di Monica Romano

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Cosa accade davvero in una parte del mercato del lavoro italiano quando si seleziona una persona?

Venerdì scorso ho pubblicato su Instagram un reel in cui racconto cosa ho imparato lavorando prima nell’amministrazione del personale e poi nella selezione del personale, in quindici anni di percorso professionale (oggi ho cambiato completamente lavoro e settore).

Le ricondivisioni e i commenti sono stati molti, e questo è un segnale che ci dice che il tema delle iniquità nella selezione del personale è sentito e che riguarda tante persone.

Per questo ho deciso di entrare maggiormente nel merito.


Oltre le generalizzazioni sul mercato del lavoro

In tempi di polarizzazione del dibattito pubblico e di manicheismi alimentati (anche) dagli algoritmi dei social media, una precisazione è necessaria: non sto dicendo che tutto il mercato del lavoro italiano funzioni in modo iniquo o che tutti i recruiter lavorino allo stesso modo.

Mi riferisco a una parte del mercato del lavoro e a dinamiche che ho osservato direttamente in quindici anni di esperienza professionale.

L’esperienza mi ha insegnato che il problema non riguarda le singole persone, ma che si tratta di una questione strutturale e sistemica che parte da un dato di fatto, peraltro pacificamente accettato anche nel nostro ordinamento: l’esistenza di uno squilibrio di potere nel mercato del lavoro.


Quando il merito incontra il costo del lavoro

Foto di Jeriden Villegas su Unsplash

In una parte del mercato del lavoro italiano, la selezione non è basata solo sul merito, ma anche su una negoziazione implicita legata al costo del lavoro.

Non significa che le competenze non contino ma che la variabile economica spesso pesa moltissimo.

C’è chi accetta una retribuzione più bassa rispetto alla mansione che andrà a ricoprire, chi è disposto a rinunciare a qualche tutela, chi evita di fare troppe domande in fase di colloquio, pur di lavorare. E sia chiaro che io non me la prendo certo con queste persone che, come si dice, non hanno “il coltello dalla parte del manico”.

Il problema, a mio modo di vedere, è che una parte del mondo del lavoro assume proprio queste persone. Potrei spingermi a dire che esistono realtà aziendali che – potendo scegliere una sola risorsa in una rosa di candidature – decidono di assumere il candidato che ha l’atteggiamento più umile, servizievole e accondiscendente.

Sono dinamiche sottili, mai dichiarate in modo esplicito, ma esistono. E dipendono dall’etica del lavoro delle parti datoriali, che nella fase di negoziazione rappresentano la parte forte. Soprattutto quando l’offerta di lavoro è inferiore alla domanda, il potere contrattuale si sposta in modo strutturale verso una sola parte, e anche il criterio di selezione cambia natura.


Il potere contrattuale come chiave di lettura

Il mercato del lavoro non è un luogo neutro. È, appunto, un mercato, un luogo in cui si incontrano interessi diversi: quello dell’impresa, che deve contenere i costi e restare competitiva; e quello del lavoratore, che deve costruire autonomia, stabilità, prospettiva.


Autonomia economica e libertà reale

L’autonomia economica è la condizione minima per esercitare qualsiasi altra libertà civile, come espresso in più punti nella nostra Costituzione.

Se una persona accetta condizioni peggiori perché non può permettersi di rifiutare, non siamo davanti a una scelta pienamente libera, tenendo anche in debita considerazione l’aumento del costo della vita (dal 2021 il carrello della spesa costa il 24% in più, dati Istat).

I salari reali, invece, non sono cresciuti negli ultimi trent’anni, come è noto. Anzi, il potere di acquisto dei salari, in Italia, è addirittura diminuito.

In questo contesto, ogni colloquio di lavoro diventa anche un momento di negoziazione sfavorevole per la lavoratrice e per il lavoratore ed è qui che il tema smette di essere tecnico e diventa politico.


Il punto di vista delle imprese

Sotto quel reel sono intervenute anche voci imprenditoriali.

Alcuni imprenditori hanno richiamato un tema che non può essere eluso: il costo del lavoro in Italia è elevato, la pressione fiscale è significativa, la burocrazia è complessa. In questo contesto, per molte realtà fare impresa in modo sostenibile non è semplice.

Avendo lavorato per quindici anni nell’amministrazione del personale, so bene che cosa significhi per un’azienda – soprattutto per le piccole e medie imprese – dover sostenere stipendi, contributi, imposte, scadenze e so bene che cosa significa per un imprenditore non riuscire a pagare un F24.

Questo però non può diventare un alibi per comprimere salari o diritti ma certamente può essere il punto di partenza per una riflessione più ampia.

Se il costo del lavoro è percepito come insostenibile, la risposta non può essere lo scaricamento del peso su lavoratrici e lavoratori, ma una riforma del mercato del lavoro e del sistema contributivo, capace di tenere insieme competitività delle imprese e dignità del lavoro.

Un sistema sano non mette lavoratori e imprenditori gli uni contro gli altri ma interviene sulle quelle distorsioni strutturali che rendono entrambe le parti più fragili.


Una questione che riguarda tutti

Troppo spesso il dibattito pubblico si concentra su grandi contrapposizioni ideologiche, ma la vita concreta delle persone è quotidianamente abitata da due temi: lavoro e carovita.

Lo stipendio che arriva a fine mese, la possibilità di programmare un futuro, l’agibilità al diniego a condizioni di lavoro che non si ritengono dignitose e in linea con l’esperienza e le competenze maturate.

Se il merito resta subordinato al costo, il rischio è quello di impoverire non solo i lavoratori, ma l’intero sistema produttivo, perché un mercato del lavoro che non valorizza davvero le competenze finisce per indebolire sé stesso.


Conclusione

La discussione nata sotto quel reel mi ha confermato una cosa: le persone non chiedono slogan, ma serietà quando si parla di lavoro, salari, potere contrattuale e d’acquisto (salari reali). Credo che questo sia il cuore della questione sociale contemporanea, e che da qui dovrebbe ripartire una riflessione politica più onesta e meno superficiale.

Di Monica Romano

Consigliera comunale di Milano e dirigente politica.

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