di Monica Romano

Foto di Danny Messina su Unsplash

Quando anche un impiego non basta più a garantire una vita dignitosa, il problema non riguarda solo il mercato del lavoro. Riguarda la tenuta democratica e sociale del Paese.

Mi perdonerete se apro questo articolo con una nota personale.

Io vengo da una famiglia dignitosissima, meravigliosa, capace di vero amore (la cosa più importante) e appartenente a quella che un tempo avremmo definito “la classe operaia”. Mio padre ha vissuto del suo stipendio per tutta la sua vita e io ho imparato bene fin da giovane che cosa significa dover rinunciare a tante cose, fare sacrifici e, soprattutto, a vedere ridimensionata la mia prospettiva rispetto a coetanei che venivano da famiglie più agiate.

Sono la prima laureata della mia famiglia, grazie ai sacrifici dei miei genitori, e forse è anche per questo che ai bei tempi dell’università scelsi di specializzarmi nelle scienze del lavoro, nelle relazioni industriali e nella gestione delle risorse umane. Feci quella scelta perché fin da ragazza sentivo profondamente l’ingiustizia di un mondo in cui tante persone lavorano duramente e, nonostante questo, vedono ridursi le proprie possibilità, i propri sogni e il proprio orizzonte di vita.

So quindi cosa vuol dire non poter ragionare in astratto sul lavoro, ma doverlo vivere come una condizione concreta che decide il tuo grado di libertà, di serenità e di dignità.

Ed è anche per questo che trovo insopportabile il modo in cui troppo spesso si parla di lavoro in Italia.

Per anni ci hanno raccontato che avere un impiego fosse di per sé sufficiente a garantirci autonomia, rispetto, prospettiva, che sarebbe bastato fare il nostro dovere, per poterci costruire una vita dignitosa. Ma oggi, milioni di persone, sanno bene e sulla propria pelle che non è così.

Si può lavorare e restare poveri

Si può lavorare e restare poveri, ecco il punto che dovrebbe stare in cima all’agenda politica. E bisognerebbe avere il coraggio di parlarne molto di più di quanto si faccia oggi nel dibattito pubblico, perché qui stiamo parlando di persone che si alzano la mattina, prendono i mezzi pubblici, fanno turni, tengono in piedi uffici, servizi, aziende, trasporti, negozi, amministrazioni. Queste persone – uno dei motori dell’Italia – non riescono a vivere con tranquillità, a sostenere senza ansia le spese di base e a guardare al futuro con un minimo di respiro.

Quando il lavoro non basta più a proteggere dalla povertà, si rompe qualcosa di profondo, si rompe il patto sociale. Perché il lavoro, in una democrazia seria, dovrebbe essere molto più di una prestazione economica. Dovrebbe essere lo strumento attraverso cui una persona costruisce indipendenza, stabilità, possibilità e dovrebbe rappresentare una soglia garantita di sicurezza. Ma noi sappiamo che questa funzione è ormai venuta meno.

Ciò che resta è un sistema che chiede fatica e restituisce fragilità.

Da anni si commentano i numeri del mercato del lavoro in superficie. Si enfatizzano alcuni dati, si costruiscono narrazioni rassicuranti, si scambiano i contratti precari per benessere reale. Ma la domanda vera è un’altra, ed è molto semplice: quei lavori consentono davvero di vivere? E per vivere intendo non soltanto riuscire a pagare spesa, benzina, affitto, e bollette, ma anche mettere da parte qualcosa per avere la speranza di un futuro migliore, quantomeno per i propri figli. Perché è questa la questione decisiva.

I numeri del lavoro povero in Italia

Dire che in Italia i salari sono troppo bassi non è fare propaganda, ma guardare in faccia la realtà, prendendo atto del fatto che una parte enorme del mondo del lavoro porta a casa troppo poco rispetto al costo reale della vita.

Nel 2024 il 10,2% degli occupati in Italia, quasi 2,5 milioni di persone, era a rischio di povertà. E il problema dei salari bassi era già enorme nel periodo pre-Covid: già l’INAPP, nel 2019, stimava che una soglia di 9 euro lordi l’ora avrebbe riguardato più di un lavoratore dipendente su cinque. E nel 2022, secondo l’Istat, il 10,7% dei dipendenti in Italia aveva una retribuzione oraria bassa, pari o inferiore a 8,9 euro l’ora. Un dato che colpisce soprattutto giovani, donne e lavoratori delle qualifiche più basse.

