Facebook apre alla “gender variance”

Articolo pubblicato sulla rivista di cultura LGBT “Il Simposio”.

Facebook ha recentemente introdotto la possibilità per i suoi iscritti di andare oltre la dicotomia maschio/femmina, consentendo la scelta fra più di cinquanta opzioni di genere. Questa variazione ha interessato, all’inizio del 2014, l’utenza statunitense, raggiungendo 159 milioni di persone, per poi arrivare anche a quella italiana nel giro di qualche mese.

Alla sezione “sesso” delle informazioni che possono essere rese pubbliche, l’utente Facebook trova ora, oltre alle due opzioni “maschio” e “femmina” relative al mero dato biologico, una terza possibilità, l’opzione “personalizzata”, che permette di accedere ad una pluralità di definizioni. Tali definizioni trovano la loro origine nell’ambito dei gender studies, che hanno definito “gender variance”(variabilità di genere) l’attitudine del genere sessuale a manifestarsi in una pluralità di sfumature.

Quasi la metà delle opzioni disponibili è dedicata ai percorsi di adeguamento di genere.

Eccezion fatta per “MTF” (Male to Female, da maschio a femmina) ed “FTM” (Female to Male, da femmina a maschio), tutte comprendono il prefisso “trans”, riferendosi quindi ad un attraversamento, ad un passaggio fra i generi. Troviamo così, accanto alle definizioni più generiche e conosciute come “trans”, “transessuale”, “transgender” e “persona trans*”, voci più specifiche, che rivelano la direzione del percorso di adeguamento intrapreso, come “donna transgender” e “uomo transgender”, o il sesso biologico della persona in transizione, come “trans maschio” e “trans femmina” (di utilizzo piuttosto improbabile, se pensiamo al disagio che il dato biologico, e quindi anche una definizione che lo richiama, può comportare per una persona transgender).

Abbiamo poi un nutrito gruppo di definizioni accomunate dal prefisso “cis”, che assume un significato opposto a quello di “trans”. “Cisgender” è infatti la persona che non vive una discrepanza fra sesso biologico, ruolo di genere e identità di genere. Troviamo anche ulteriori specificazioni di “cisgender”, come “cis maschio”, “cis femmina”, “cis uomo”, “cis donna”, “femmina cisgender”, “maschio cisgender”, “uomo cisgender” e “donna cisgender”. Tali definizioni, affiancandosi a “maschio” e “femmina”, rendono plurali e sfaccettate due connotazioni identitarie da sempre considerate assolute, di fatto relativizzando le identità tradizionali e la loro portata concettuale.

Non manca poi un gruppo di opzioni che potremmo definire di avanguardia antibinaria, nate dalla volontà di decostruzione del dogma binario dei generi. “Agender”, “androgino”, “bigender”, “genere fluido”, “genere non conforme”, “gender questioning” (tradotto in italiano con “in esplorazione”), “gender variant”, “genderqueer”, “pangender”, “neutro”, “nessuno”, “non binario”.

Due definizioni, infine, trovano la loro origine nella storia e nell’antropologia: “two spirit”, derivante da quelle culture native indiane che prevedevano l’esistenza di generi alternativi a quelli tradizionali, ed il partenopeo “femmininiello”.

Le maggiori associazioni LGBT italiane hanno accolto positivamente la decisione del management di Facebook, ma non sono mancate le voci fuori dal coro nel movimento. In particolare, è stato messo l’accento sul sovrabbondante e pletorico numero di definizioni disponibili, che avrebbero l’effetto di disorientare la maggioranza degli utenti che non ha una cultura sul tema dell’identità di genere. Critico anche Giovanni Dall’Orto, attivista storico del movimento gay italiano, che ha definito la decisione di Facebook un ipocrita “diversivo” che distoglierebbe il dibattito pubblico dai problemi reali, nello specifico una legge sull’omofobia o sul matrimonio fra persone dello stesso sesso (mi sono ripromessa di rivolgere due domande al sig. Dall’Orto, alla prima occasione: 1) Perchè il management di una corporation statunitense dovrebbe in qualche modo supplire a quelle che sono carenze della legislazione italiana, di competenza del Parlamento italiano? 2) In che modo una variazione che introduce una pluralità di identità di genere toglierebbe qualcosa a gay e lesbiche? Ricordo che le 50 opzioni sono tutte sfumature identitarie, non orientamenti sessuali, e il loro impatto riguarda semmai le persone transgender o di genere non conforme).

