Bambini e minori transgender: la storia di Jazz Jennings

Il mio articolo, dedicato a Jazz Jennings e al tema dei minori transgender, per gli amici di PRIDE (www.prideonline.it), tornati nella versione online (visitate il sito, merita davvero).
Un ringraziamento a Frank Semenzi, Marco Albertini e a tutta la redazione, fra i pochissimi ad avermi concretamente sostenuto negli anni con la promozione dei miei libri, ad maiora!

Per leggere l’articolo, cliccate su questo link: https://www.prideonline.it/2017/10/29/all-that-jazz/

Donne che odiano le trans

I miei auguri quest’anno vanno a tutte le donne che odiano le trans.
Un augurio alle femministe che vorrebbero escludere le donne trans dagli spazi delle donne.
Un augurio a quelle che ci deridono, tacciandoci di superficialità, per il selfie in più (hanno mai pensato queste donne che forse, dietro al selfie, c’è un’altra donna che è riuscita ad amare la sua immagine dopo anni di dolore, sangue e sacrifici?) e a quelle che ci condannano perchè ameremmo, da stereotipo, essere truccate e iperfemminili (e allora?).
Un augurio a quelle che detestano quella nostra femminilità che si traduce, ogni giorno, in favolosità. Sì, favolosità! La favolosità di una battaglia portata avanti 365 giorni all’anno per poter semplicemente essere noi stesse, contro barriere e pregiudizi.
Un grande augurio a quelle che che insultano e disprezzano i nostri corpi e le nostre vite semplicemente perché ci temono. Ricordate, ragazze: la paura, come l’Amore, ha un odore, e noi lo sentiamo.
Un augurio a quelle che scrivono insulti anonimi e pieni di disprezzo senza avere il coraggio di rivelarsi, che hackerano siti, che mettono in giro menzogne e falsità: sappiate che, lungi dall’intimidire, questi comportamenti rafforzano la determininazione nel continuare a battagliare (e a denunciare, se necessario).

Qual è il mio augurio a queste donne per l’anno che verrà? Di riuscire a farsi una vita ed essere felici e favolose.
E, più di tutto, di capire che il nemico non sono le donne trans. Ragazze, il nemico si chiama patriarcato e noi ne siamo le prime nemiche e traditrici. Che il nuovo anno possa regalarvi questa consapevolezza e invogliarvi a cercare un dialogo con chi, pur avendo una storia diversa dalla vostra, condivide la vostra stessa oppressione.

 

 

 

Alcuni estratti dal mio ultimo libro Gender R- Evolution per Ugo Mursia editore.

 

 

Non mi si fraintenda: ho cambiato felicemente la mia fisicità e rivendico ogni singolo cambiamento che ho, in piena coscienza, operato sul mio corpo.
Modificare il mio corpo ha migliorato notevolmente la qualità della mia vita intima prima che sociale, del mio percepirmi e relazionarmi a me, andando a sanare un disagio che non mi avrebbe permesso di vivere.
Chi sostiene che i nostri percorsi di autodeterminazione siano il risultato di un inconscio desiderio di omologazione sociale o di chissà quale indecifrabile
influenza, oltre a delegittimare la nostra autodeterminazione, di fatto ci sovradetermina, facendo una vera e propria violenza sulle nostre vite. Questa idea di noi, molto pericolosa per la nostra libertà e per le conquiste fatte fino ad oggi, è trasversale (del resto, la storia contemporanea ci insegna che gli estremismi e le ideologie di parti anche avverse,  finiscono con l’essere coincidenti) poiché rinvenibile sia in un certo attivismo cattolico estremista – penso alle Sentinelle in Piedi e al movimento Pro Vita – sia in un certo femminismo accademico, radicale e fortunatamente minoritario,
definito TERF (Trans Exclusionary Exclusionary Radical Feminism).

