Trans* at work! Incontro dedicato alle persone trans nel mondo del lavoro

Giovedì 21 Marzo — Ore 20:30 Sede Milk / Il Guado — via Soperga 36 , ang. Viale Brianza MM1 Loreto — MM2 Loreto , Caiazzo , Centrale — MM3 Centrale

Ingresso Libero

Le trasformazioni del lavoro, il cambiamento di una società che impone un lavoro più individualizzato e flessibile, stanno gradualmente erodendo il vecchio sistema organizzativo delle tutele, rendendo sempre più ricattabili le lavoratrici e i lavoratori portatori di una differenza rispetto ad un paradigma sempre più escludente.

Questa è una realtà purtroppo ben nota alle persone trans* che incontrano barriere all’ingresso del mercato del lavoro che spesso sembrano insuperabili.

Dopo aver fornito alcune definizioni preliminari utili alla comprensione della tematica e una panoramica sugli aspetti normativi, proporremo un confronto a partire da esperienze concrete di persone trans* che hanno vissuto o che ancora stanno vivendo quella che, senza mezzi termini, possiamo definire una vera e coraggiosa “sfida dell’integrazione sociale”.

Il triangolo rosa. La deportazione delle persone trans nei campi di concentramento nazisti.

Una donna transessuale tedesca che lavorava all’Eldorado. Ricadendo nella categoria degli “omosessuali abituali” e quindi incurabili, le persone transgender furono fra le vittime più facili

Una donna transessuale tedesca che lavorava all’Eldorado. Ricadendo nella categoria degli “omosessuali abituali” e quindi incurabili, le persone transgender furono fra le vittime più facili

L’Olocausto degli ebrei europei fu la conseguenza più tragicamente macroscopica dell’ideologia razzista. Insieme all’Olocausto si verificarono però altri crimini frutto di quella stessa ideologia che generò la “Soluzione Finale”. Altri gruppi di individui vennero individuati come “inferiori” dai nazisti e contro di essi furono perpetrati crimini abominevoli: nel giorno della memoria, troppo spesso si dimentica di ricordare che l’odio nazionalsocialista colpì anche le persone transessuali, contro le quali il secolare pregiudizio era ben radicato nella società tedesca.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, Berlino aveva 40 locali per omosessuali e persone trans, e diversi periodici per gay e lesbiche. La Germania uscita dalla sconfitta del 1918 era però un Paese instabile economicamente e dalla fragile democrazia.

Bande di estremisti nazionalisti e comunisti si combattevano nelle città, il pesantissimo Trattato di Versailles impediva la rinascita finanziaria e produttiva.

In un clima di così grande tensione ebbero buon gioco quei politici che si rifecero agli ideali nazionalistici, all’idea di una Germania nuovamente potente. Quando poi la crisi economica e la spaventosa inflazione devastò il paese mietendo milioni di posti di lavoro, il clima sociale divenne ancora più esplosivo. Malcontento, disoccupazione, rancore per la sconfitta, paura del bolscevismo furono gli ingredienti che permisero all’estrema destra di aumentare sempre più i suoi consensi.

I primi bersagli dei movimenti di destra furono gli ebrei, gli omosessuali e le persone transessuali.

Il Partito Nazionalsocialista elaborò una sua teoria su omosessualità e varianti legate all’identità di genere, sostenendo che si trattasse di malattie contagiose: coloro che erano “affetti” da queste malattie erano considerati anche “sabotatori sociosessuali”.

In una presa di posizione ufficiale il Partito Nazionalsocialista dichiarava:

“E’ necessario che il popolo tedesco viva. Ed è solo la vita che può lottare perché vita significa lotta. Si può lottare soltanto mantenendo la propria mascolinità e si mantiene la mascolinità con l’esercizio della disciplina specie in materia di amore. L’amore libero e la devianza sono indisciplina… Per questo respingiamo ogni forma di lascivia, specialmente l’omosessualità, perché essa ci deruba della nostra ultima possibilità di liberare il nostro popolo dalle catene che lo rendono schiavo”.

Il nazismo aveva quindi un suo preciso progetto: l’uomo doveva combattere, la donna generare. Il popolo tedesco doveva sopravvivere e moltiplicarsi. Le differenze legate alle sessualità o all’identità di genere erano considerate minacce alla crescita della nazione tedesca.

I nazisti distinguevano tra “cause ambientali” che avevano condotto alla “devianza” ed “omosessualità abituale”. Nel primo caso il carcere duro, i lavori forzati, le cure psichiatriche e la castrazione volontaria erano ritenuti provvedimenti utili al reinserimento nella società. Nel secondo caso invece la “malattia” veniva considerata incurabile.

Questi dati hanno portato gli studiosi alla conclusione che tra le persone classificate come “omosessuali abituali” un considerevole numero doveva essere rappresentato da persone transessuali, in primis perchè le trans che all’epoca lavoravano nei locali di Berlino furono fra le prime ad essere deportate. In secondo luogo poichè spesso, nella fascia di “omosessualità abituale”, ovvero di coloro che venivano considerati “incurabili”, rientravano le persone che continuavano ad adottare comportamenti non solo di natura sessuale “deviante”, ma anche di un’espressività di genere differente. Coloro che quindi, pur ben coscienti di rischiare la vita e malgrado l’orrore della “rieducazione”, non riuscirono a “correggere” la propria espressività di genere, mantenendo atteggiamenti “devianti” perchè “effemminati”.

