Questo articolo nasce da un’analisi istituzionale e politica dei processi di radicalizzazione nel dibattito LGBTQIA+ italiano, con particolare attenzione al rapporto tra attivismo, istituzioni e Stato di diritto.

Scrivo perché, nel corso della mia attività politica e istituzionale, mi sono trovata più volte di fronte allo stesso schema: il dissenso interno che smette di essere confronto e diventa delegittimazione.

Quando una dinamica si ripete, smette di essere un episodio isolato e diventa una questione politica.

Negli ultimi anni questo schema ha attraversato anche una parte del movimento LGBTQIA+ italiano, intrecciandosi con una crescente radicalizzazione del linguaggio, con l’intolleranza verso posizioni autonome e con una confusione sempre più marcata tra critica, dissenso e violenza.

Questo testo nasce da qui: dal tentativo di distinguere, con chiarezza, tra attivismo e istituzioni, tra conflitto legittimo e deriva ideologica, tra difesa dei diritti e impoverimento del pluralismo.


Quando il dissenso nel movimento LGBTQIA+ diventa intollerabile

Dalla mia elezione in Consiglio comunale nel 2021, ogni volta che mi sono espressa su temi complessi come la sicurezza, la violenza politica, il rapporto tra dissenso e legalità, ho ricevuto attacchi duri, insulti, vere e proprie campagne di delegittimazione personale e politica.

Attacchi provenienti da una minoranza radicalizzata del movimento LGBTQIA+ e transfemminista, che certamente non rappresenta la totalità di quei mondi, ma che ne incarna una deriva violenta nelle modalità e intollerante nei contenuti.

Non si è trattato di un dissenso fisiologico – che è parte vitale di qualsiasi comunità politica – ma di qualcosa di diverso: dell’idea che su alcuni temi non si possa ragionare, ma solo aderire, che il perimetro sia già tracciato e che uscirne equivalga a tradire.


Attivismo e istituzioni: ruoli diversi, entrambi necessari

Credo che una parte di questa incomprensione nasca da un equivoco di fondo sul rapporto tra attivismo e istituzioni.

Ho iniziato a fare attivismo per i diritti civili alla fine degli anni Novanta e qualcosa, di attivismo, penso di averla capita, a partire dalla sua funzione essenziale: spingere, rompere le inerzie, forzare l’agenda pubblica, fare pressione, sensibilizzare, richiamare l’attenzione sulle disuguaglianze, far sì che l’articolo 3 della Costituzione non resti una dichiarazione formale, ma diventi una pratica sostanziale.

Le istituzioni hanno però un’altra funzione: tenere insieme diritti e doveri, sicurezza e libertà, pluralismo e legalità.
Sono ruoli diversi, entrambi necessari, e possono essere contigui, ma non sovrapponibili.

Quando questa distinzione salta, il dibattito si impoverisce e il conflitto si trasforma in scomunica.


La non violenza come principio, non come tattica

La mia posizione sulla non violenza non nasce oggi, né è il frutto di un adattamento al ruolo istituzionale. È una convinzione che ho sempre avuto. Anche negli anni in cui ho fatto attivismo, e l’ho fatto a lungo, non ho mai giustificato né sostenuto la violenza politica.

Sono cresciuta in un un movimento che ha conquistato diritti e spazi attraverso la visibilità, la parola, la pressione, la sensibilizzazione, e anche attraverso la sana provocazione. I nostri colori, i nostri carri, i nostri Pride hanno aperto spazi che quando io ero un’adolescente queer mai avrei potuto immaginare.

Sono cresciuta in un movimento LGBTQIA+ italiano che, storicamente, non ha mai fatto della violenza la propria cifra e le mie idee, su questo, non sono mai cambiate. Né penso che mai cambieranno.

Condannare la violenza politica, oggi, non significa “avere altre idee”, o “tradire” una causa. Significa portare nelle istituzioni una coerenza che viene da lontano. Significa affermare che lo Stato di diritto non è un dettaglio formale, ma la condizione stessa che rende possibili i nostri diritti, come ho avuto modo di dire durante il mio intervento all’ultimo Milano Pride.

La distinzione tra dissenso e violenza non è un’opinione, ma un principio alla base delle nostre democrazie liberali. E non può diventare negoziabile in base a chi protesta o contro chi si protesta.


Sicurezza, Stonewall e le semplificazioni ideologiche

Come ho già detto il tema della sicurezza per me è un tema squisitamente di sinistra.