Una buona risposta alle critiche sollevate può essere ricercata nelle parole di Brielle Harrison, ingegnere software di Facebook che ha lavorato al progetto e che ha intrapreso il percorso di adeguamento MTF:

«Per molte persone queste modifiche non significheranno nulla ma, per i pochi su cui avremo un impatto, questi cambiamenti significano tutto. Troppo spesso ai transgender come me viene offerta solo una scelta binaria, vale a dire scegliere fra essere uomo o donna. Qual è il tuo sesso? E spesso la situazione è disarmante perché nessuna delle opzioni offerte dice agli altri chi siamo veramente. Queste modifiche cambiano quell’aspetto, e per la prima volta potrò andare su Facebook e dire alle persone che so qual è il mio genere.»

Da non sottovalutare infine l’impatto che questa variazione avrà sulle persone cisgender. Il semplice fatto che gli iscritti al social network più seguito nel mondo, nel rendere pubblica l’informazione relativa al loro genere, visualizzeranno un lungo elenco di opzioni possibili, è un indubbio elemento di rilievo, soprattutto considerando la familiarità che i giovanissimi, nativi digitali, hanno con i social media.

Il canone eteroimitativo, l’orgoglio e la riconoscibilità LGBT*

Articolo pubblicato sul primo numero della rivista di cultura LGBT* ” Il Simposio” 

Non diresti mai che è gay!”, “Non ha certo l’aspetto della lesbica“, “Non avrei mai detto che è trans!”.

Queste affermazioni sono piuttosto ricorrenti quando si parla di gay, lesbiche e trans. Normalmente chi le pronuncia intende esprimersi positivamente sulla persona a cui si riferisce, volendo fare un apprezzamento, ed affermando, il più delle volte in modo inconsapevole, che:

Lui/lei è gay/lesbica/trans, ma questo non è problema, perché non si vede”.

Il discrimine fra l’essere persone LGBT* “in” o “out” starebbe dunque oggi nella visibilità, nella riconoscibilità per la strada, e le nuove generazioni LGBT*, i giovanissimi, introiettano questo canone estetico e comportamentale, che potremmo definire “eteroimitativo” o di “eterosomiglianza”.  Sarebbe dunque “in” il gay che si rende indistinguibile da un uomo eterosessuale grazie ad un atteggiamento virile,  o la lesbica abbastanza femminile da poter sembrare una donna eterosessuale. Questo dogma regola peraltro anche il grado di accettabilità sociale delle persone transgender, imponendo il “passing“:  le donne trans sono infatti “in” se ‘passano’ per donne genetiche (possibilmente belle, eterosessuali, sorridenti, e con la taglia 42),  e gli uomini trans se ‘passano’ per maschi genetici. Il percorso di transizione sarebbe dunque riuscito quando  cancella quelle caratteristiche che rendono la persona trans* riconoscibile (“Però, è uscit* bene!”). Il modello estetico e comportamentale che va oggi per la maggiore fra le giovani persone T* è quindi quello volto al raggiungimernto della modalità “stealth”, termine mutuato dal linguaggio militare che identifica gli aerei invisibili ai radar, e ora anche le persona transgender che, non dichiarandosi, si mimetizzano nella società.

Il canone eteroimitativo condiziona anche la subcultura LGBT*, rendendo “out” le lesbiche maschili e/o butch, i gay femminili, le trans e i trans riconoscibili in quanti tali. Costoro, i ‘trasgressori di genere’, oltre ad essere i bersagli più facili nella vita di tutti i giorni per la loro immediata riconoscibilità, subendo in misura maggiore il bullismo a scuola, il mobbing nel lavoro, una probabilità maggiore di subire aggressioni e molestie verbali per la strada, sono spesso marginalizzati anche all’interno della comunità LGBT*, colpevoli di non aver adeguato la loro apparenza ai dettami di una legge non scritta che ci vorrebbe tutti uguali agli eterosessuali.