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Il confronto europeo sui salari

Ma c’è un altro punto che dovrebbe interrogarci. In molti Paesi europei, negli ultimi decenni, i salari reali sono cresciuti. Questo significa che, al netto dell’inflazione, il lavoro ha continuato a garantire più capacità di acquisto, più margine, più possibilità.

In Italia, invece, è accaduto il contrario. E questo rende ancora più evidente che il problema non è una generica difficoltà economica dell’Occidente, ma una specificità italiana che si trascina da troppo tempo.

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E questo è ancora più evidente in città come Milano, dove ogni discorso sugli stipendi si scontra subito con la concretezza degli affitti, delle bollette, dei trasporti, della spesa, del costo ordinario dell’esistenza.

A Milano questa contraddizione non è soltanto evidente, ma abnorme. Puoi avere un impiego, essere una persona seria, rispettare responsabilità e orari, e tuttavia restare in una condizione di vulnerabilità economica costante. Affitti insostenibili, costo della vita alle stelle e – ancora in molti ambiti – stipendi ridicoli.

Quello del lavoro povero non è soltanto un tema economico, ma sociale, politico, democratico. Una società che si abitua a pagare troppo poco chi lavora è una società che svaluta la fatica umana, che tollera tutto questo, che ci sta dicendo, in sostanza, che esistono vite che valgono meno di altre che possono reggersi perennemente con l’acqua alla gola.

Salario minimo e vita reale delle persone

In questi anni si è parlato molto di salario minimo, ed è giusto farlo. È una battaglia sacrosanta, una soglia di civiltà. Ma bisogna anche avere l’onestà di dire che, soprattutto in alcuni contesti urbani, nove euro lordi l’ora restano troppo pochi. Possono essere un argine, e già sarebbe importante, e possono rappresentare un primo passo, ma non possono essere raccontati come se bastassero davvero a risolvere il problema.

Perché il punto vero è sempre lo stesso: cosa resta in tasca a una persona alla fine del mese? Quanto porta a casa davvero? Quanto margine le rimane una volta pagato il necessario? Quanta vita c’è, dentro quello stipendio? È questa la domanda da cui dovremmo ripartire. Non dalla paga oraria astratta, ma dalla vita reale delle persone.

Tornare a parlare di stipendi in modo concreto

E allora bisognerebbe tornare a parlare con più sincerità degli stipendi concreti. Quanto guadagna davvero un conducente di autobus? 1.500 euro? E come ci vivi a Milano con quella cifra? Quanto guadagna un operaio? Quanto guadagna un dipendente pubblico? Quanto resta, alla fine del mese, a chi tiene in piedi servizi essenziali e funzioni indispensabili alla vita collettiva? È da lì che si capisce in che Paese viviamo. Le buste paga raccontano molto più di tante dichiarazioni ufficiali.

Il lavoro povero è una questione democratica

E raccontano anche una verità politica scomoda: un Paese che impoverisce chi lavora mina la propria tenuta democratica, perché quando il lavoro non basta più, crescono sfiducia, rabbia e la sensazione che impegnarsi non serva, che rispettare le regole non convenga, che le istituzioni parlino una lingua lontana. E quando questo scollamento diventa strutturale, a riempirlo non arrivano quasi mai le risposte migliori, ma il rancore, la propaganda, le semplificazioni.

Per questo il lavoro povero è una questione che riguarda tutte e tutti, perché riguarda il modello sociale che vogliamo difendere. Riguarda il significato stesso della parola dignità. E riguarda anche la credibilità della politica, che dovrebbe smettere di limitarsi a registrare i fenomeni e iniziare finalmente a nominarli per quello che sono.

Non basta dire che la disoccupazione diminuisce e l’occupazione cresce. Bisogna sempre chiedersi che tipo di occupazione è, quanto paga, che vita consente, quale autonomia rende possibile. Bisogna smettere di parlare delle persone come se fossero statistiche e tornare a guardarle come cittadini, lavoratori, donne e uomini in carne e ossa.

Non possiamo più accettare che in Italia lavorare significhi, per troppi, semplicemente resistere, e resistere male. Lavorare deve tornare a significare vivere, vivere per davvero.

Di Monica Romano

Consigliera comunale di Milano e dirigente politica.

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