di Monica Romano

Gaza, il genocidio in atto, il voto in Consiglio comunale e la responsabilità politica di Milano davanti alla sospensione del gemellaggio con Tel Aviv.

Gemellaggio Milano-Tel Aviv: una scelta che Milano avrebbe dovuto compiere

Foto di Mohammed Ibrahim su Unsplash

A Milano, il Consiglio comunale ha deciso di mantenere il gemellaggio con Tel Aviv, bocciando un Ordine del Giorno che ne chiedeva la sospensione.

Io sono stata fra i 17 consiglieri che hanno invece votato per la sospensione del gemellaggio, ma ci siamo ritrovati in minoranza.

Una riflessione a pochi giorni da quel voto.

Il voto di lunedì scorso ha avuto una lunghissima gestazione. Dal giorno successivo al 7 ottobre 2023, e precisamente dalla seduta del Consiglio comunale di Milano di lunedì 9 ottobre 2023, la nostra Aula è tornata molte volte a discutere prima dell’attacco terroristico subìto da Israele e poi, con l’evolversi drammatico dei fatti, della distruzione sistematica di Gaza e delle violazioni dei diritti umani subìte dal popolo palestinese.

In questo percorso, il compianto Carlo Monguzzi è stato il collega più costante e più attivo nel richiamare il Consiglio comunale alla responsabilità politica e morale di non voltarsi dall’altra parte.

Una discussione pubblica, quindi, che per due anni, sette mesi e nove giorni ha attraversato non soltanto il nostro Consiglio comunale, ma anche le forze politiche, le associazioni, i movimenti, le sensibilità diverse della città e, inevitabilmente, anche le coscienze individuali di molte e molti di noi.

Al centro di questa discussione c’era una domanda che qualcuno ha provato a rendere tecnica, procedurale, amministrativa, quasi laterale rispetto alla vita concreta delle persone, ma che invece era, e resta, una domanda politica nel senso più profondo del termine: che cosa deve fare una città come Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza, città che ha costruito una parte importante della propria identità pubblica sulla libertà, sull’antifascismo, sulla dignità della persona e sui diritti umani, davanti al genocidio in atto a Gaza?

Può davvero la nostra città limitarsi alle dichiarazioni di dolore, agli appelli alla pace – come se ci fosse semplicemente una guerra in atto, e non una distruzione sistematica delle condizioni di vita del popolo di Gaza – alle formule prudenti, alle parole di cordoglio, oppure deve essere capace, quando la realtà ci riporta ai momenti più bui del secolo scorso, di compiere anche un gesto politico simbolico ma vero, concreto e coerente con la propria storia e con i valori che dice di rappresentare?

Per me la risposta è sempre stata chiara: il Consiglio comunale di Milano avrebbe dovuto sospendere il gemellaggio con Tel Aviv. Non contro una comunità, non contro un popolo, non contro la popolazione israeliana – che ha diritto alla pace, alla sicurezza e alla vita come ogni altra popolazione civile – ma come atto politico nei confronti delle scelte del governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Scelte che hanno prodotto e continuano a produrre morte, distruzione, sfollamento, umiliazione e violazioni gravissime dei diritti umani.

Lunedì scorso, in Consiglio comunale, quella possibilità è stata respinta, e io sono uscita dall’aula con una rabbia e un’amarezza che non intendo nascondere, perché ci sono momenti nei quali fingere un distacco istituzionale che non si prova sarebbe una forma di ipocrisia. E perché ci sono voti che passano come atti amministrativi, magari importanti ma comunque ordinari, e altri che invece ci resteranno addosso per sempre, tormentandoci e chiedendoci se la nostra città sia stata davvero all’altezza della propria storia.

Perché il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv ha un significato politico

Foto di Mohammed Ibrahim su Unsplash

Un gemellaggio tra città non è una pratica neutra, non è una targa dimenticata in un archivio comunale, e nemmeno una formula di cortesia internazionale priva di significato politico. Ogni relazione istituzionale, soprattutto quando viene mantenuta nel tempo e rivendicata come parte della vita pubblica di una città, stabilisce e alimenta nel tempo un riconoscimento, narra di una vicinanza, mantiene un rapporto anche quando il contesto storico e politico intorno a quel legame cambia in modo radicale.

Per questo, quando il Consiglio comunale di Milano decide di mantenere un gemellaggio a dispetto di violazioni gravissime del diritto internazionale e dell’annientamento di una popolazione civile, quella scelta comunica qualcosa. E il silenzio, insieme alla prudenza elevata a metodo, il famoso “decidere di non decidere”, risulta più che mai eloquente.