Il dato più paradossale è quello che testimonia che i primi inteventi chirurgici di “cambio di sesso”, in via sperimentale e dai tragici esiti, furono eseguiti proprio all’interno dei lager nazisti. L’extrema ratio per il recupero degli “inguaribili”, nell’ottica nazista, poteva consistere nella riattribuzione al sesso opposto, operata dai chirurghi che conducevano sperimentazioni su cavie umane all’interno dei campi di concentramento.

Una testimonianza sulla detenzione nei campi di concentramento di omosessuali e persone trans* proviene dalle “Memorie” che Rudolf Höss, comandante ad Auschwitz, scrisse prima di essere impiccato. Höss ricorda in questo modo le persone nel campo di Sachsenhausen:

Già a Dachau gli omosessuali erano stati un problema per il campo, sebbene non fossero così numerosi come a Sachsenhausen.

Il comandante e lo Schutzhaftlagerführer erano dell’opinione che fosse molto più opportuno suddividerli per tutte le camerate del campo, mentre io ero d’avviso contrario, avendoli conosciuti molto bene in carcere. Non passò molto tempo che da tutti i blocchi cominciarono a giungere denunce di rapporti omosessuali, e le punizioni non servirono a nulla, perchè il contagio si diffondeva dovunque.

Su mia proposta, tutti gli omosessuali vennero allora messi insieme e isolati dagli altri, sotto la guida di un anziano che sapeva come trattarli. Anche sul lavoro vennero separati dagli altri prigionieri, e adibiti per un lungo periodo a lavorare con i rulli compressori, insieme ad altri prigionieri di altre categorie, affetti dal medesimo vizio. Di colpo il contagio del loro vizio cessò, e anche se qua e là si verificarono questi rapporti contro natura, si trattò sempre di casi sporadici. Del resto, costoro vennero sorvegliati rigorosamente nei loro alloggiamenti, in modo che … non potessero ricominciare…

A Sachsenhausen, fin dal principio gli omosessuali vennero posti in un blocco isolato, e ugualmente vennero isolati dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad una cava di argilla di una grande fabbrica di mattonelle; era un lavoro duro, e ciascuno doveva assolvere una determinata norma. Inoltre, erano esposti a tutte le intemperie, perché ogni giorno doveva essere fornita una determinata quantità di materiale finito, e il processo di cottura non poteva essere interrotto per mancanza di materia prima. Così estate o inverno, erano costretti a lavorare con qualunque tempo.

L’effetto di quel duro lavoro, che avrebbe dovuto servire a riportarli alla «normalità», era differente a seconda delle diverse categorie di omosessuali.

I risultati migliori si ottenevano con i cosiddetti «Strichjungen». Nel dialetto berlinese erano chiamati così quei giovani dediti alla prostituzione, che intendevano per tal via guadagnarsi facilmente da vivere, rifiutando di compiere qualunque lavoro, sia pure leggero. Costoro non potevano assolutamente essere considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio era per essi soltanto un mestiere, e quindi la dura vita del campo e il lavoro faticoso furono per essi di grande utilità. Infatti, nella maggioranza, lavoravano con diligenza e cercavano con ogni cura di non ricadere nell’antico mestiere, poiché speravano così di essere rilasciati al più presto. Arrivavano al punto di evitare addirittura la vicinanza dei veri viziosi, volendo in tal modo dimostrare che non avevano nulla a che fare con gli omosessuali. Molti di questi giovani così rieducati vennero rilasciati senza che si verificassero delle ricadute; la scuola che avevano fatto al campo era stata abbastanza efficace, tanto più che si trattava in maggioranza di ragazzi molto giovani.

Anche una parte di coloro che erano diventati omosessuali per una certa inclinazione – coloro che, saturi di provare il piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi eccitamenti, nella loro vita da parassiti – poté essere rieducata e liberata dal vizio.

Non così quelli ormai troppo incancreniti nel vizio, cui si erano volti per inclinazione. Questi ormai non potevano più essere distinti dagli omosessuali per disposizione naturale, che in realtà erano pochi. Per questi non servì né il lavoro, per quanto duro, né la sorveglianza più rigorosa: alla minima occasione erano subito uno nelle braccia dell’altro, e anche se fisicamente erano ormai mal ridotti, perseveravano nel loro vizio.

Del resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità femminea, per la civetteria, per l’espressione sdolcinata e per la gentilezza eccessiva verso i loro affini, si distinguevano assai bene da coloro che avevano voltato le spalle al vizio, che volevano liberarsene, e la cui guarigione, ad una attenta osservazione, si poteva seguire passo passo. Mentre quelli che intendevano realmente guarire, che lo volevano fortemente, sopportavano anche i lavori più duri, gli altri decadevano fisicamente giorno per giorno, più o meno lentamente secondo la loro costituzione.