[…]

Vale la pena di ribadire, e con forza, che chi fra noi ha deciso di cambiare il corpo, ha davvero voluto quei cambiamenti, eccome se li abbiamo voluti! In
molti casi desiderati disperatamente e all’inverosimile per tutta una vita. Per questo abbiamo rivendicato e chiesto a gran voce il diritto alla piena autodeterminazione dei nostri corpi, portando a casa le nostre vittorie
nel corso dei decenni, ultime delle quali due storiche sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale.
Ma, e questo è un aspetto importantissimo, ognuno di noi si è preso la libertà di fare a suo modo e di decidere del suo corpo come più gli aggrada: ogni essere umano dovrebbe poter decidere del suo corpo in piena autonomia, è un diritto universale e deve valere anche per le persone transessuali, transgender e di genere non conforme, con buona pace dei tanti uomini
di scienza, fede e di legge che vorrebbero decidere dei e sui nostri corpi. Del resto, quello della volontà di controllo dei corpi e della lotta per l’autodeterminazione sono temi trasversali fra soggettività, esperienze e battaglie, basti pensare alle donne e al diritto all’interruzione di gravidanza o al tema dell’eutanasia e del fine vita: tanti sono i ponti da costruire o, quantomeno, rafforzare, se vogliamo che le
cose cambino davvero.”

[…]

Nel corso della mia vita ho sentito molte persone transessuali e transgender dire: «Se solo potessi, rinascerei nel corpo giusto».
Comprendo queste sorelle e fratelli che – sia chiaro – hanno tutto il mio affetto e rispetto.
Tuttavia io, nell’andare avanti, maturo sempre più la consapevolezza che, se anche avessi quella possibilità, non cambierei un solo giorno della mia storia e non rinuncerei a un momento di quelli che ho vissuto, per quanto possano essere stati duri e, a volte, al limite della sopportazione.
Sceglierei nuovamente la vita che ho vissuto fino ad oggi.
Qualcuno penserà che sono una masochista, e lo posso comprendere. Del resto, soprattutto a causa della narrazione mainstream delle nostre vite fatta nei salotti televisivi negli ultimi anni – dove la realtà viene reinterpretata e semplificata a colpi di «prima e dopo», suggestioni di collodiana memoria («Ora sono una donna vera!»), uso e abuso del verbo «diventare» e l’immancabile spruzzatina di pietismo cristiano ad accompagnare il caso umano del giorno – molti pensano al nostro cammino come a una sorta di via crucis senza luce, un’esperienza quasi mistica e vagamente espiatoria, ed è buffo come i richiami al sacro spesso si sprechino nelle narrazioni che altri fanno di noi, in tempi di caccia alle streghe e agli ideologi del gender.