I trasgressori di genere finiscono così con l’introiettare un senso di disvalore generato sì dalla società eterosessista e genderista, ma anche tristemente riconfermato ed alimentato da una subcultura LGBT* che riproduce valori omotransfobici e figli del binarismo di genere.

Il canone di eterosomiglianza si fa peraltro sempre più incisivo man mano che la società civile apre alle nostre istanze, accettando un po’ di più quelli che fra noi sembrano ‘meno diversi’, e rafforzando il discrimine e la distanza fra LGBT* perbene da un lato e ‘cattive ragazze’ dall’altro.

Ma il nostro benessere e  la nostra qualità di vita non dovrebbero passare anche da un sano orgoglio per quelle peculiarità che ci rendono “divers*”, bell’aggettivo ormai soppresso dal lessico politically correct, rispetto al paradigma di genere e sessuale dominante? Quando uguaglianza nei diritti e pari opportunità sociali sono diventati sinonimo  di appiattimento, o peggio ancora, adeguamento delle nostre caratteristiche? Non dovremmo trasmettere la fierezza per le nostre differenze, anche e soprattutto quelle visibili, ai giovanissimi LGBT*, dando loro risorse e strumenti utili a riscattarsi da una cultura che è peraltro sempre più massificante e nemica delle differenze? Non dovremmo ricordare loro che ad essere maggiormente stigmatizzati nella nostra comunità sono proprio quelli che furono la punta di diamante di quel gruppo che, ormai più di quarant’anni fa, diede il via ai moti di Stonewall, e che la grande Sylvia Rivera non perdeva occasione per ricordare che “la scintilla della rivoluzione l’abbiamo cominciata noi checche, travestiti e puttane”?

Al Circolo “Harvey Milk” di Milano partono i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati all’ identità di genere (rivolti a persone transgender, ma non solo)

Presso il Circolo Harvey Milk Milano, partiranno i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati all’identità di genere, rivolti a persone transessuali MTF ed FTM e transgender, ma non solo: saranno infatti aperti a tutte le persone che desiderino portare il proprio gender, a qualsiasi punto del proprio percorso di autodeterminazione esse siano.
Per maggiori informazioni e per partecipare, scrivere a: transgender@milkmilano.com o visitare la pagina dedicata ai gruppi sul sito dell’associazione Harvey Milk Milano.
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Un gruppo di auto mutuo aiuto è un gruppo composto da persone accomunate da una situazione di disagio o da un comune percorso di ricerca. Tale disagio viene affrontato ed elaborato in prima persona attraverso il confronto, la condivisione e lo scambio di informazioni, emozioni, esperienze e problemi. Nel gruppo di auto mutuo aiuto si ascolta e si è ascoltati , senza pregiudizi, in un clima armonioso in cui si scoprono e si potenziano le proprie risorse interiori. Tale gruppo si autogestisce seguendo un sistema condiviso di obiettivi, regole, valori, e mira a incrementare il benessere psicologico di tutti i membri. I gruppi AMA – Identità di genere si prefiggono lo scopo di creare, attraverso il contributo di ciascun componente, un ambiente all’interno del quale condividere riflessioni ed esperienze di vita con persone che hanno in comune un percorso di ricerca. Lo spirito dei gruppi AMA consiste nell’affrontare insieme un percorso di crescita, mettendo a disposizione del gruppo problematiche e soluzioni personali, accettando ed offrendo supporto e solidarietà reciproca. All’interno del gruppo troveranno spazio ed accoglienza percorsi transessuali e transgender*, ma non solo. Il gruppo è infatti concepito come spazio di confronto sull’identità di genere a 360° e sarà aperto a tutte le persone che desiderino portare il proprio gender, a qualsiasi punto del proprio percorso di autodeterminazione esse siano. I gruppi prevedono la presenza di un facilitatore/trice formato. Il suo ruolo è quello di agevolare il lavoro del gruppo facilitando lo scambio  al suo interno,  nonchè di essere garante delle regole di partecipazione.