Il messaggio che il Consiglio comunale di Milano ha mandato, respingendo la sospensione del gemellaggio con Tel Aviv, è un messaggio che mi fa male. Amo la mia città e credo profondamente nelle sue istituzioni, altrimenti non mi sarei candidata per il Consiglio comunale. E non posso non soffrire intimamente nel sentire pronunciare parole che suonano giuste ma ipocrite. Patisco nell’ascoltare chi si dichiara addolorato invocando la pace, chi dice che il popolo di Gaza va protetto, ma poi, quando arriva il momento di compiere un gesto politico concreto, si ferma. Da appartenente a una minoranza stigmatizzata, ho visto e sofferto questa dinamica troppe volte.

Penso che Milano meriti molto di più. E non lo dico perché sono in cerca di una resa dei conti, o perché immagini ingenuamente che la sospensione di un gemellaggio avrebbe fermato ciò che accade a Gaza, ma perché le istituzioni, quando le tragedie della storia diventano così grandi da interpellare ogni livello della vita pubblica, hanno il dovere di dire con chiarezza da che parte stanno.

Perché parlo di genocidio a Gaza

Foto di Mohammed Ibrahim su Unsplash

So bene che la parola “genocidio” pesa, e so anche che pesa perché chiama in causa il diritto internazionale, la responsabilità degli Stati, la memoria storica, la coscienza collettiva e il modo stesso in cui una comunità politica sceglie di nominare l’orrore.

Proprio per questo credo che non vada usata con leggerezza. Né, al tempo stesso, vada evitata per paura, prudenza diplomatica o calcolo politico.

La Corte internazionale di giustizia, nel procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio, ha ritenuto nel gennaio 2024 plausibili almeno alcuni dei diritti rivendicati in giudizio, incluso il diritto dei palestinesi di Gaza a essere protetti da atti di genocidio, e ha ordinato a Israele misure provvisorie per prevenire atti rientranti nella Convenzione, prevenire e punire l’incitamento al genocidio e consentire l’ingresso degli aiuti umanitari.

Amnesty International, in un rapporto pubblicato nel dicembre 2024, ha concluso che Israele ha commesso e continua a commettere genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, documentando uccisioni di civili, distruzione di infrastrutture essenziali, sfollamenti forzati, ostacoli agli aiuti salvavita e restrizioni tali da compromettere le condizioni materiali di sopravvivenza della popolazione.

Nel settembre 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati ha concluso che Israele ha commesso genocidio nella Striscia di Gaza, richiamando sia gli atti materiali sia il tema dell’intento genocidario, sulla base delle condotte e delle dichiarazioni attribuite alle autorità israeliane.

Parlare di genocidio non significa quindi rimuovere la complessità della storia israeliana e palestinese, né cancellare l’orrore del 7 ottobre, né, tantomeno, negare il diritto della popolazione israeliana alla sicurezza, alla pace e alla vita. Significa, sic et simpliciter, prendere atto del fatto che il dibattito pubblico non può più comportarsi come se fossimo davanti a una semplice disputa lessicale, come se la parola “genocidio” fosse solo una forzatura militante o un eccesso retorico da evitare per buona educazione istituzionale.

Il quadro internazionale è troppo grave, le fonti sono troppo autorevoli, le immagini sono troppo chiare e non possono non far tremare le nostre coscienze; la distruzione materiale e morale della popolazione civile palestinese è troppo evidente perché la politica possa rifugiarsi in un linguaggio comodo, attenuato e non disturbante, come se chiamare le cose con il loro nome fosse più pericoloso delle cose stesse.

Gaza e la distruzione delle condizioni di vita della popolazione civile

Foto di Ahmed Abu Hameeda su Unsplash

La situazione umanitaria a Gaza non può essere descritta come una generica “emergenza”. Un’emergenza può nascere da un terremoto, da un’alluvione, da un evento improvviso, da qualcosa che accade e travolge, mentre qui siamo davanti a una catena di decisioni politiche e militari che sta distruggendo le condizioni stesse di vita di un’intera popolazione.

OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, continua a descrivere il quadro umanitario a Gaza come drammatico, con una popolazione civile sottoposta a sfollamenti, accesso insufficiente ai servizi essenziali, fortissime criticità nell’assistenza sanitaria e difficoltà enormi nell’ingresso e nella distribuzione degli aiuti.