Oggi considero la condizione transgender come un dono, e non posso che ringraziare le mie compagne di viaggio che mi hanno portato a questa consapevolezza, spingendomi a rievocare quegli anni Novanta in cui per me il viaggio chiamato transizione cominciava.
Un viaggio che ha riguardato il mio corpo solo in minima parte, perché la parte più importante è quella avvenuta nella testa, nel cuore e attorno a me.
Avere una vita e un punto di vista divergente mi ha portato a vedere e vivere esperienze davvero speciali e alla portata di pochi, sperimentando l’ebbrezza e la gioia di vedere oltre, essendone felice.
Molti di noi, nell’universo della non conformità, hanno visto nel dualismo dei generi «uomo e donna» una convenzione sociale da superare e rivendicato l’esistenza di altre possibilità, vissuti, espressioni, corpi. Il nostro vissuto ha connotato il nostro essere e non può essere buttato via, non vogliamo liberarci di un’esperienza che ci rende fieri e orgogliosi.
Oggi posso dire che mai rinuncerei al mio corpo –un corpo autodeterminato e in fuga dalla rigidità della Norma che più volte ho citato in questo mio memoir – per quanto trovare il mio equilibrio possa essere
stato faticoso e abbia richiesto anni e sangue.
[…]
Il racconto della bellezza dei nostri cammini, della nostra felicità e dell’orgoglio nell’essere ciò che siamo – e non di ciò che dovremmo essere e a cui dovremmo tendere – fatica a trovare spazio nell’immaginario
collettivo.
Iris Marion Young definì «imperialismo culturale» quella forma di oppressione sulla quale già i movimenti delle donne e dei neri hanno posto l’attenzione, che «comporta l’universalizzazione dell’esperienza e della cultura di un gruppo dominante, le quali vengono così accreditate come la norma». I gruppi minoritari sono così vittime di stereotipi che li inchiodano
al corpo e a caratteristiche fisiche e i loro componenti finiscono così per essere ingabbiati nel proprio corpo, corpo che il discorso dominante concettualizza negativamente. Nel caso delle persone transgender tale corporeità consiste, ad esempio, in una genitalità differente, così come anche in una corporeità e immagine esteticamente «altra» determinata da quei connotati fisici che cultura dominante definisce «grotteschi», «ambigui», «inquietanti» o semplicemente «brutti». Ecco spiegato perché occorre
coraggio per arrivare a rivendicare pubblicamente e al di fuori delle oasi associative e di movimento che «Trans Is Beautiful!», come in anni recenti ha fatto l’attrice e attivista Laverne Cox.
Liberare, nutrire ed esprimere l’orgoglio e la fierezza per i nostri corpi liberati e per i nostri vissuti differenti, è stata, è – e sarà! – un’azione culturale e politica potente e sovversiva della Norma, e richiederà determinazione, coraggio e la volontà di essere comunità.
Giusto insomma è stato ed è rivendicare l’uguaglianza, ma non dimentichiamo di difendere la nostra differenza: i nostri sono corpi di cui rivendichiamo la diversità e il loro possibile mutamento può e deve continuare ad essere un adeguamento al nostro personale e intimo sentire, non ad aspettative esterne a noi.

“La piccola principe” di Danna: quando il femminismo dogmatico vorrebbe delegittimare il diritto di parola per le persone trans

Il libro La piccola principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione (VandA ePublishing, Milano 2018) di Daniela Danna, ricercatrice in Sociologia generale presso l’Università degli studi di Milano, analizza il fenomeno dell’aumento significativo del numero di persone che – in Paesi come Svezia, Finlandia, Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada – accedono a percorsi di transizione di genere in direzione FtM (Female to Male) durante l’adolescenza. 

La premessa indispensabile a ogni considerazione sul testo di Danna è che nessuno – tantomeno i rappresentanti delle associazioni transgenere e gli attivisti T italiani – intende negare il fenomeno sociale a cui Danna fa riferimento: l’aumento di richieste di accesso ai percorsi di transizione e autodeterminazione FtM da parte di adolescenti e famiglie esiste, è documentato e inizia a essere una realtà anche in Italia.

Cosa, questa, che sanno bene tanto i professionisti (psichiatri, psicologi, endocrinologi, avvocati, giudici) che lavorano a stretto contatto con la realtà transgenere, quanto gli operatori e gli attivisti che da anni lavorano nelle associazioni. Tenendo conto del fatto che in gioco c’è la salute di persone adolescenti, il fenomeno merita certamente attenzione, prudenza, studio e grande cautela.

Il dibattito e il confronto su un tema così delicato necessitano di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche), di una visione non dogmatica, di esperienza diretta e documentata con il fenomeno e con le persone a cui ci riferiamo e di onestà intellettuale. Elementi, questi, che nel saggio di Daniela Danna mancano

L’analisi della sociologa milanese – pur ricca di importanti considerazioni sulle conseguenze della misoginia che tutti, nessuno escluso, abbiamo introiettato – risulta infatti parziale e strumentale. Troppo spesso, inoltre, impone verticalmente, quasi muscolarmente, visioni dogmatiche («Non esistono bambini e adolescenti trans. Esistono bambini e adolescenti effemminati e bambine e adolescenti mascoline» – «Il concetto di ‘cis’ non ha senso»), stereotipate («Invece ci sono donne trans ipercurate, depilate al laser, manierate e seduttive, quindi molto più ‘cis’ di noi lesbiche anche se sono trans!») e oscurantiste («Possiamo solo rappezzare mostri come Frankenstein da pezzi di da pezzi di cadaveri: gli esseri viventi non nascono in laboratorio»).

