabi, asiatici, i vecchi, i proletari, i disabili fisici e mentali. Il gruppo sociale che più recentemente è stato incluso in questa definizione è quello delle persone transgender.

In questa nuova accezione, oppressione designa la condizione di svantaggio e di ingiustizia a cui sono sottoposte certe persone non perchè un potere tirannico le tenga in soggezione, bensì a causa delle di quelle dinamiche interne alla società democratico- liberale, definibili come “pratiche quotidiane”, che nei fatti pongono limitazioni a determinati gruppi sociali (di s.).

L’oppressione che determinati gruppi sociali subiscono in una sosietà democratico- liberale può essere quindi condiserata strutturale, poichè le sue origini sono attribuibili a norme, attributi e simboli mai messi in discussione, ad assunti che sottendono alle regole istituzionali e nelle conseguenze derivanti dal fatto che tali regole siano seguite collettivamente. Citando Frye, l’oppresione designa “una soffocante struttura di forze e di barriere che tende ad immobilizzare e a limitare un gruppo o una categoria di persone” (di s.).

In questo allargato senso strutturale, il termine oppressione è riferibile alle ingiustizie che alcuni gruppi subiscono nelle normali interazioni sociali in conseguenza di assunti, reazioni, stereotipi mediatici e culturali (Young 1996).

Nell’analizzare il concetto di oppressione nell’accezione appena descritta, Young propone un insieme di categorie e distinzioni che chiama le “cinque facce dell’oppressione”: sfruttamento, marginalizzazione, mancanza di potere, imperialismo culturale, violenza. Di seguito si dimostrerà come le persone ed i gruppi transgender contemporanei subiscano oppressione nel senso delle cinque espressioni individuate e formulate da Young.

L’intuizione centrale contenuta nel concetto di sfruttamento è che questa forma di oppressione si attua attraverso un ininterrotto processo di trasferimento degli effetti del lavoro di un dato gruppo sociale in modo tale da avvantaggiarne un altro. Lo sfruttamento è quindi espressione di una relazione strutturale fra due gruppi sociali e le regole sociali che definiscono la natura del lavoro, chi lo svolge per chi, funzionano in modo da creare relazioni di potere e di disuguaglianza (di s.).

Emblematica di questa realtà, dal punto di vista della razza, secondo Young, è la categoria del “lavoro di servizio”, che, come indica la parola, si riferisce al lavoro della servitù. Ovunque vi sia razzismo, vi è l’assunto, più o meno applicato, che i membri del gruppo razziale oppresso dovrebbero essere i servitori dei membri del gruppo privilegiato. Nella maggior parte delle società bianche, di fatto questo significa che molti bianchi hanno servitori domestici dalla pelle scura o gialla e che permane una strutturazione di tipo razziale del servizio domestico privato. Nelle società occidentali permane quindi una forte pressione culturale a riservare i lavori “di servizio” a persone migranti.

Altrettanto emblematico nella dinamica dello sfruttamento, dal punto di vista del genere, è quello che Brown chiama “patriarcato pubblico”, espressione che identifica quelle pressioni che portano sfruttamento di genere riservando alle donne lavori “tipicamente femminili” che comportano sostegno psicologico, accudimento fisico, appianamento delle tensioni o prestazioni sessuali.

Non è stato difficile per le attiviste transgender dimostrare come lo sfruttamento nel riservare loro un’unica fonte possibile di sostentamento identificabile nella prostituzione. L’ associazione culturale transessualità- prostituzione è di fatto presente e radicata in tutte le società occidentali moderne. Le difficoltà e le forti resistenze che il movimento transgender incontra nell’affermare il diritto al lavoro evidenziano la forte pressione culturale ad identificare la prostituzione come unica occupazione possibile. Intraprendere un percorso socialmente interpretato come dal “maschile” verso il “femminile” in una moderna società occidentale, significa dover soddisfare le esigenze sessuali spesso inconfessabili del gruppo dominante in modo clandestino, notturno, non tutelato e non riconosciuto a livello legale.

