di Monica Romano

Parlare di ascensore sociale in Italia significa parlare di lavoro, scuola, stipendi, famiglia di origine e possibilità reali. Apro anche questa riflessione partendo da una nota personale. So di averlo detto spesso, ma credo sia giusto assumermi questa ripetizione.

Non lo faccio per sterile pauperismo, né per trasformare la mia storia in un titolo di merito: non penso, infatti, che venire da una famiglia semplice renda automaticamente migliori, più autentici o più vicini alle persone. Lo faccio perché credo che chi fa politica debba dire con trasparenza da dove viene.

Perché non sono soltanto le idee che una politica o un politico sostiene, gli incarichi che ricopre, o le parole usa, ma anche quali mondi ha attraversato, quale educazione ha ricevuto, quali limiti ha conosciuto, quali possibilità ha dovuto conquistare e quali, anche, perdere.

Grazie alla mia esperienza nelle battaglie per i diritti civili ho imparato che il personale è politico non è soltanto uno slogan femminista, ma una potente chiave di lettura del reale. E non certo nel senso che ogni vicenda privata debba diventare esposizione pubblica, ma nell’accezione che la nostra storia condiziona il modo in cui guardiamo il mondo, leggiamo le ingiustizie, riconosciamo i privilegi e scegliamo da che parte stare.

Io vengo da una famiglia dignitosissima, piena di amore e di sacrifici, che appartiene a quel mondo che un tempo avremmo chiamato classe lavoratrice. Mio padre è un fiero siciliano che – emigrato a Milano negli anni ‘70 – ha vissuto del suo stipendio per tutta la vita, e io ho imparato presto che cosa significa misurare desideri e possibilità, rinunciare a molte cose e capire che non tutte e tutti partiamo dallo stesso punto.

Mi sento davvero molto fortunata: sono stata la prima persona della mia famiglia a laurearsi. E oggi faccio un lavoro molto diverso da quello del mio papà (oltre all’impegno in Consiglio comunale ho un lavoro a tempo pieno che amo e che mi gratifica), perché mi sono impegnata tanto ma anche perché, nel mio caso, l’ascensore sociale ha fuzionato.

Questo è stato possibile grazie ai sacrifici dei miei genitori che mai smetterò di ringraziare, certo, ma anche grazie all’idea concreta che l’istruzione pubblica potesse ancora essere una leva di emancipazione.

Per questo, quando parlo di ascensore sociale, non sto parlando di una formula da convegno, ma di una promessa democratica che ha attraversato e cambiato realmente la mia vita.

Ascensore sociale in Italia: da dove partiamo

Foto di Lan Johnson su Unsplash

Non è accettabile vivere in un Paese in cui solo chi frequenta le migliori università private può ambire a certe carriere.

Non perché le università private siano un problema in sé, ci mancherebbe.

Il problema nasce nel momento in cui l’accesso alle opportunità migliori dipende sempre di più dalla famiglia in cui nasci, dal reddito dei tuoi genitori, dalla scuola che hai potuto frequentare, dalla città in cui sei cresciuta o cresciuto, dalle relazioni sociali che hai respirato fin da bambina o bambino: e a quel punto non stiamo più parlando di merito, ma di privilegio.

Per anni ci siamo raccontati che l’Italia fosse ancora un Paese in cui, studiando, impegnandosi e lavorando duramente, una persona potesse migliorare la propria condizione di partenza. E in parte è stato vero: la scuola pubblica, l’università pubblica, il welfare, i concorsi, il lavoro stabile hanno permesso a tante persone nate in famiglie popolari di costruirsi una vita diversa da quella dei propri genitori.

Ma oggi quella promessa appare molto più fragile.

Perché la famiglia di origine conta ancora

I dati lo confermano. Secondo l’OCSE, in Italia il 63% dei giovani adulti tra i 25 e i 34 anni con almeno un genitore laureato consegue a sua volta un titolo universitario. Tra chi ha genitori che non hanno completato la scuola secondaria superiore, la quota scende al 15%. È un divario di 48 punti percentuali, superiore alla media OCSE.

Questo significa una cosa molto semplice: il punto di partenza familiare pesa ancora moltissimo sul punto di arrivo, e non dovrebbe essere così.

Una democrazia sana non promette che tutti arriveranno nello stesso posto, perché sarebbe falso e fuorviante, ma dovrebbe garantire che nessuno sia condannato in partenza e fare in modo che una ragazza o un ragazzo nati in una famiglia senza grandi mezzi economici possa comunque studiare, crescere, scegliere, competere ad armi almeno un po’ più pari.

Il merito non basta se le opportunità non sono uguali

Non è solo una questione economica. È anche una questione di informazioni, orientamento, fiducia, relazioni, possibilità concrete. Chi nasce in una famiglia benestante può spesso compensare le difficoltà: ripetizioni private, scuole migliori, esperienze all’estero, sostegno economico durante gli anni universitari, reti sociali più forti, tempo per sbagliare e riprovare.