Dalla lettura di questo saggio deriva l’impressione che i percorsi di transizione degli adolescenti vengano usati come grimaldello per scardinare l‘impianto teorico legittimante la stessa esistenza delle persone T sul piano giuridico, scientifico, sociale: a essere messa in discussione è, infatti, l’identità di genere attraverso la selezione capziosa di dati e ricerche.

Danna riporta in auge l’errata identificazione del fenomeno della variabilità di genere con quello dell’omosessualità, riconoscendo nella misoginia interiorizzata la causa dei percorsi di transizione e autodeterminazione FtM. Ritorna poi – ignorando decenni di studi e letteratura scientifica che avvalorano la tesi che la variabilità di genere non rientra nel novero delle patologie mentali ma, semmai, delle variazioni naturali della concezione comune e binaria dei generi – sulla “questione delle cause”, mettendo all’angolo l’autodeterminazione delle persone T. 

Mette, infine, in dubbio la stessa presa di parola delle persone T e la possibilità per le persone T di definirsi come gruppo sociale che nomina la sua stessa oppressione, cancellando decenni di movimento, di comunità e di subultura transgenere italiana e internazionale. «Questa gran confusione – si legge nel saggio – suggerisce sia meglio buttar via la parolina ‘cis’, e cestinare anche la credenza che chi è cis goda di un privilegio nei confronti di chi è ‘trans’».

Non occorre essere sociologi per sapere che qualsiasi gruppo sociale, qualsiasi minoranza ha avuto e ha bisogno di parole per definire la propria differenza rispetto alla maggioranza: la parola cisgender potrebbestare a transgender come, ad esempio, la parola omosessuale sta a eterosessuale. E, se la parola cisgender non piace a qualcuno, ce ne sono tante altre. Negli anni ’90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, nel gergo della comunità T, utilizzavamo espressioni (spesso con il sorriso sulle labbra) come “donna genetica” o “uomo genetico” per definire chi non era transgenere, o “ragazze XY” o “donne XY” per definire le donne transgenere.

Il linguaggio cambia con i decenni e le generazioni. A non cambiare è il bisogno della comunità T (e di qualsiasi minoranza) di definire se stessa e di significare il mondo con il suo sguardo. Ora è proprio questo nostro bisogno di parlare di noi e per noi che nel saggio di Daniela Danna viene messo in discussione e delegittimato.

Il problema sembra non essere la parola cisgender, ma l’idea che le persone transgenere prendano la parola come gruppo sociale. Cercare di impedire e di frenare l’articolazione di nuovi linguaggi, che nascono dal bisogno di un gruppo di definire la sua oppressione nel sistema sociale, significa promuovere l’idea che il linguaggio delle minoranze e delle subculture vada, in qualche modo, riconosciuto e validato da autorità esterne, controllato, se non censurato

Danna fa, insomma, ciò che il patriarcato fa da sempre con la presa di parola delle donne, prendendo pretestuosamente un tema delicatissimo che per essere affrontato richiederebbe, più di tutto, l’assenza di posizionamenti ideologici

Il corpo è nostro e lo gestiamo noi! Arcilesbica, ProVita e femminismo radicale contro l’autodeterminazione delle persone transgender

Da più parti, e trasversalmente, stanno arrivando attacchi all’#autodeterminazione delle persone #transgender.
In gioco la c’è la libertà di decidere dei nostri corpi (esattamente come fu – ed è – per le donne) che un certo pensiero vorrebbe rimettere in discussione, a partire dalla possibilità di sottoporci a interventi chirurgici e a terapie ormonali.
Penso a un certo integralismo cattolico (ProVita), a parti (minoritarie, per fortuna) del femminismo radicale, e a parti del movimento LGBT che sembrano – in modo preoccupante – convergere sull’idea che a decidere dei nostri corpi non dobbiamo essere noi, ma – tanto per cambiare – altri.
È una battaglia sui nostri corpi e sulle nostre vite quella che dovremo portare avanti negli anni a venire, per il diritto a decidere per noi stess*, contro ogni forma pensiero fascista e sovradeterminante.
Resistiamo!