Non volendo, o non potendo, liberarsi del loro vizio, sapevano benissimo che non sarebbero più tornati in libertà, e questo pesante fardello psichico affrettava, in queste nature in genere anormalmente sensibili, la decadenza fisica. Quando poi vi si aggiungeva la perdita dell’«amico», per una malattia o addirittura per la morte di questi, era facile prevedere l’esito finale; parecchi, infatti, si uccisero. L’«amico» era tutto per costoro, nel campo. Parecchie volte si verificò anche il doppio suicidio di due amici.

Nel 1944 I’SS-Reichsführer fece compiere a Ravensbruck degli esami di «riabilitazione». Gli omosessuali della cui guarigione non si era perfettamente convinti, vennero messi a lavorare, come per caso, insieme a prostitute, e tenuti sotto osservazione. Le prostitute avevano il compito di avvicinarsi come per caso ad essi e di eccitarli sessualmente.

Quelli che erano realmente guariti approfittavano senz’altro dell’occasione, senza neppure bisogno di essere stimolati, mentre gli incurabili non guardavano neppure le donne. Anzi, se esse si avvicinavano loro in modo troppo evidente, si allontanavano con manifesto disgusto.

Secondo la procedura, a quelli che stavano per essere rilasciati venivano offerte occasioni di stare con individui del loro sesso. Quasi tutti rifiutavano questa possibilità e respingevano energicamente tutti i tentativi di avvicinamento dei veri omosessuali.

Vi furono però anche dei casi limite, che accettarono e l’una e l’altra occasione. Non so se costoro potrebbero essere definiti dei bisessuali. In ogni caso, fu molto istruttivo per me poter studiare la vita e gli stimoli degli omosessuali di ogni genere e osservare le loro reazioni psichiche in relazione alla prigionia.”

In un primo tempo gli internati in base al paragrafo 175 furono costretti ad indossare un bracciale giallo con una “A” al centro, che indicava la parola tedesca “arschficker”, sodomita. Altre varianti furono dei punti neri o il numero “175” in relazione all’articolo di legge. Soltanto successivamente, seguendo la rigida casistica iconografica nazista, venne adottato un triangolo rosa cucito all’altezza del petto.  Con la liberazione dei campi da parte degli Alleati, i triangoli rosa non riacquistarono la libertà. Americani ed inglesi non considerarono omosessuali e persone transgender alla stessa stregua degli altri internati, ma criminali comuni. Ci fu così chi, uscito dai campi di concentramento, fu trasferito nelle carceri delle forze alleate.

Bibliografia

“Olokaustos.org”, primo sito web italiano che ha come argomento la storia dell’Olocausto dal 1933 al 1945.

La variabilità di genere

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Secondo Rothblatt e Nardacchione, autorevoli esponenti dell’intellighenzia transgender, il maschile ed il femminile sarebbero stereotipi culturali ai quali nella storia sarebbe stato attribuito erroneamente il rango di identità biologiche.

Il considerare gli stereotipi sessuali come fenomeni congenito/ biologici, attribuisce loro apparentemente le caratteristiche di immutabilità e di impermeabilità ad ogni tentativo di manipolazione esterna. Questo finisce coll’essere “politicamente corretto”, vale a dire coerente e sinergico con l’organizzazione della società che prevede ruoli e status differenti per uomini e donne.

Nel nostro sistema culturale i due sessi vengono rappresentati sul piano del simbolico come “opposti”, ma sarebbero in realtà statisticamente in gran parte coincidenti. Non esisterebbero quindi caratteristiche comportamentali esclusive di uno dei due sessi. Ciascuna caratteristica comportamentale attribuita ad uno dei sessi in un sistema culturale sarebbe riscontrabile come caratteristica peculiare del sesso opposto in altro contesto geografico e/o temporale (Nardacchione, 2000).

Estremamente pertinenti ed importanti in proposito gli studi di Margaret Mead, nota antropologa, che già negli anni ’30 ipotizzò che le differenze comportamentali fra maschi e femmine non dipendono dal sesso, bensì da costruzioni sociali. Mead giunse a queste conclusioni dopo aver osservato diverse tribù nella Nuova Guinea settentrionale, nelle quali gli stereotipi di genere erano ribaltati nella loro attribuzione: le femmine Ciambuli, ad esempio, erano dedite alla guerra e ricoprivano ruoli economicamente e socialmente dominanti, affidando ai maschi la cura della prole (Mead, 1935).

La naturale “variabilità di genere” dell’essere umano sarebbe quindi mortificata dal binarismo culturale che prevede due uniche opzioni: maschile o femminile (Rothblatt, 1995). Le persone transgender altro non sarebbero che gli individui più mortificati dal binarismo nell’espressione della propria identità, i meno aderenti allo stereotipo imposto dall’appartenenza ad un sesso biologico, coloro che operano la scelta più clamorosa e visibile: il cambio di genere. In questa rappresentazione, esse rappresenterebbero quindi soltanto la punta di un iceberg, essendo il binarismo di genere un forte limite per tutti gli individui, di qualsiasi orientamento sessuale e di genere (Nardacchione, 2000).