La penso così perché sono nata in una famiglia operaia e so bene che quando la sicurezza non c’è a farne le spese sono le persone che vivono in quartieri più a rischio. Lo devo specificare perché i movimenti sono pieni di Soloni che pontificano su tutto lo scibile umano tralasciando di dire che molto spesso vengono da famiglie benestanti e da condizioni di partenza privilegiate (basta indossare una maglia sdrucita e un jeans consumato e il gioco è fatto: ci si auto-rappresenta come “popolo”, mentre si guarda la realtà da una distanza di sicurezza).

Ogni volta che mi esprimo sul tema della sicurezza o quando condanno la violenza politica – i vandalismi inutili e stupidi, le botte agli agenti di pubblica sicurezza, i danneggiamenti della cosa pubblica – emerge puntualmente la stessa obiezione: così facendo, rinnegherei Stonewall.

moti di Stonewall del 1969 vengono spesso evocati come argomento definitivo, come se rappresentassero una giustificazione permanente della violenza politica in nome delle cause giuste. Ma questa lettura è una semplificazione storica, e anche un errore politico.

Stonewall è stato uno spartiacque. È nato in un contesto di repressione sistematica, criminalizzazione delle persone queer, assenza totale di diritti, violenze istituzionali quotidiane. È stato un evento che ha segnato una rottura, non certo un modello replicabile in qualunque tempo e luogo.

Riconoscerne la portata storica non significa trasformarlo in un alibi eterno. Significa comprenderne il contesto.

Il movimento LGBTQIA+ italiano si è peraltro sviluppato in un quadro diverso, e non ha mai fatto della violenza politica la propria cifra. E non perché fosse meno radicale, ma perché ha scelto altre forme di conflitto e di visibilità.

Per questo non c’è alcuna contraddizione tra riconoscere Stonewall come evento storico e condannare le violenze che oggi avvengono dentro manifestazioni che si svolgono in uno Stato democratico, con spazi di agibilità politica e diritti conquistati – parziali, certo, ma reali.

Dire che le violenze di Torino hanno rovinato una manifestazione pacifica non significa rinnegare la storia del movimento LGBTQIA+. Significa dire che non tutto ciò che si richiama a una causa giusta è automaticamente giusto. E che la violenza, oggi, non rafforza quelle battaglie, ma le indebolisce.


Violenza: mezzo o principio?

Ho ritrovato parole che sento profondamente mie, scritte da Michele Serra riflettendo sugli episodi di Torino.

Serra coglie un punto che spesso viene eluso: troppo spesso la violenza viene condannata non perché è sbagliata in sé, ma perché farebbe il gioco della destra, offrendo un alibi repressivo al potere e consentendo al Governo del momento di limitare le libertà civili.

In questo schema, il problema non è la violenza in sé, ma la sua utilità tattica. Se ne deduce quindi che se la violenza politica serve alla causa, diventa tollerabile.

Anche qui io non posso riconoscermi. Perché la non violenza, per me, non è una scelta opportunistica, ma una convinzione etica, che riguarda prima di tutto i comportamenti, il linguaggio, la propria responsabilità.

Non ciò che conviene, ma ciò che è giusto.

Come ha bene evidenziato Michele Serra, esiste anche una violenza che non nasce dalla rabbia politica, ma dal gusto dello scontro. Una violenza agonistica, che trasforma i cortei in campi di battaglia e che cancella decine di migliaia di manifestanti pacifici. Siamo di fronte a una privatizzazione violenta di uno spazio pubblico, che danneggia le ragioni della manifestazione e le stesse cause che dice di voler difendere.

E allora lo voglio scrivere con nettezza: non mi vedrete mai difendere e giustificare i violenti.


Condannare la violenza, tutta la violenza

C’è poi un’accusa che mi è stata rivolta più volte e che merita di essere chiarita senza ambiguità, ed è quella di non condannare le violenze quando a commetterle sono le forze dell’ordine.

È un’accusa ovviamente infondata.

Ho sempre condannato la violenza, tutta la violenza, indipendentemente da chi la esercita. L’ho fatto quando a subirla sono state persone della comunità LGBTQIA+ per mano di singoli agenti delle forze dell’ordine. L’ho fatto anche pubblicamente, ho scritto libri in cui ho raccontato episodi di violenza agita da appartenenti alle forze dell’ordine contro persone LGBTQIA+, senza mai cedere alla scorciatoia ideologica di dipingere un intero corpo come criminale. Ho sempre distinto tra istituzioni e responsabilità individuali, tra una funzione necessaria allo Stato di diritto e comportamenti che lo tradiscono.

