La libertà di genere

Ho trascorso buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza ponendomi domande. Quando sei bambino non hai bisogno di definirti, semplicemente “sei”. E non cogli l’imbarazzo delle persone che hai attorno. Poi arriva il giorno in cui qualcuno cerca di convincerti che qualcosa in te non va. Che non puoi muoverti in quel modo, parlare come parli, giocare a quei giochi. La mia identità di genere era visibile e percepita dagli altri. Gestualità, voce e sguardo e rivelavano. Crescendo, realizzi che ci sono i ragazzi, le ragazze, e tu. Quando vedi i tuoi compagni ridere e scherzare non con te, ma di te, vivendo quotidianamente il dileggio, gli insulti, le botte, inizi a porti domande.

Nelle risposte può stare il senso della vita.

Dare significato a un’infanzia e un’adolescenza percorse da un profondo senso di solitudine e paura del mondo che ti circonda, significa scegliere se considerarti uno sbaglio, un errore di natura e così vivere il resto della tua vita, o andare oltre trovando il coraggio di analizzare la cultura in cui vivi da un altro punto di vista. E di sognare.

Sogno un mondo nel quale la biologia non rappresenti un destino, dove il sesso della persona sia un dato del tutto irrilevante che non abbia alcun riscontro a livello legale e burocratico, nel quale non conti se siamo “maschi” o “femmine”, ma quali sono le nostre capacità, i nostri valori, attitudini, preferenze, sentimenti, sogni. Le battaglie delle persone transgender hanno portata universale e possono migliorare la vita di tutti, perché le rigide aspettative di genere del nostro sistema culturale sono gabbie che imprigionano tutti.

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