Secondo Nardacchione, prima o poi si dovrà ammettere che l’aspirazione transgender sarebbe in realtà una risorsa a cui attingere presente in tutti gli individui a livello inconscio, e che in certi individui tale l’aspirazione si dilata a progetto di vita. Ciò accadrebbe quando l’appartenenza al proprio sesso biologico ed il conseguente “ingabbiamento in uno stereotipo” diviene fonte di frustrazione tale da spingere verso un percorso transgender.

Patologica non sarebbe dunque l’identità transgender in sè, ma il binarismo culturale maschile/ femminile che spinge le persone la cui identità di genere non coincide con lo stereotipo attribuito al proprio sesso biologico ad intraprendere percorsi di adeguamento di genere (Rothblatt, 1995).

Nardacchione e Rothblatt ipotizzano che i tempi siano ormai maturi per una sola opzione: la fine del binarismo di genere, la libertà di ciascuno di essere o non essere o di come essere “uomo” o “donna”. Ma per fare questo sarebbe a loro avviso indispensabile riconoscersi tutti, omosessuali, transgender ed eterosessuali, come parte di una stessa realtà omogenea. L’unica strada che può portare al superamento della attuale società, che è omofoba non meno che misogina, sarebbe convincerci tutti che, fatte salve le norme che tutelano da maternità e la paternità, il sesso, l’identità e l’orientamento sessuale degli individui debbano diventare fatto assolutamente privato e quindi giuridicamente, socialmente e culturalmente irrilevanti.

In realtà su questa strada ci si sta già muovendo. Esiste infatti una recente legge olandese che, fatte salve le normative che tutelano la maternità e la paternità, considera il sesso fatto privato e giuridicamente irrilevante (Nardacchione, 2000).

Bibliografia

  • M.Mead, Sesso e temperamento, Il Saggiatore Tascabili, 2009.
  • ROTHBLATT M.., L’apartheid del sesso, Il Saggiatore, Milano, 1997.
  • NARDACCHIONE D., Transessualismo e Transgender. Superando gli stereotipi, Il Dito e la Luna, Milano, 2000.

La condizione transgender in Italia: la legge 164/82

La condizione transgender in Italia prima dell’approvazione della legge 164/82

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Prima dell’introduzione della suddetta legge era vietato, perché illecito, ogni tipo di intervento di riconversione del sesso. Gli interventi medici che potevano eseguirsi riguardavano esclusivamente persone che presentavano problematiche riconducibili in modo esclusivo all’ermafroditismo (presenza di strutture gonadiche di entrambi i sessi) (Pezzoli, 2006)¹.

In buona sostanza prima della 164/82 chi viveva sulla propria pelle le numerose difficoltà dovute alla condizione transgender non aveva nessun supporto giuridico per intraprendere l’iter di transizione e vedere realizzata la propria esistenza. L’assenza di un riconoscimento civile e giuridico comportava di conseguenza anche l’assenza di diritti civili (Pezzoli, 2006).

Risalgono agli anni Sessanta i primi coming-out transgender² “quando il termine che connotava l’esperienza non esisteva ancora e quindi si era ignorati perché invisibili, quando manifestare tendenze o atteggiamenti non consoni al proprio genere era punito col carcere se non addirittura col manicomio” (Marcasciano, 2002), con la multa per mascheramento (l’articolo 85 del Codice Civile riguardante il mascheramento e le condanne infamanti, legge 27/12/1956, numero 1423.99, art. 3 -12), con l’articolo 1 che, dichiarando le persone transgender “socialmente pericolose” le privava della patente di guida, del diritto di voto ed le inviava al confino ( A.I.T., Associazione Italiana Transessuali). L’esperienza dei decenni precedenti alla legge è quindi segnata dalla repressione perpetrata dalle istituzioni e dalla società stessa ai danni delle persone transgender, che vivevano una condizione estremamente precaria caratterizzata dall’emarginazione e dalla violenza .

Fra le richieste che il Coordinamento della Associazioni Trangender Italiane ha presentato al Ministero Pari Opportunità nel novembre 2006, particolarmente sentita è quella di “azioni di risarcimento (vitalizio ecc.) per tutte le persone che hanno subito, prima della entrata in vigore della L. 164/82, violenza, carcere, prigione, confino, perdita dei diritti di cittadinanza e altre gravi forme di discriminazione da parte dello Stato a causa della loro condizione di transgender ed eventuale risarcimento per i danni fisici e psichici subiti a causa delle persecuzioni” (Crisalide AzioneTrans, 2000).