Young definisce la marginalizzazione come la forma più pericolosa di oppressione: in questo caso intere categorie di persone vengono espulse dal mercato del lavoro o non riescono a rientrarci o anche solo ad entrarci. Young riporta gli esempi dei nordafricani e degli europei dell’est in Europa, degli Indiani in America Latina, dei giovani neri o ispanici negli Stati Uniti, dei vecchi, delle madri sole con i propri figli, dei diversamente abili a livello mentale o fisico. I “marginali” sono pertanto definiti come coloro che il sistema del lavoro non può o non vuole utilizzare.

Il movimento transgender mondiale ha fatto propria la rivendicazione del diritto al lavoro evidenziando come dinamiche interne presenti in tutte le società occidentali moderne ostacolino la ricerca di un impiego al di fuori del mercato del lavoro o il mantenimento di un impiego a coloro che rendono visibile la propria condizione tramite il coming-out.

Young, rielaborando ed aggiornando la distinzione marxista fra classe media e classe operaia, definisce mancanza di potere l’oppressione subita dai lavoratori non professionisti rispetto ai professionisti, rifacendosi ad una contrapposizione fra professioni e mestieri. I non professionisti sono oppressi in virtù di una posizione subalterna in termini di rispetto e prestigio sociale e non hanno potere nella misura in cui non possono dare ordini, ma soltando riceverli. I “senza potere” hanno scarse possibilità per sviluppare ed esercitare le proprie capacità, scarsa o nessuna autonomia lavorativa, scarse possibilità di esercitare facoltà di giudizio nel proprio lavoro. I “senza potere” non suscitano rispetto in situazioni di tipo pubbico o burocratico, mancano dell’autorità, del prestigio e del senso di sè che tendono ad avere i professionisti.

I privilegi del professionista travalicano il luogo di lavoro fino a plasmare l’intero stile di vita, caratterizzabile con il termine “rispettabilità”. Al professionista sono riconosciute autorità, competenza ed influenza; questo fa sì che al professionista sia generalmente riconosciuto un trattamento più rispettoso di quello che generalmente viene riservato al non professionista.

L’aspetto di privilegio di tale rispettabilità riservata ai professionisti si rivela nel modo più crudo nelle dinamiche razziste e sessiste: la donna o l’uomo di colore non sono trattati con deferenza o rispettoso distacco agli estranei, perchè aprioristicamente considerati come lavoratori di mestiere. Nello stesso modo la donna transessuale, spesso visibile in quanto tale, non gode di rispettabilità, perchè considerata aprioristicamente come lavoratrice del sesso.

In anni recenti, da parte dei movimenti di liberazione, in particolare delle donne e dei neri, è stata messa in evidenza un’altra forma di oppressione, che Young definisce imperialismo culturale, il quale “comporta l’universalizzazione dell’esperienza e della cultura di un gruppo dominante, le quali vengono così accreditate come la norma”. E’ possibile definire dominanti quei gruppi che hanno esclusivo o prioritario accesso ai mezzi di interpretazione e di comunicazione di una società e che producono prodotti culturali che esprimono esperienze, valori, finalità e conquiste che rendono la loro esperienza come rapprentativa dell’umanità intera. L’incontro di questi gruppi con altri può tuttavia mettere in discussione la loro pretesa universalità.

I gruppi dominanti difendono la propria posizione riportando gli altri gruppi sotto il metro di valutazione delle proprie norme, riconcettualizzando la differenza come devianza e/o inferiorità e identificando la propria specificità come neutra ed espressione di “normalità”. I gruppi non dominanti sono così identificati come “Altro” (di s.).

Le persone oppresse dall’imperialismo culturale si ritrovano così definite dall’esterno, collocate, situate da una rete di significati dominanti che esse vivono come provenienti da altrove, da coloro con i quali non identificano e che non si identificano con loro (di s.).

In quanto esseri vistosi e devianti, coloro che subiscono l’imperialismo culturale si vedono attribuita un’essenza. “Come tutti sanno che la Terra gira attorno al Sole, così tutti sanno che gli omosessuali preferiscono i rapporti occasionali, che gli indiani sono alcolizzati, che le donne ci sanno fare con i bambini” (di s.) e che le donne transgender cambiano genere per avere più uomini e si prostituiscono per vocazione ed avidità. “I maschi bianchi, invece, nella natura in cui sfuggono ad una caratterizzazione di gruppo, possono essere persone e basta.” (Young, 1996).