Sull’autodeterminazione – Estratto dal libro “Storie di ragazze XY”

“«Lei è cosciente del fatto che non sarà mai una donna
biologicamente tale?»
La psichiatra dell’ospedale era solita rivolgermi domande di questo tenore.
«Sono transessuale, non interdetta», non era la risposta
accomodante che mi avrebbe aiutato a ottenere l’autorizzazione al trattamento ormonale, ma ormai mi era uscita dalla bocca.
«Lei è mio paziente da ormai un paio di mesi, so benissimo che non le mancano gli strumenti culturali e cognitivi, quindi non sia protervo e ostile. Mi parli invece delle caratteristiche della sua personalità che lei ritiene maschili.»

Detestavo con tutte le mie forze quella donna che si rivolgeva a me dandomi il maschile. Non era forse pagata per capirmi e aiutarmi a stare meglio? Esitai.

«Coraggio, sa che qui non esistono risposte giuste
o sbagliate.»

[…]

Preda della paura, ripensai alla mia prima volta in associazione. Dopo che tutte le ragazze si erano presentate, Dalila, accendendosi una Gitane, ci rivolse una domanda:

«Non trovate curioso che la nostra sia l’unica patologia psichiatrica a essere curata con un cambiamento somatico, del corpo? Mie care, la nostra non è una malattia psichiatrica, sarà derubricata dall’elenco delle patologie entro qualche anno, proprio com’è successo per l’omosessualità.
Voi non siamo malate. Oggi noi non possiamo decidere liberamente dei nostri corpi, ma entro qualche anno le cose cambieranno. Tenetelo a mente durante tutto il vostro iter».

Pensai che, se Dalila aveva ragione, la psichiatra davanti a me era solo la sedicente depositaria di un sapere del tutto presunto sulla mia condizione, che però aveva il potere di sbarrarmi la strada. Dovevo quindi aggirare l’ostacolo, mostrandomi deferente nei suoi confronti, come piace ai medici, ed evitando
lo scontro.

«Sono disordinata e non amo i lavori domestici, questa potrebbe essere una caratteristica maschile»,
dissi mettendo da parte l’intelligenza e accennando un sorriso complice e un po’ ebete.
«inoltre sono consapevole del fatto che non potrò mai partorire un figlio e avere il ciclo mestruale.»
Evitai di aggiungere che le consideravo due benedizioni.

«Lei è cosciente del fatto che sarà oggetto di scherno, vessazioni, discriminazioni, che le sarà difficile trovare un lavoro, un compagno, che potrebbe non avere mai una vita dignitosa? Lo capisce?»

(Grande stronza brutta come la morte, spero che
tutto questo accada a te.)

«Certo, so che il percorso che intraprenderò sarà una strada in salita.»”

Estratto da Trans. Storie di ragazze XY di Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

Transgender is beautiful! Estratto da “Gender (R)Evolution”