Note

¹ Sull’immutabilità del sesso e sulla non disponibilità del proprio corpo per questioni riguardanti la psicosessualità della persona, l’orientamento giurisprudenziale era il seguente: “… l’accertamento e documentazione del sesso della persona, effettuata in sede di atto di nascita, ai sensi degli art. 67, 79 e 71 dell’ordinamento dello stato civile (r.d.n. 1238/1939) con esclusivo riguardo agli organi genitali esterni, sono suscettibili di successiva rettificazione…, solo in conseguenza di sopravvenute modificazioni dei caratteri sessuali , per una evoluzione naturale ed obiettiva di una situazione originariamente non ben definita o solo espressamente definita, ancorché ricollegata all’orientamento psichico della persona medesima, o coadiuvata da interventi chirurgici diretti ad evidenziare organi già esistenti, e non anche, pertanto, per il mero riscontro di una psicosessualità contrastante con i chiari caratteri degli organi sessuali, ovvero per interventi chirurgici di tipo manipolatorio o demolitorio, rivolti a mutare la realtà anatomica naturale” (Cass n. 2161 del 03 aprile 1980). L’ordinamento prevedeva che la richiesta di rettificazione degli atti dello stato civile e delle annotazioni potesse essere attivata d’ufficio dal Procuratore della Repubblica solo perché promossa “dall’interesse pubblico”, nonché quelle che riguardavano “… errori materiali di scrittura” (art 165. r.d. 9 luglio 1939 n. 1238), compiuto dal denunciante oppure di compilazione dell’atto da parte dell’ufficiale dello stato civile in sede di dichiarazione di nascita (art. 70 r.d. n.1238/1939). In sintesi questo era il quadro normativo al quale possiamo aggiungere l’art. 5 del codice civile, “Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica…”.

² L’espressione inglese “coming out” è traducibile in italiano con l’espressione “uscire allo scoperto”. Nell’ambito GLBT tale espressione è usata per indicare la decisione di dichiarare apertamente la propria omosessualità o la propria identità di genere (Arcigay, The Italian Gay Association).

L’iter di approvazione della legge 164/82.

Si presentano qui gli antefatti che hanno preparato il terreno all’approvazione della legge.

La storia del movimento transgender in Italia iniziò ufficialmente nel 1979 a Milano, quando per la prima volta un gruppo di donne mise in atto una protesta in un’affollata piscina pubblica, indossando un costume maschile e restando così a seno nudo, sfidando l’opinione pubblica, l’autorità, ma soprattutto uno Stato che le considerava uomini a tutti gli effetti ( MIT, Movimento Identità Transessuale).

La protesta si estese poi a tutte le principali città italiane, arrivando innanzi alla stessa sede parlamentare con numerose manifestazioni e attirando l’attenzione dei mass media. Queste azioni ebbero vasta eco sui giornali, tanto che non ci fu partito che non fece a gara per schierarsi, per proporre la sua formula per risolvere, o fingere di risolvere, il problema. Ciò fu conseguenza, in verità, di un’abile e fortunata mobilitazione dell’opinione pubblica da parte dell’allora Movimento Italiano Transessuali (MIT), che ottenne vaste adesioni nel mondo della cultura, del’opinione e dello spettacolo. Attorno al Mit si coagulò un vasto e composito movimento spontaneo, organizzato dal Partito Radicale, che formulò una strategia per far sì che anche in Italia si arrivasse ad una legge analoga a quella approvata in quegli anni in Germania ¹ (di s.).

In sede parlamentare il confronto fu rovente e vide contrapporsi ai parlamentari sostenitori del Mit i rappresentanti di un unico gruppo politico contrario all’approvazione del disegno di legge, gruppo disomogeneo al suo interno, “rigidamente arroccato in difesa di posizioni ideologiche annunciate come irrinunciabili ed ammantate di apparente rigore etico e scientifico” (di s.).

Il disegno di legge dapprima passò al vaglio della “Commissione Parlamentare Giustizia”, ma, a causa dell’opposizione, fu approvato a semplice maggioranza e sottoposto alle assemblee parlamentari in sede deliberante e discusso pubblicamente. Infine, come in genere avviene, si giunse ad una soluzione compromissoria (di s.). Il testo della legge 14 aprile 1982 n 164 fu quindi in realtà una soluzione di compromesso, e, a seconda del punto di vista, si ha tuttora l’illusione che venissero soddisfatte le istanze di entrambi gli schieramenti.

Quando il Mit chiese ragione ai suoi sostenitori parlamentari del perchè non si fosse fosse arrivati ad approvare una legge analoga a quella tedesca, che veniva riconosciuta come la soluzione più adeguata al problema, venne risposto che quanto approvato era il compromesso massimo che gli oppositori erano disposti a concedere per cui o ci si accontentava di quanto concordato o l’intero accordo sarebbe decaduto (Nardacchione, 2000).

Venne così realizzata una legge che può essere letta in chiave solo apparentemente libertaria” (Nardacchione, 2000).

Note

1 Il riferimento più chiaro e più stimolante in quegli anni era infatti quello della legge tedesca (Legge 10 settembre 1980, I, nr 1654). Questa legge prevede un percorso in due tappe, definite tecnicamente “soluzioni” (“Losung”).

La prima, la “piccola soluzione”, comporta, in maniera del tutto svincolata da interventi chirurgici ed attraverso semplici meccanismi di tipo amministrativo, la riattribuzione di un nome confacente alle aspettative della persona, ma non al suo sesso anagrafico.

La seconda, la “grande soluzione”, è una facoltativa estensione della prima, è vincolata all’intervento ricostruttivo dei genitali e comporta la riattribuzione sia del nome che del sesso anagrafico. Il Mit si preparò quindi ad un confronto con il parlamento con la consapevolezza di quale avrebbe dovuto essere l’obiettivo di massima verso cui puntare (Nardacchione, 2000)

L’applicazione della legge. Un’analisi critica.