Reuters ha riportato pochi giorni fa che più di due milioni di persone risultano concentrate in meno della metà del territorio di Gaza, in una situazione nella quale la divisione della Striscia rischia di diventare permanente, mentre gli aiuti umanitari restano limitati nonostante le promesse collegate agli accordi di cessate il fuoco.

Guardando a tutto questo con onestà, come si può continuare a parlare di “conflitto”? Come se ci trovassimo davanti a due soggetti collocati sullo stesso piano di forza, con lo stesso potere militare, lo stesso controllo del territorio, la stessa possibilità di determinare l’accesso all’acqua, al cibo, alle cure, agli aiuti, agli spostamenti, alla sopravvivenza quotidiana.

Il popolo di Gaza è stato affamato, sfollato, bombardato, privato di servizi essenziali, costretto a vivere in condizioni che nessuna coscienza democratica dovrebbe accettare.

Sospendere il gemellaggio con Tel Aviv non significa odiare

Voglio ribadirlo con tutta la chiarezza possibile, perché su questo punto non devono esserci ambiguità: votare a favore della sospensione del gemellaggio con Tel Aviv non significava votare contro il popolo israeliano, non significava votare contro le persone che fanno parte della comunità ebraica, non significava votare contro una comunità, non significava negare il diritto all’esistenza di Israele, non significava rimuovere l’orrore del 7 ottobre, non significava giustificare Hamas, non significava cancellare il dolore delle vittime israeliane e delle loro famiglie.

Significava, al contrario, tenere ferma una distinzione che la politica democratica dovrebbe sempre difendere: la distinzione tra i popoli e i governi, tra le comunità e le decisioni politiche, tra il diritto di una popolazione a vivere in sicurezza e la possibilità, o meglio il dovere, di condannare le scelte di un governo quando quelle scelte producono morte, devastazione, umiliazione e violazioni sistematiche dei diritti umani.

Io non accetto la logica binaria e polarizzante secondo cui riconoscere il dolore del popolo palestinese significhi negare quello del popolo israeliano. Così come non accetto la logica opposta, quella secondo cui ricordare l’orrore del 7 ottobre debba diventare una giustificazione per la distruzione di Gaza.

Questa distinzione, per me, è essenziale, ed è proprio per questo che la sospensione del gemellaggio sarebbe stata una scelta seria, misurata, politicamente leggibile: non una rottura contro una popolazione, ma un segnale istituzionale contro le politiche di un governo e contro la normalizzazione di ciò che sta accadendo.

Il diritto internazionale non può essere una formula ornamentale

C’è una cosa che mi colpisce sempre di più nel dibattito pubblico: la facilità con cui pronunciamo parole solenni – diritto internazionale, diritti umani, pace, dignità della persona, protezione dei civili – e la difficoltà con cui accettiamo che quelle parole, quando vengono prese sul serio, producano conseguenze politiche.

Il diritto internazionale non può essere una formula ornamentale, buona per le commemorazioni, per i convegni, per le giornate ufficiali, per i comunicati stampa, ma debole e inservibile nel momento in cui chiede alle istituzioni di assumere una posizione chiara.

Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia, in un parere consultivo, ha affermato che la presenza continuata di Israele nei territori palestinesi occupati è illegale e che Israele ha l’obbligo di porvi fine il più rapidamente possibile, richiamando così un quadro giuridico che non può essere ignorato ogni volta che si discute del rapporto tra istituzioni, occupazione, diritti della popolazione palestinese e responsabilità degli Stati.

Quel parere non riguarda direttamente il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, naturalmente. Tuttavia contribuisce a definire il contesto nel quale quel gemellaggio viene messo in discussione, perché una città non vota fuori dalla storia, e certo non può fare finta che una relazione istituzionale resti identica a sé stessa mentre intorno si accumulano pronunce, rapporti, denunce, immagini, morti, sfollamenti, distruzione.

Quando diciamo che Milano deve stare dalla parte del diritto internazionale, dobbiamo accettare che questa frase abbia un costo politico. Altrimenti resta una bella espressione, elegante, rassicurante, perfetta per i discorsi ufficiali, ma del tutto inconsistente nel momento in cui dovrebbe orientare una scelta concreta.

La violenze contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla

Le immagini degli attivisti della Global Sumud Flotilla trattenuti, umiliati, costretti in ginocchio, sono arrivate subito dopo quel voto in Consiglio comunale.

