Milano ricorda le vittime della violenza transfobica: memoria, diritti e istituzioni in cammino.

La città di Milano ha ospitato domenica 23 novembre 2025 la Trans Lives Matter March, la marcia silenziosa dedicata alla memoria delle persone trans vittime di violenza transfobica e organizzata ogni anno in occasione del Transgender Day of Remembrance (TDOR).


L’iniziativa, giunta alla sua quarta edizione, è stata ideata e proposta nel 2022 da me come attivista di lungo corso del movimento transgender italiano – insieme alla responsabile dello Sportello Trans di Ala Milano onlus Antonia Monopoli.
Oggi la marcia è diventata uno degli appuntamenti più significativi in Italia per chi si occupa di diritti transgender, memoria civile e contrasto ai discorsi d’odio.

Alla marcia hanno partecipato cittadine e cittadini, attiviste e attivisti, associazioni e rappresentanti istituzionali. Presenti anche la Presidente del Consiglio comunale Elena Buscemi e il capogruppo del Partito Democratico in Regione Lombardia Pierfrancesco Majorino.
La manifestazione è promossa da ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere in collaborazione con lo Sportello Trans ALA Milano Onlus.

Milano, città dei diritti: la bandiera transgender su Palazzo Marino

Anche quest’anno la bandiera transgender è stata esposta sulla facciata di Palazzo Marino.
Un gesto simbolico ma istituzionalmente rilevante, che conferma Milano come una delle città europee più attente ai temi dei diritti umani e del riconoscimento delle persone transgender e non binarie.

Nel mio ruolo istituzionale sto inoltre per depositare un Ordine del Giorno per intitolare un luogo della città alla memoria delle persone trans che, negli anni Settanta e Ottanta, hanno lottato per ottenere il riconoscimento giuridico poi conquistato nel 1982 con la Legge 164.

Violenza transfobica nel mondo: numeri e storie

I dati globali sul tema dei diritti trans e della violenza transfobica sono drammatici:

  • 281 persone trans uccise nel mondo nel 2025;
  • 92% donne trans;
  • la più giovane aveva 14 anni;
  • molte erano persone razzializzate.

Tra le storie che abbiamo ricordato alla marcia:

  • Sara Millerey González Borja, brutalmente uccisa in Colombia;
  • Kesaria Abramidze, assassinata in Georgia;
  • Sam Nordquist, uomo trans ucciso negli Stati Uniti nel febbraio 2025.

La comunità ha ricordato anche le “100 sconosciute di Evin”, persone transgender scomparse dopo l’attacco al carcere di Evin, a Teheran, secondo ricostruzioni internazionali pubblicate da Gay.it e dal New York Times.

Il mio discorso alla Trans Lives Matter March 2025

Io e Antonia Monopoli, ideatrici della Trans Lives Matter March – Foto di Clodoveo Petrosino

Perché questa marcia è necessaria anche oggi

Oggi voglio ricordare alcune amiche, donne trans, attiviste, che per me sono state importantissime, e che oggi non sono più tra noi.
Fra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 eravamo soltanto delle ragazze. Stavamo iniziando i nostri percorsi di affermazione di genere per somigliare a noi stesse e ci incontravamo in quelli che allora erano gli spazi di militanza e di movimento.
Ricordo che eravamo piene di euforia, di speranza e anche un po’ di incoscienza. Volevamo cambiare il mondo. In effetti amavamo pensare un po’ troppo in grande ed eravamo un tantino ingenue. Ma eravamo convinte che l’Italia fosse pronta a cambiare insieme a noi.

Ricordo bene il clima di quegli anni: l’8 luglio del 2000 si era tenuto il World Pride a Roma, in pieno Giubileo. Per molte di noi fu un momento fondamentale, che segnò un cambio di passo.
Quel giorno Sylvia Rivera, pioniera dei diritti trans e anima della rivolta allo Stonewall Inn del 1969 a New York, disse dal palco: “siete tutte mie figlie”.
Quelle parole arrivarono fortissime anche a chi non era sotto a quel palco fisicamente: ci attraversarono tutte e ci fecero sentire parte di una storia più grande. E in quelle parole ci siamo sentite riconosciute, parte di una genealogia e di una lotta che viene da lontano.

Ricordo quando con le mie amiche ci incontrammo a Sanremo – l’8 marzo del 2003 – per manifestare contro Pippo Baudo, che aveva escluso l’attrice trans Cristina Bugatty dalla conduzione del Dopofestival.
In realtà, del Festival di Sanremo ci interessava ben poco, ma Mirella Izzo, venuta a mancare nel 2023, pensò che quella fosse un’occasione molto ghiotta per poter parlare, avendo una visibilità nazionale, del fatto che il diritto al lavoro era negato a noi persone trans.

Ricordo, come se fosse accaduto ieri, Marcella di Folco – che ci ha lasciato nel 2010 – salire sulla passerella riservata ai cantanti e ai vip davanti al Teatro Ariston e gridare:
“Pippo Baudo vieni fuori! Le trans sono arrivate!”
Le mie giovani amiche e io eravamo galvanizzate, distribuivamo i nostri volantini sul diritto al lavoro come Marcella e Mirella ci avevano chiesto di fare. Ci sentivamo finalmente visibili e soprattutto inarrestabili. Finimmo su tutte le televisioni, anche su Blob, e di questo mia madre non fu molto contenta.