Il movimento italiano per i diritti delle persone transgender unanimemente ritiene necessarie delle modifiche alla legge 164, considerando quest’ultima come espressione dei preconcetti consolidati nel tessuto sociale e dell’atteggiamento di rifiuto della società stessa verso la propria condizione.

Da un’analisi critica della legge emerge infatti che tale normativa non sembra aver mai risposto alla effettiva realtà del fenomeno dimostrando di rivolgersi esclusivamente ad una parte delle persone interessate, cioè quelle che già si erano sottoposte all’intervento chirurgico, esprimendo una natura di tipo sanatorio, o a quelle che erano ben determinate ad affrontarlo, accontentandosi di regolarizzarne la posizione sociale senza approfondire la conoscenza e senza ampliare la disciplina anche ad altre esigenze non meno legittime. Una volta individuati i limiti della legge è facile capire che l’atteggiamento che emerge non è altro che quello di affrontare una problematica di riconoscimento di un diritto alla libertà individuale, come fosse invece una minaccia per l’ordine pubblico.

E’ così chiaro che il fine che la legge si propone corrisponde in realtà al reinserimento coatto di ogni forma di differenza rispetto all’identità di genere all’interno del binomio uomo-donna, tendendo così ad esprimere più un indirizzo di tipo curativo-reintegrativo piuttosto che riconoscere ufficialmente la figura del/della transgender come soggetto di diritti. In tal modo la volontà individuale della persona viene calpestata, non essendo compatibile con il concetto di normalità che la legge sembra presupporre; una normalità su cui grava un giudizio di idoneità fondato più su requisiti fisico-sessuali che psichici.

Quindi la legge, subordinando quest’ultimo all’effettivo cambiamento fisico, rende l’intervento chirurgico un “obolo cruento” (Nardacchione, 2000) da pagare come unica alternativa ad una morte civile certa, ponendo quello che dovrebbe essere l’oggetto di tutela (la volontà e la psiche della persona) in una situazione di vaglio obbligato e discrezionale, da parte dell’apparato giudiziario (giudice istruttore, pubblico ministero, consulente tecnico), ai fini di un riconoscimento che è, dal punto di vista della Costituzione stessa, un diritto inviolabile di ogni cittadino.

La situazione attuale della legge 164 fa sì che questi stessi diritti, in particolare il diritto alla salute (art. 32 Cost.), vengano mutati in obblighi. Quello che è uno strumento per affermare delle libertà individuali come il diritto alla salute diventa una forma di coercizione: si impone alla persona una “salute” che è, in realtà, nient’altro che un’ apparenza esteriore conforme ai canoni correnti, quando il diritto alla salute dovrebbe poter esprimersi anche nel diritto a rifiutare cure obbligatorie. L’insufficienza e l’inadeguatezza della legge 164 di fronte alla materia dei diritti della persona transgender si ritrova quindi, come è stato più volte puntualizzato dagli studi di Nicola Coco (Marchiori – Coco, 1992), avvocato e giurista, in questi aspetti: 1 – nel fine marcatamente di “ordine pubblico” che si propone; 2 – nell’eccessivo potere decisionale del giudice; 3 – nella presenza obbligatoria del pubblico ministero; 4 – nella lesione della libertà individuale per mezzo di una frustrante perizia psichiatrica, del tutto contrastante con la volontà della persona; 5 – nel passaggio obbligato, ai fini del riconoscimento di uno status giuridico, dell’intervento chirurgico irreversibile.

In tal modo le applicazioni della legge 164 non consentono di tutelare né la salute fisica e psichica degli interessati, né la volontà di questi. Qualsiasi proposito di miglioramento della normativa non può non tenere conto di queste gravi carenze.

Le storiche sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale: un punto di svolta nella prassi giurisprudenziale

Solo recentemente, con la sentenze della Corte di Cassazione n. 15138/2015 e della Corte Costituzionale n. 221, i tribunali italiani hanno iniziato a cambiare orientamento, concedendo la rettificazione di sesso anche a persone in transizione che hanno rifiutato l’intervento demolitivo agli organi genitali, mettendo in discussione una prassi giurisprudenziale trentennale. Il movimento transgender ha accolto queste sentenze come una grande e significativa vittoria nella battaglia per i diritti.

Non va tuttavia dimenticato che quello alla piena autodeterminazione non è ancora, per le persone transgender italiane, un diritto garantito e sancito per legge: un orientamento giurisprudenziale non è nei fatti vincolante per tutti i giudici e i tribunali come lo sarebbe invece una legge.

Siamo ancora quindi ben lontani da un corpus legislativo in grado di garantire e promuovere il diritto alla libertà di genere e alla piena autodeterminazione, come invece è accaduto, ad esempio, a Malta, in Argentina o in Danimarca, paesi che vantano legislazioni molto avanzate in materia, che non prevedono interventi chirurgici o trattamenti medici obbligatori e non desiderati dalla persona, certificazioni mediche psichiatriche e terapie psicologiche coatte, competenza dei tribunali in  materia.