Coloro che sono culturalmente dominati sono così vittime di stereotipi che li inchiodano ad una natura che il più delle volte aderisce in qualche modo alla loro corporeità e quindi non può essere facilmente negata. I membri di quei gruppi finiscono così per essere imprigionati nel proprio corpo, corpo che il discorso dominante concettualizza come brutto, sporco, contaminato, impuro, corrotto o malato. Nel caso delle persone transgender tale corporeità consiste in una genitalità differente, così come in una corporeità ed immagine esteticamente “altra” determinata da quei connotati fisici giudicati dalla cultura dominante come “grotteschi”, “ambigui”, “inquietanti” o semplicemente “brutti”.

Le persone transgender vivono su di sè tale riduzione del proprio mondo, scoprendo il proprio status nel comportamento degli altri: dai loro gesti, dal nervosismo che manifestano, dal fatto che evitano di guardarle negli occhi, dal fatto che si tengano a distanza, se non addirittura dal loro esplicitare disprezzo attraverso il linguaggio verbale o non verbale. Gran parte di tale esperienza oppressiva ha luogo nei contesti interattivi più quotidiani, dando corpo all’esperienza dell’essere guardate dagli altri con avversione in ragione della propria appartenenza ad un gruppo “altro”. Simili comportamenti, anzi l’intero incontro con l’altro, spesso riempiono dolorosamente la loro coscienza discorsiva, ricacciandole nella loro identità di gruppo, facendole sentire osservate o, al contrario, invisibili, non prese seriamente, o, peggio, umiliate.

A rendere i comportamenti transfobici improntati all’avversione particolarmente esasperati concorre senza dubbio quella che Young definisce “angoscia circa i confini”: se l’idea di razza, ad esempio, permette ad una persona bianca di sapere di non essere nera o asiatica, l’idea di variabilità di genere, non avendo tratti fisici o genetici certi nella sua manifestazione, non permette ad esempio ad un maschio di trincerarsi dietro un rassicurante confine. Una delle domande che più frequentemente viene posta alle attiviste transgender nell’ambito del loro lavoro di divulgazione è infatti: “Quando e come ti sei accort* di essere trans*?” ovvero “Come posso io essere sicuro di non riscoprirmi trans* un giorno?”. La transfobia è quindi una delle più profonde paure della differenza, appunto perchè il confine fra “trans* e non trans*” è percepito come permeabile: chiunque forse potrebbe riscoprirsi transgender, specialmente io, perciò l’unico modo che ho per difendere la mia identità è di voltare le spalle con disgusto irrazionale se incontro una persona transgender.

I membri dei gruppi sottoposti a imperialismo culturale spesso esibiscono a loro volta avversione e svalutazione nei confronti di membri del proprio gruppo. Così come esistono neri razzisti, donne sessiste, gay omofobi, esistono persone transgender transfobiche. Queste spesso evitano qualsiasi contatto con altre persone transgender, vivono l’iter come un percorso di “riassegnazione” al “sesso giusto”, ricercano l’assoluta indistinguibilità estetica ma anche culturale con le persone del sesso di elezione, negando anche solo l’idea di un’identità differente e spesso giungono all’intervento di “riassegnazione finale” sui genitali per poi vivere una vita che nega uno scomodo “passato”.

Le associazioni transgender rilevano ancora un alto tasso di transfobia nella propria comunità di riferimento, dato che evidenzia la preoccupante interiorizzazione di un senso di disvalore della propria differenza e che pone come prioritaria la promozione di una cultura transgender all’interno del gruppo di riferimento.

Una rilevante differenza con i membri di altri gruppi vittime di imperialismo culturale è che le persone transgender transfobiche hanno la possibilità di entrare, costruendo una nuova vita e cancellando le tracce del proprio passato, a pieno titolo nel gruppo dominante.

