Sabato 29 novembre, nell’ambito dell’evento Mothering. L’amore sopra ogni cosa, ho ricevuto il premio Best Mother 2025.
È stato un momento che mi ha toccata profondamente, non solo per il riconoscimento in sé, ma per ciò che rappresenta nel mio percorso umano, politico e nelle comunità che vivo e attraverso.
Desidero ringraziare di cuore Simone Dell’Aglio e il Collettivo Cuore Grato per la cura con cui hanno pensato e costruito questo premio, accompagnandolo con una motivazione che mi ha colpita per precisione, delicatezza e responsabilità.

Hanno ricordato il lavoro istituzionale svolto con la mozione che ha introdotto a Milano il diritto al nome di elezione sugli abbonamenti ai trasporti pubblici e per il personale comunale.
Un cambiamento concreto, che ha restituito dignità e serenità a molte persone transgender e non binarie attraverso procedure rispettose dell’autodeterminazione e libere da ogni filtro medico.
Hanno definito questo lavoro un gesto di cura sociale e un esempio di protezione nei confronti di chi è stato marginalizzato, riconoscendo in me – con una generosità che mi ha profondamente commossa – una “mother istituzionale e sociale”.
Quelle parole mi hanno fatto riflettere.
Il senso di una “madre simbolica”
Da tempo mi interrogo sul ruolo che posso e voglio avere all’interno delle comunità a cui appartengo: quella trans, quella queer, quella LGBTQIA+, quella femminista.
Sono comunità diverse ma attraversate dalla stessa ricerca di libertà, sicurezza e giustizia.
Penso spesso alle giovani e giovanissime persone transgender: alle loro vite in bilico, ai percorsi ancora troppo spesso politicizzati con leggerezza, alle famiglie che cercano risposte, al dolore che queste ragazze e questi ragazzi portano sulle spalle. Un dolore che conosco bene: a quattordici anni anch’io l’ho attraversato, ed è un dolore così profondo da mettere alla prova persino la volontà di restare al mondo.
È per loro che sento la responsabilità più forte ed è a loro che penso quando lavoro, quando prendo posizione e quando decido di esserci.
Il tema della “madre simbolica” è emerso più volte anche in ACET, l’associazione che ho fondato nel 2020 e che oggi è guidata da attivistə giovani, competenti e totalmente all’altezza del futuro che stanno costruendo. Potrebbero andare avanti senza di me – e questo è un motivo di orgoglio – eppure continuano a coinvolgermi perché credono nel valore della memoria e del dialogo intergenerazionale e nel ruolo delle madri politiche, quelle figure che proteggono, tramandano saperi, sostengono e aprono strade.
È un’eredità che viene da lontano.
Dalla ballroom culture delle comunità nere e latine negli Stati Uniti degli anni Settanta: luoghi di sopravvivenza e creatività, dove giovani ostracizzati dalle famiglie trovavano rifugio e appartenenza.
In quella cultura, essere “mother” significava offrire ciò che la società negava: cura, rispetto, protezione, strumenti per esistere.
Era – ed è ancora oggi – un gesto profondamente politico.
Una rivoluzione silenziosa: la maternità come spazio di libertà
In una società che usa la maternità come strumento per definire chi è donna e chi non lo è, chi ha valore e chi no, la ballroom compie un atto rivoluzionario: affermare che anche una donna trans può essere madre, pienamente, attraverso la cura che genera comunità.
Madre è colei che accompagna, sostiene, costruisce spazi sicuri, offre strumenti e competenze perché altri possano vivere meglio.
La mia idea di maternità simbolica è questa.
È un impegno quotidiano, una responsabilità che si rinnova ogni volta che una persona più giovane si rivolge a me con fiducia, un modo di stare nella politica che non ha nulla a che vedere con la retorica, e tutto a che vedere con la protezione di chi da questa società è fragilizzato.
Il significato di questo premio, oggi

Ricevere il Best Mother 2025, in questa fase della mia vita politica e personale, ha un valore particolare.
Arriva in un momento in cui sto ridefinendo il mio ruolo pubblico e cercando un approccio istituzionale e costruttivo, capace di tenere insieme complessità, pluralità e cura.
Questo premio non è un punto di arrivo, ma un invito a proseguire su questa strada: con umiltà, con gratitudine, con la consapevolezza che la cura – quando è autentica – può generare cambiamento sociale.
E allora sì: se “mothering” significa assumersi la responsabilità di accompagnare, proteggere e costruire futuro, io accetto volentieri di portare questo titolo – non come riconoscimento personale, ma come promessa verso la mia comunità.