“Nel corso della mia vita ho sentito molte persone transessuali e transgender dire: «Se solo potessi, rinascerei nel corpo giusto».
Comprendo queste sorelle e fratelli che – sia chiaro – hanno tutto il mio affetto e rispetto.
Tuttavia io, nell’andare avanti, maturo sempre più la consapevolezza che, se anche avessi quella possibilità,
non cambierei un solo giorno della mia storia e non rinuncerei a un momento di quelli che ho vissuto,
per quanto possano essere stati duri e, a volte, al limite della sopportazione.
Sceglierei nuovamente la vita che ho vissuto fino ad oggi.
Qualcuno penserà che sono una masochista, e lo posso comprendere. Del resto, soprattutto a causa
della #narrazione #mainstream delle nostre vite fatta nei salotti televisivi negli ultimi anni – dove la realtà viene reinterpretata e semplificata a colpi di «prima e dopo», suggestioni di collodiana memoria («Ora sono una donna vera!»), uso e abuso del verbo «diventare» e l’immancabile spruzzatina di pietismo cristiano ad accompagnare il caso umano del giorno – molti pensano al nostro cammino come a una sorta di via crucis senza luce, un’esperienza quasi mistica e vagamente espiatoria, ed è buffo come i richiami al sacro spesso si sprechino nelle narrazioni che altri fanno di noi, in tempi di caccia alle streghe e agli ideologi del #gender.

Oggi considero la condizione #transgender come un dono, e non posso che ringraziare le mie compagne
di viaggio che mi hanno portato a questa consapevolezza, spingendomi a rievocare quegli anni Novanta
in cui per me il viaggio chiamato transizione cominciava.
Un viaggio che ha riguardato il mio corpo solo in minima parte, perché la parte più importante
è quella avvenuta nella testa, nel cuore e attorno a me.
Avere una vita e un punto di vista divergente mi ha portato a vedere e vivere esperienze davvero speciali
e alla portata di pochi, sperimentando l’ebbrezza e la gioia di vedere oltre, essendone felice.
Molti di noi, nell’universo della non conformità, hanno visto nel dualismo dei generi «uomo e donna»
una convenzione sociale da superare e rivendicato l’esistenza di altre possibilità, vissuti, espressioni,
corpi. Il nostro vissuto ha connotato il nostro essere e non può essere buttato via, non vogliamo liberarci di
un’esperienza che ci rende fieri e orgogliosi.
Oggi posso dire che mai rinuncerei al mio corpo – un corpo autodeterminato e in fuga dalla rigidità della
Norma che più volte ho citato in questo mio memoir – per quanto trovare il mio equilibrio possa essere
stato faticoso e abbia richiesto anni e sangue.
[…]
Il racconto della bellezza dei nostri cammini, della nostra felicità e dell’orgoglio nell’essere ciò che siamo
– e non di ciò che dovremmo essere e a cui dovremmo tendere – fatica a trovare spazio nell’immaginario
collettivo.
Iris Marion #Young definì «#imperialismo #culturale» quella forma di oppressione sulla quale già i movimenti delle donne e dei neri hanno posto l’attenzione, che «comporta l’universalizzazione dell’esperienza e della cultura di un gruppo dominante, le quali vengono così accreditate come la norma». I gruppi minoritari sono così vittime di stereotipi che li inchiodano al corpo e a caratteristiche fisiche e i loro
componenti finiscono così per essere ingabbiati nel proprio corpo, corpo che il discorso dominante concettualizza negativamente. Nel caso delle persone transgender tale corporeità consiste, ad esempio, in
una genitalità differente, così come anche in una corporeità e immagine esteticamente «altra» determinata
da quei connotati fisici che cultura dominante definisce «grotteschi», «ambigui», «inquietanti» o semplicemente «brutti».

Ecco spiegato perché occorre coraggio per arrivare a rivendicare pubblicamente e al di fuori delle oasi associative e di movimento che Transgender #Is #Beautiful!», come in anni recenti ha fatto l’attrice e attivista Laverne Cox.
Liberare, nutrire ed esprimere l’orgoglio e la fierezza per i nostri corpi liberati e per i nostri vissuti
differenti, è stata, è – e sarà! – un’azione culturale e politica potente e sovversiva della Norma, e richiederà
determinazione, coraggio e la volontà di essere comunità.
Giusto insomma è stato ed è rivendicare l’uguaglianza, ma non dimentichiamo di difendere la
nostra differenza: i nostri sono corpi di cui rivendichiamo la diversità e il loro possibile mutamento può
e deve continuare ad essere un adeguamento al nostro personale e intimo sentire, non ad aspettative esterne a noi.”