Un fattore che merita attenzione è quello della “transfobia interiorizzata”, riferito ad un senso di disvalore di sè del quale le stesse persone transgender sono portatrici, emerso con chiarezza nell’esperienza dei gruppi di auto mutuo aiuto a loro riservati in Italia. L’interiorizzazione della transfobia deriverebbe dallo stigma promosso dalla cultura dominante nei confronti della variabilità di genere ad ogni livello, ed avrebbe significative ripercussioni nell’elaborazione della propria identità, in termini di scarsa autostima. L’agenzia di socializzazione che maggiormente favorirebbe l’interiorizzazione dello stigma sarebbe quella della scuola: numerose e significativamente frequenti sono infatti le testimonianze relative ad un contesto scolastico ostile e vessatorio. Tale senso di disvalore avrebbe concrete conseguenze nell’affermazione di sè e nella promozione dei propri diritti, portando molte persone transgender a ritenere legittima la penalizzazione derivante da comportamenti discriminatori nei loro confronti.

Le persone transgender vengono così definite “transessuali”, termine medicalizzato che una comunità scientifica espressione della logica dominante ha coniato negli anni ’60, vedendosi così definite e categorizzate in una definizione di patologia imposta dall’esterno e senza alcun diritto di replica. Si è già illustrato come il processo che porterà alla depatologicizzazione della variabilità di genere sia ancora in corso nelle moderne società occidentali, dove attualmente permane un’identificazione del fenomeno con la patologia.

Molti gruppi, infine, subiscono l’oppressione della violenza sistematica. I membri di questi gruppi vivono nella consapevolezza di dover temere aggressioni cieche ed ingiustificate contro la loro persona che hanno il solo scopo di danneggiare, umiliare o annientare. I gesti riconducibili a questa forme di violenza non vengono normalmente considerati come casi di ingiustizia sociale, ma come atti riconducibili a singoli individui particolari, perlopiù fanatici, devianti o squilibrati

Quest’interpretazione non dà però conto di quanto il contesto sociale di contorno li renda possibili o addirittura accettabili. Ciò che rende la violenza un fenomeno di ingiustizia sociale, e non semplicemente un’infrazione individuale alla morale ed alla legalità, è il suo carattere sistemico, il suo essere di fatto pratica sociale.

La violenza è sistemica in quanto diretta agli appartenenti ad un gruppo sociale per il solo fatto che vi appartengano. Così come ogni donna ha motivo di temere lo stupro ed ogni nero la discriminazione, ogni persona transgender vive sapendo di essere un bersaglio di possibili aggressioni o molestie.

Il carattere di oppressione della violenza non sta tanto nella vittimizzazione diretta , ma nella quotidiana consapevolezza di tutti i membri di gruppi oppressi di essere esposti al rischio di violenza esclusivamente a causa della propria identità di gruppo. Questo tipo di violenza si può quasi considerare legittima, perchè tacitamente tollerata a livello sociale. Emblematico di questa tacita legittimazione e speculare delle tacite convinzioni implicite nel tessuto sociale, è l’ atteggiamento dei media, ovvero il modo in cui gestiscono notizie riconducibili ad un gruppo oppresso. La violenza, l’omicidio di donne transgender passa quasi sotto assoluto silenzio nelle società occidentali, eccezion fatta per qualche trafiletto di cronaca nera che riporta, senza denunciare si badi, ma solo registrando, una fredda e distaccata (non può esservi cordoglio per l’omicidio di una persona transgender) descrizione degli eventi in cui solitamente si evidenziano dettagli morbosi. E’ così considerato normale che una ragazza transgender venga uccisa a causa della sua differenza, ancor più se straniera, ancor più se proveniente da un paese latino, a maggior ragione se dedita alla prostituzione: in quella gerarchia sociale che il cordoglio o la sua negazione mettono drammaticamente in evidenza, essa è destinata ad occupare l’ultimo posto.

Bibliografia

  • YOUNG I.M., Le politiche della differenza, Feltrinelli, Milano, 1996.

Manifesto per la libertà di genere: seconda parte