Una conferma ulteriore, dolorosa, insopportabile, della gravità della scelta compiuta da Milano nel momento in cui ha respinto la sospensione del gemellaggio.

Associated Press ha riportato che le forze israeliane hanno intercettato le imbarcazioni della Flotilla dirette verso Gaza, una missione composta da attivisti provenienti da oltre quaranta Paesi, nata per richiamare l’attenzione sulla crisi umanitaria e sul blocco della Striscia: oltre quattrocento attivisti sono stati detenuti, mostrati, umiliati, picchiati.

Queste attiviste e questi attivisti hanno avuto una forza politica enorme, perché hanno reso visibile la sproporzione tra chi prova a portare aiuti, solidarietà e attenzione internazionale e chi risponde con la forza, con la detenzione, con la violenza, con la derisione e con la rivendicazione dell’umiliazione come linguaggio politico.

Dopo aver visto quelle immagini, il fatto che il Comune di Milano non abbia sospeso il gemellaggio con Tel Aviv mi appare ancora più grave, e temo che mi apparirà sempre più grave con il passare del tempo, perché ogni nuovo fatto, ogni nuova immagine, ogni nuova violenza, ogni nuovo ostacolo agli aiuti umanitari, ogni nuova scena di umiliazione o di disprezzo verso chi prova a rompere l’indifferenza renderà più evidente ciò che lunedì scorso era già evidente: Milano avrebbe dovuto compiere quel gesto.

La Flotilla ha avuto anche questo merito, costringendo il mondo a guardare, mostrando che esistono ancora persone disposte a esporsi fisicamente per affermare un principio di umanità. Quando un’azione politica riesce a produrre questa reazione, costringendo governi e opinioni pubbliche a vedere ciò che molti preferirebbero nascondere, ha raggiunto il suo obiettivo. Tutte e tutti dovremmo essere grati a ognuna e ognuno di questi attivisti.

La mia amarezza rispetto all’esito della votazione

Il punto, per me, resta Milano, perché è qui che esercito il mio mandato, è qui che ho votato, è qui che ho sentito il peso di quella decisione, ed è sempre qui che ho provato una forma di amarezza difficile da spiegare a chi immagina che la politica sia solo tattica, posizionamento, calcolo, equilibrio tra sensibilità diverse.

Io amo questa città, credo nella sua storia, credo nelle sue istituzioni, credo nella sua capacità di essere laboratorio politico, civile e culturale, e proprio per questo mi fa male vederla esitante, prudente, trattenuta, silenziata, incapace di riconoscersi fino in fondo nei valori che più spesso richiama quando parla di sé.

Mi fa male pensare che Milano, città che sa difendere e promuovere concretamente i diritti con tanta forza, non sia riuscita a compiere un gesto netto davanti al genocidio del popolo di Gaza.

Mi addolora pensare che la prudenza politica abbia prevalso sulla coerenza e mi fa soffrire pensare che, nel momento in cui la Storia chiedeva un posizionamento, la risposta della nostra città non sia pervenuta.

“Cos’altro deve succedere?” – mi sono chiesta uscendo dall’aula.

E continuo a chiedermelo dopo le immagini della Flotilla, dopo l’ennesima conferma della brutalità del contesto, dopo l’ennesima prova del fatto che non siamo davanti a un episodio isolato ma a una realtà che continua a produrre sofferenza e disumanizzazione.

Quante immagini dovremo ancora vedere, quante relazioni internazionali dovremo ancora leggere, quante persone dovranno ancora morire, quanti bambini dovranno ancora essere affamati, sfollati, feriti, amputati, sepolti sotto le macerie, eliminati? Quante ancora dovremo tollerare prima di decidere che un rapporto istituzionale non può proseguire come se nulla fosse?

Queste non sono domande retoriche, sono domande politiche, e lo sono nel senso più serio, perché riguardano il rapporto tra ciò che diciamo e ciò che facciamo, tra l’identità pubblica di una città e le scelte concrete delle sue istituzioni, tra la memoria della Resistenza e la capacità di riconoscere, nel presente, le forme nuove della disumanizzazione e della violenza contro i civili.

Perché ho votato a favore della sospensione del gemellaggio

Ho votato a favore della sospensione del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv perché credo che la politica debba avere conseguenze, perché penso che un Consiglio comunale non possa approvare indirizzi e poi lasciarli sospesi nel vuoto, perché ritengo che le parole “pace”, “diritto internazionale” e “diritti umani” abbiano senso solo se orientano anche le scelte difficili e perché, davanti al genocidio del popolo di Gaza, non basta certo dichiararsi addolorati.