Tornammo a casa in treno convinte di aver organizzato la prima manifestazione per il diritto al lavoro delle persone trans. Soltanto più tardi avremmo scoperto che non eravamo state le prime: negli anni ’70 e ’80 altre donne trans avevano già aperto sentieri che noi non conoscevamo, perché nel nostro movimento la memoria è fragile, si spezza e troppo spesso non viene tramandata.

Ricordo quando preparavamo i cartelloni per i Pride e le notti passate a dirci che il mondo sarebbe cambiato e che le porte per noi si sarebbero aperte.

Ricordo Leslie Feinberg – attivista comunista, transgender, lesbica e femminista – venuto a presentare il suo libro Stone Butch Blues nel 2004, che invitava noi e il movimento lesbico a non dividerci e a combattere insieme. E poi ricordo l’abbraccio forte forte che Leslie e sua moglie diedero a ciascuna di noi prima di tornare negli Stati Uniti.

Visti da qui, questi ricordi sono immagini luminose, così luminose che oggi fanno male.
Perché oggi il mondo sta tornando indietro, e questo sta succedendo perché ci sono forze politiche – in Italia, in Europa, nel mondo – che lavorano apertamente per cancellarci come persone trans.
Pensiamo a Trump, Putin e Orbán: tre volti dell’intolleranza globale, tre autocrati diversi ma uniti dalla stessa volontà di cancellarci.
Pensiamo al genocidio del popolo palestinese, compiuto sotto i nostri occhi. Non dobbiamo mai dimenticare il dolore di chi subisce violenza e oppressione, non dobbiamo mai smettere di riconoscere la stessa domanda di libertà e giustizia che anima le nostre battaglie quotidiane in altre lotte per i diritti umani.

Tornando con la memoria a quegli anni che per me furono tanto intensi, dalla fine degli anni ’90 in poi, mi chiedo spesso: a cosa è servito tutto ciò che abbiamo fatto? È servito davvero? Oppure è stato inutile?
O forse – e questa è una consapevolezza amara e recentissima – per assurdo siamo state noi, inconsapevolmente, a vivere una stagione più favorevole rispetto a quella che stanno incontrando le nuove generazioni trans?

Non so articolare una risposta in questo momento, non sono abbastanza lucida per farlo perché coinvolta in prima persona. Ma di una cosa sono certa: non voglio che le mie sorelle vengano dimenticate.
Perché ogni volta che una di noi muore, perdiamo un pezzo della nostra storia, e il mondo per noi diventa un po’ più freddo.

E non mi riferisco soltanto alle attiviste più note – come Marcella Di Folco, Mirella Izzo, Deborah Lambillotte o Leslie Feinberg.
Penso anche alle operaie dell’attivismo, le amiche che contribuivano nelle retrovie: Silvia, Elisabeth, Brigida, Chiara e tante, tante altre.

Nel nostro movimento deve continuare a esistere qualcosa che non si spegne: un testimone, e credo che possa essere soltanto la sorellanza.
Quella tradizione segreta per cui siamo figlie, madri o sorelle simboliche, una dopo l’altra. Io stessa sono stata figlia. E oggi – lo dico con gratitudine e un po’ di pudore – sono diventata una madre simbolica per qualcuna.

E allora, lasciatemi dire una cosa direttamente alle sorelle che non ci sono più:
non vi abbiamo dimenticate, e mai vi dimenticheremo.

Aiutateci, stateci accanto e dateci tutta vostra forza, perché quel sogno che stringevamo a vent’anni – cambiare il mondo – lo teniamo vivo anche adesso, fragile e ostinato come allora.

Perché voi siete ancora con noi – anzi, voi siete noi – in ogni passo, in ogni voce, in ogni strada in cui camminiamo insieme.

La Trans Lives Matter March non è solo una commemorazione: è un atto di responsabilità civile e istituzionale. È un modo per ricordare che la violenza transfobica non è un fenomeno marginale, ma una questione di diritti umani, democrazia e qualità della vita pubblica.

Ritratti dalla Trans Lives Matter March di Clodoveo Petrosino

Milano continua a essere un presidio fondamentale in Italia ed Europa per:

  • difendere la libertà e la dignità delle persone transgender;
  • promuovere politiche pubbliche inclusive;
  • custodire la memoria del movimento trans italiano;
  • costruire una cultura del rispetto e della complessità.

La marcia è un’iniziativa politica che negli anni è diventata un appuntamento collettivo, condiviso e riconosciuto.
Un luogo di incontro tra comunità, istituzioni e cittadinanza.
Un gesto che parla a Milano, all’Italia e anche all’estero: un invito a tenere viva la memoria, a costruire società più giuste e a non arretrare di fronte alle nuove forme di odio.

Di Monica Romano

Consigliera comunale di Milano e dirigente politica.

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