Estratto dal libro Gender R- Evolution di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, 2017.

Il Progetto Identità di Genere apre ai familiari e agli affetti delle persone transgender e di genere non conforme

Con l’amico Daniele Brattoli, abbiamo avviato il “PROGETTO IDENTITA’ DI GENERE” presso il Circolo Harvey Milk nel 2013 (nella foto, eravamo ad uno dei primi incontri).
Successivamente, in questa avventura della gestione del progetto, si è unita a noi anche la bravissima Laura Caruso.
Stasera – per la prima volta – apriremo il gruppo anche ai familiari e agli affetti delle persone #transgender e di genere non conforme, anche perché l’età delle persone che si rivolgono al progetto – che si basa sul lavoro esclusivo di volontari – è andata gradualmente abbassandosi, e i giovanissimi stanno diventando maggioranza.
Gestire questo workshop sarà un grande piacere, ma anche una responsabilità. Sono felice e soddisfatta, anche se un po’ tesa ed emozionata.

Imparando l’amore di sè

Sono alta 1,77 cm.

Un’altezza significativa per una donna, mi hanno fatto notare molte persone, rimarcando il fatto che le mie caratteristiche fisiche non rientrano nella norma femminile prevalente.

Altri mi hanno fatto notare che ho le spalle larghe, qualcuno che le mie mani “rivelano qualcosa”.

Per molti anni mi sono vergognata della mia altezza, vivendola come un disvalore, quasi come un handicap. Ho nascosto le mie mani, pensando che questo potesse rendermi più facili certi momenti dello stare in mezzo agli altri. Ho provato amarezza per il mio seno piccolino. Ho sofferto per come l’ambiente rispondeva ad una fisicità non conforme, ho pianto spesso perché non mi sentivo abbastanza bella, donna, perfetta.

È stato faticosissimo imparare ad amarmi, perché in questa moderna società occidentale è difficile mettersi in salvo dalla pervasività di stereotipi che ti rimandano continuamente che non sei giusta e che non rientri nei canoni, soprattutto se sei una donna.

Ho pensato, studiato, messo in discussione quelle convinzioni introiettate e imposte. Ho incontrato, lungo il cammino, persone che mi hanno amato non malgrado, ma proprio per le mie caratteristiche.

Oggi, quando butto indietro la testa e vedo il mio pomo d’adamo (di Eva, come ha detto qualcuna? 🙂), appena accennato, io sorrido, perché è una parte di me e mi fa tanta simpatia.
Guardo le mie spalle e valorizzo la loro ampiezza.
Oggi io porto i tacchi, perché li adoro, cosa che per anni non mi sono permessa di fare.
Ho scoperto, col tempo, di adorare il mio piccolo seno e che mai lo sostituirei con una quarta misura.

Osservo la mia #androginìa e la amo profondamente di tutto l’amore che questo mondo #eteronormativo e malato di #binarismo gli ha fatto mancare. Perché io sono una donna #transgender, sono anche il mio corpo e tutto il suo tortuoso cammino, e scelgo di amarmi e di essere fiera di quelle caratteristiche che dicono chi sono.

Oggi mi sento bella così come sono e questa è stata una delle conquiste più importanti sul piano privato, come su quello politico.

 

Libreria delle donne di Milano: recensione di Gender (R)Evolution a cura di Sara Gandini

Il mio più sentito ringraziamento a Sara Gandini per questo contributo sul mio ultimo libro Gender R- Evolution per Ugo Mursia Editore, pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano.
Oltre che un grande onore per me, un importante segnale di dialogo fra elaborazione #femminista e #transgender, nell’ottica della (ri)costruzione di quel famoso ponte che da tempo evochiamo e auspichiamo.

Il link alla recensione:

http://www.libreriadelledonne.it/noi-non-performiamo-noi-siamo/