Bibliografia

    • ARCIGAY. THE ITALIAN GAY ASSOCIATION, Sito web, Bologna. Disponibile all’indirizzo: http://www.arcigay.it/
    • NARDACCHIONE D., Transessualismo e Transgender. Superando gli stereotipi, Il Dito e la Luna, Milano, 2000
  • PEZZOLI F., Legge 14 aprile 1982 n. 164. Transessualismo. Teoria e prassi., Crisalide AzioneTrans onlus, Livorno, 2006.

Manifesto per la libertà di genere. Seconda parte: dignità umana e rivoluzione culturale.

Martha Nussbaum, da anni impegnata a costruire un nuovo progetto etico-politico volto a dare un effettivo spessore al concetto di dignità umana e di giustizia sociale, riformula il concetto di dignità rivalutandone i presupposti. Dimostrando che anche nella più equa delle società contemporanee unico destinatario dei diritti individuali è l’individuo razionale, consapevole ed indipendente, Nussbaum concentra la sua attenzione su quegli individui titolari solo nominalmente di diritti considerati fondamentali: bambini, anziani, donne, persone non autosufficienti, persone che vivono in culture non occidentali. Obiettivo di questa elaborazione è l’individuazione di modalità che conservino la forza universalistica dei diritti e, nello stesso tempo, facciano sì che questi realmente garantiscano la dignità umana al di là delle differenze. Il raggiungimento di quest’obiettivo è possibile, secondo Nussbaum, nel momento nel quale ci si chiede se le persone in una determinata società siano davvero messe in grado di essere e di fare ciò cui aspirano, ovvero ampliando la nozione di beni primari fino a ricomprendervi quella di capacità (Nussbaum, 2002).

L’approccio delle capacità, in ambito politico, si basa sull’intuizione di fondo per la quale alcune facoltà umane impongono l’esigenza morale di essere sviluppate: la possibilità di vivere una vita di normale durata, il poter godere di una buona salute, di un’integrità fisica, della possibilità di coltivare sensi, immaginazione e pensiero, di poter provare ed esprimere sentimenti, di dar vita ad un proprio concetto di bene, di provare senso di appartenenza e di avere controllo del proprio ambiente in senso politico (poter partecipare alle scelte politiche) nonchè materiale (avere un concreto in quanto realizzabile diritto di possesso così come di un lavoro degno di un essere umano). Gli esseri umani sono creature tali che, se fornite del giusto sostegno educativo e materiale, di quegli elementi necessari ad un funzionamento autenticamente umano, possono essere pienamente in grado di assolvere le funzioni sopra citate. Diversamente, quando queste facoltà sono private delle basi indispensabili al proprio sviluppo, esse diventano infeconde e mutilate, in qualche modo l’ombra di se stesse.

Nell’analisi di Nussbaum le capacità sono dunque il presupposto irrinunciabile delle facoltà umane: al di sotto di un certo livello di capacità, di una certa soglia, non è possibile sviluppare quelle facoltà sopracitate che impongono l’esigenza morale di essere sviluppate e non è quindi più possibile parlare di umana dignità.

Partendo da questa elaborazione del concetto e dignità è possibile affermare che l’oppressione spinge gli individui transgender al di sotto di quel “livello di capacità”, presupposto irrinunciabile per Nussbaum alla dignità umana.

L’oggettivazione e la manifesta dominazione dei gruppi disprezzati che vigevano nell’Ottocento, sono secondo Young oggi meno violente, poichè a livello di pensiero è emersa un’adesione al principio di uguaglianza universale. Tuttavia razzismo, sessismo, maschilismo, omofobia, transfobia, giovanilismo ed integrismo non sono scomparsi, sono semplicemente entrati nella clandestinità e si annidano in abitudini quotidiane e significati culturali, producendo comunque oppressione. L’unico modo per estirpare tali pratiche è renderle moralmente condannabili, privarle di quella legittimazione e di quella forza che sono comunque originate in ambito culturale, lavorando ad una rivoluzione culturale, che a sua volta richiede una rivoluzione delle soggettività. Solo modificando direttamente le abitudini culturali si modificheranno le oppressioni che esse producono e rinforzano; ma la modificazione delle abitudini culturali può avvenire soltanto se gli individui prendono coscienza delle proprie personali abitudini culturali e si impegnano a modificarle.

Il termine transgender nasce da quell’esperienza che W.E.B Du Bois ha chiamato “doppia coscienza”, che si forma quando l’individuo trova il proprio essere definito da due culture, quella dominante, volentemente o nolentemente interiorizzata, e quella subalterna del gruppo di appartenenza. I gruppi culturalmente oppressi sono spesso socialmente segregati e relegati in specifiche occupazioni in base alla divisione sociale del lavoro: ciò permette loro di comunicare ed elaborare una propria cultura. Il movimento transgender negli anni ’80 nasce da quella cultura subalterna che ha permesso alle persone di iniziare ad elaborare una propria definizione di sè proprio partendo dal nome che identifica la loro specificità: non più transessuale, termine appiccicato e coniato dal gruppo dominante, ma transgender.