Ho votato a favore perché un gemellaggio è una relazione istituzionale e le relazioni istituzionali hanno un significato. Milano avrebbe dovuto dire con chiarezza che quel rapporto, in questo momento storico, non poteva continuare come se nulla fosse.

La sospensione non sarebbe stata un gesto di odio – come molti provano a far credere – ma un gesto di responsabilità. Non un atto contro un popolo – questo mai! – ma una presa di posizione contro le politiche criminali di un governo.

Ho votato a favore perché non voglio che i diritti umani diventino una lingua cerimoniale, da usare quando non costa nulla e da accantonare quando chiedono coraggio, perché non voglio che Milano si abitui a parlare bene e ad agire poco, perché non voglio che la memoria della Resistenza diventi un patrimonio retorico invece che una responsabilità viva, capace di interrogare anche il presente.

Ho votato a favore, infine, perché la mia coscienza me lo chiedeva, e so che questa parola, “coscienza”, può sembrare fragile dentro un ragionamento politico, quasi troppo personale, quasi troppo intima, ma io credo invece che una politica senza coscienza, una politica incapace di sentire il peso morale delle proprie decisioni, una politica che riduce tutto a procedura, equilibrio e opportunità, finisca per smarrire la propria ragione più profonda.

Oggi, dopo le immagini della Flotilla, sono ancora più convinta di avere votato dalla parte giusta, dalla parte del diritto internazionale, della popolazione civile, della dignità umana e di una Milano che, anche quando sbaglia, deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi se è stata davvero all’altezza della propria storia.

Io penso che su questo voto Milano non lo sia stata, e lo scrivo con dolore.

Lo scrivo anche perché scripta manent e perché ci tengo che sia chiaro da che parte della storia ho deciso di stare. Non certo perché io pensi che questo scritto abbia un peso o una qualsivoglia influenza, ma perché, come milioni di italiani – e siamo davvero tantissimi, lo abbiamo visto nelle piazze e nelle strade il 4 ottobre scorso – non posso restare ferma e silente. Lo dico da cittadina prima che da politica e consigliera comunale.

Scrivo tutto questo anche perché la politica, quando è seria, deve saper nominare anche i propri fallimenti, soprattutto quando quei fallimenti riguardano il modo in cui una comunità democratica sceglie di girarsi dall’altra parte davanti al genocidio di questo secolo.

Lo scrivo, infine, pensando a come le future generazioni leggeranno la scelta del Consiglio comunale di Milano e di una parte della maggioranza che sostiene l’attuale sindaco. Forse sto cercando il loro perdono. Lo so, è un po’ da mitomane pensare che le future generazioni leggeranno questo mio scritto, ma ho sempre subìto la fascinazione delle capsule del tempo e dei messaggi nella bottiglia affidati al mare… Fosse anche una sola persona del futuro a leggermi, ne sarà valsa la pena.

Perché davvero non credo di potermi chiamare fuori da quanto è accaduto e sta accadendo a Gaza. Certo, ho votato a favore della sospensione del gemellaggio. Certo, ho denunciato con parole chiare il genocidio in atto e scelto da che parte schierarmi ben prima di lunedì scorso. Ma tutto questo resta comunque poco, pochissimo, davanti alla dimensione dell’orrore.

Resto intimamente convinta che, per il solo fatto di far parte di un Occidente che si autodefinisce “Primo mondo” e di poter godere dei privilegi che ne derivano, nessuna e nessuno di noi possa sentirsi completamente innocente. Non si tratta di una colpa individuale da esibire, né di un’autoflagellazione, ma della consapevolezza politica di vivere dentro un sistema che ha guardato troppo a lungo, e troppo spesso, dall’altra parte.

Quindi, lo ammetto, sto forse esercitando anch’io una forma di captatio benevolentiae verso chi verrà.

Concludo con uno slogan che porto nel cuore dalla partecipazione al mio primo Pride, nell’ormai lontano 2001: “No rights, no peace!”

Perché senza diritti, non c’è pace.

Fonti e approfondimenti

Per chi desidera approfondire il quadro giuridico, umanitario e internazionale richiamato nell’articolo:

Di Monica Romano

Consigliera comunale di Milano e dirigente politica.

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