Chi nasce in una famiglia povera o fragile, invece, spesso non ha margine e non può permettersi il lusso di sbagliare. Se sbaglia scuola, se resta indietro, se deve lavorare mentre studia, se non può permettersi l’Erasmus, se vive lontano dai grandi centri universitari, se non ha una famiglia in grado di orientarlo – è certo che pagherà un prezzo. E penso anche alle tante ragazze e ragazzi di seconda e terza generazione, i “nuovi italiani” che vengono da famiglie con background migratorio, troppo spesso dipinti da una certa informazione e da una certa politica come un problema da risolvere, e non come cittadine e cittadini che hanno il diritto di credere nella nostra democrazia e nella possibilità di avere un futuro migliore.

E così che il merito diventa una parola inascoltabile per tante persone che per emergere avrebbero bisogno di condizioni minime: scuole funzionanti, insegnanti valorizzati, borse di studio adeguate, trasporti accessibili, alloggi universitari, orientamento serio, diritto allo studio, università pubbliche forti.

Senza tutto questo, il merito rischia di diventare solo il nome elegante che diamo alla selezione sociale.

Non basta laurearsi: bisogna conoscere i codici

Anche AlmaLaurea, nel Rapporto 2025, conferma quanto il contesto familiare continui a pesare sui percorsi universitari e sull’inserimento lavorativo dopo la laurea. Il rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati ha coinvolto circa 690 mila laureati di 81 atenei, mentre quello sul profilo dei laureati si basa su oltre 305 mila laureati del 2024.

Tradotto: non conta solo laurearsi, ma anche sapere come muoversi dopo, conoscere i codici, avere qualcuno che ti spiega quali scelte fare, quali percorsi evitare, quali opportunità cogliere.

Perché l’ascensore sociale non si rompe solo quando mancano i soldi, ma anche quando mancano strumenti, linguaggi, mappe, reti, modelli vicini.

Scuola pubblica e università pubblica come strumenti di libertà

Per questo la scuola pubblica è decisiva.

La scuola pubblica non è solo un luogo in cui si imparano nozioni, ma il primo spazio in cui una società decide se vuole davvero correggere le disuguaglianze o limitarsi a prenderne atto.

Una buona scuola pubblica può vedere talenti che una famiglia non sa riconoscere, aprire possibilità che un quartiere non offre, far incontrare mondi diversi, può dire a una ragazza o a un ragazzo: “Tu puoi andare oltre il punto da cui parti”.

Ma per fare questo deve essere messa nelle condizioni di funzionare, oltre le belle parole sul merito e sulla centralità dei giovani. E non basta dire che l’istruzione è importante, se poi la scuola e l’università pubblica vengono lasciate sole, sottofinanziate, appesantite, rese meno attrattive e meno capaci di incidere.

Un Paese che spreca possibilità

L’ISTAT segnalava già nel Rapporto annuale 2021 che i ritardi italiani sull’istruzione terziaria dipendono sia da un tasso di ingresso all’università non elevato, sia da una probabilità significativa di interruzione del percorso prima del conseguimento del titolo. Nell’anno accademico 2018/2019 solo circa la metà dei giovani diplomati si immatricolava all’università nello stesso anno.

Sono dati che dovrebbero interrogarci profondamente.

Perché un Paese con pochi laureati, poche opportunità di mobilità sociale e forti disuguaglianze familiari è un Paese che spreca intelligenze, energie, possibilità di riscatto sociale, futuro – tradendo la propria promessa democratica.

La politica deve rimettere in moto l’ascensore sociale

Io ovviamente non penso che tutti debbano fare l’università, perché il lavoro tecnico, professionale, manuale, artigiano, operativo ha un valore enorme e va riconosciuto molto più di quanto facciamo oggi.

La vera questione è che ogni giovane deve poter scegliere per davvero: se studiare o lavorare, se scegliere un percorso tecnico senza sentirsi di serie B, se andare all’università anche se non nasce in una famiglia ricca, se poter ambire a una carriera qualificata anche se viene da una periferia, da un piccolo paese, da una famiglia operaia, da una storia difficile.

Questa è la differenza tra libertà proclamata e libertà reale.

La libertà reale non è dire a tutti “puoi farcela” e poi lasciare ciascuno solo davanti alle proprie condizioni di partenza, ma costruire istituzioni che rendano quella possibilità concreta.

Riparare l’ascensore sociale

Se guardiamo all’Italia di oggi, dobbiamo dirlo con chiarezza: l’ascensore sociale è guasto, e va riparato al più presto. Per troppe persone non sale più, o sale troppo lentamente, o si ferma molto prima dei piani alti.

Rimetterlo in moto significa tornare a investire seriamente sull’istruzione pubblica, considerare scuola e università non come capitoli di spesa, ma come infrastrutture democratiche, capire che il futuro di un Paese non si misura solo dal PIL, ma anche dalla capacità di non rendere ereditaria la povertà.

Quando una società smette di dare possibilità a chi parte indietro, non diventa solo più ingiusta, ma diventa anche più fragile, fragilizzando anche la democrazia.

Di Monica Romano

Consigliera comunale di Milano e dirigente politica.

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