L’autocoscienza sul tema della transfobia potrebbe essere fra le strategie più importanti e produttive per realizzare una rivoluzione culturale di soggetti e culture. La transfobia è una delle più forti esperienze di abiezione, poichè pone l’attenzione su problemi legati all’identità di genere in una società genderista e fortemente basata da una regolazione dei generi senza ambiguità. La variabilità di genere, il transgenderismo provocano pertanto un’angoscia speciale, perchè turbano l’ordine dei generi: poichè l’identità di genere è il cuore dell’identità di ciascuno, la transfobia sembra toccare il cuore stesso dell’identità.

Le pratiche messe a punto dal movimento transgender, in particolare quella dell’ autocoscienza di gruppo, offrono il modello di un metodo che nei fatti sta attuando questa rivoluzione prima delle soggettività e, conseguentemente, del contesto culturale di riferimento. Per l’analisi di questo modello si considererà il caso italiano.

A partire dal 1998 le associazioni transgender italiane inaugurano l’esperienza dei gruppi AMA (Auto Mutuo Aiuto) [1].

I primi gruppi AMA riservati a persone transgender nascono a Genova e Milano, e si diffondono rapidamente nelle maggiori città italiane. Nell’ambito di questi constesti le persone transgender mettono in comune le proprie esperienze di frustrazione, infelicità ed angoscia arrivando a scoprire che le loro storie , così personali, sono strutturate da un comune schema di oppressione.

Così, nell’ambito dei gruppi AMA, si inizia a fare anche “autocoscienza di gruppo”. Quet’espressione fu utilizzata per la prima volta dal movimento delle donne negli anni sessanta.

Proprio come le donne anche molte persone transgender iniziano a scoprire che “il personale è politico”, che ciò che in origine avevano vissuto come un problema privato e personale, in realtà possiede dimensioni politiche. Aspetti della vita sociale, che sembrano dati naturali, vengono così tematizzati e si rivelano nella loro natura di costrutti sociali, rendendo visibile lo schema di oppressione.

In questo modo molte persone transgender italiane sono arrivate a definire e ad articolare le condizioni sociali della loro oppressione e politicizzare la cultura optando per forme di attivismo che sfidino l’imperialismo culturale.

Nel processo di politicizzazione della cultura c’è un momento che predede quello terapeutico: il momento dell’affermazione di un’identità positiva da parte di coloro che vivono su di sè l’imperialismo culturale. La presunzione di universalità della prospettiva e dell’esperienza dei privilegiati viene scalzata quando gli oppressi stessi ne mettono in luce l’infondatezza esprimendo in positivo la differenza della propria esperienza. In questo modo le persone transgender hanno iniziato a creare immagini culturali proprie, a formare un’identità positiva autoorganizzandosi e trovando espressioni culturali pubbliche, ad affrontare la cultura dominante rivendicando il riconoscimento della propria specificità sovvertendo gli stereotipi ricevuti.

Non a caso è proprio a partire dal 1998 che il movimento transgender italiano ha subito una significativa estensione, con un aumento del numero di attivisti impegnati in attività politiche, culturali/ divulgative, di assistenza.

Gli attivisti oggi più rappresentativi del movimento e delle istanze hanno vissuto l’esperienza dei gruppi AMA, vivendo in primis una rivoluzione della prorpia soggettività ed impegnandosi a promuovere poi una rivoluzione culturale. Molti attivisti descrivono la propria motivazione all’impegno come un’ “imperativo categorico” che li spinge ad impegnarsi in questo senso.

I risultati sul piano culturale e politico non si sono fatti attendere.

Negli ultimi anni il tema della variabilità di genere è entrato a pieno titolo fra gli argomenti costantemente proposti a livello mediatico, con persone transgender sempre meno oggetti della discussione e sempre più soggetti attivi e propositivi; si è verificato un vertiginoso aumento nella produzione di materiale sulla variabilità di genere prodotto dalle stesse persone transgender e non più, come in passato, solo da medici, finalizzato in particolare alla sensibilizzazione dell’opinione sulla tematica; il gruppo transgender è divenuto soggetto sempre più conosciuto nel dibattito politico, particolarmente da quei gruppi “naturalmente” vicini, come il movimento gay e lesbico o quello delle donne; le sedi di associazioni di persone che svolgono attività di supporto sono aumentate in modo più che significativo (fino a cinque volte); la visione non patologica della variabilità di genere è oggetto del lavoro di informazione e divulgazione innanzitutto internamente alla comunità di riferimento.

Note

[1] Un gruppo di auto-mutuo-aiuto è un gruppo composto da persone accomunate da una situazione di disagio. Tale disagio viene affrontato ed elaborato in prima persona attraverso il confronto, la condivisione e lo scambio di informazioni, emozioni, esperienze e problemi. Nel gruppo di auto-mutuo-aiuto si ascolta e si è ascoltati, senza pregiudizi, in un clima armonioso in cui si scoprono e si potenziano le proprie risorse interiori. Tale gruppo si autogestisce seguendo un sistema condiviso di obiettivi, regole, valori e mira ad incrementare il benessere psicologico di tutti i membri.

Bibliografia

  • NUSSBAUM M.C., Capacità personale e democrazia sociale, Diabasis, Reggio Emilia, 2003.