E l’ho fatto anche nelle sedi istituzionali.

Quando a Milano la polizia locale ha picchiato Bruna, donna transgender, sono intervenuta in Consiglio comunale. Ho preso parola, ho chiesto responsabilità, ho fatto ciò che spetta a una rappresentante delle istituzioni. Non mi sono messa a urlare slogan preconfezionati, ma ho preteso verità e tutela dei diritti.

Dire che io “non prendo posizione” quando la violenza viene dalle forze dell’ordine non è una critica nel merito, ma una semplificazione pretestuosa, funzionale solo a delegittimare una voce che non rientra negli schemi.


La frattura

È a questo punto che emerge una frattura che non può più essere ignorata, perché quando il dissenso interno non è più considerato una risorsa ma una colpa; quando chi esprime una posizione autonoma viene subito collocato “dall’altra parte”; quando il confronto sui contenuti lascia spazio alla scomunica morale, qualcosa si è incrinato.

Non parlo del conflitto, che è fisiologico, e anche auspicabile all’interno dei movimenti politici. Parlo di un clima in cui discutere diventa impraticabile, perché alcune posizioni sono considerate legittime solo se aderenti a una linea ritenuta moralmente superiore.

Questo meccanismo impoverisce il pensiero, irrigidisce le comunità, rende impossibile l’evoluzione. E allontana chi, pur condividendo battaglie fondamentali, non accetta di rinunciare alla complessità.


Ideologia, libertà di pensiero e gabbie identitarie

Negli ultimi anni il movimento LGBTQIA+ è cambiato profondamente. È un dato di fatto.

Accanto a conquiste importanti, si è affermata anche una crescente ideologizzazione del discorso pubblico: un linguaggio sempre più codificato, categorie rigide, una tendenza a dividere il campo tra “giusto” e “sbagliato”, tra “dentro” e “fuori”.

In questo contesto il dibattito ha spesso lasciato spazio al catechismo. Alla ripetizione di formule corrette e alla difficoltà, quando non all’impossibilità, di porre domande senza essere immediatamente collocati nel campo avverso.

Questa deriva non ha reso il movimento più forte. Ha prodotto autogol politici, lo ha reso meno comprensibile all’esterno, più fragile nel confronto pubblico, più incline all’antagonismo che alla costruzione.

Un movimento che smette di interrogarsi e inizia solo a sorvegliarsi restringe il proprio orizzonte. E un movimento che restringe il proprio orizzonte, alla lunga, smette di incidere.


Discriminazioni e bias cognitivi nel movimento LGBTQIA+

C’è infine un aspetto che considero il più grave.

In molte delle critiche che mi sono state rivolte ho riconosciuto un meccanismo preciso, che conosco bene anche per formazione e per esperienza: quello delle aspettative prescrittive. L’idea che, in quanto donna transgender, io debba occuparmi solo di alcuni temi. Che debba esprimermi in un certo modo. Che debba essere automaticamente contraria a qualunque politica sulla sicurezza. Che debba rendere conto a una “base” che coincide con un’appartenenza identitaria.

Deludere queste aspettative significa spesso essere accusata di tradimento. Ma chi siede nelle istituzioni risponde a una comunità molto più ampia.

Io rendo conto ai cittadini milanesi. Tutti. Senza distinzioni.

Vale la pena ricordarlo: la grande maggioranza delle persone che hanno scritto il mio cognome sulla scheda elettorale nel 2021 non appartiene alla comunità LGBTQIA+, né alle sue aree più radicali, e questo è molto bello e dice quanto siamo riusciti a cambiare le cose in tanti anni di lavoro.

La mia campagna elettorale si è svolta in gran parte fuori da quella bolla, parlando di lavoro, uguaglianza di genere, manutenzione urbana, sicurezza, caro vita, servizi pubblici. Temi concreti, quotidiani, che riguardano la vita di una città.

Questo non significa rinnegare i diritti LGBTQIA+. Significa rifiutare l’idea che una persona, per ciò che è, debba occuparsi solo di ciò che rappresenta simbolicamente per altri. È un classico bias cognitivo: ridurre una persona a una sola dimensione e pretendere che quella dimensione determini ogni sua scelta politica.

Io sono una donna transgender.
Ma sono prima di tutto una persona, una cittadina, una rappresentante istituzionale.

Se la mia voce è considerata legittima solo quando conferma le aspettative altrui, e diventa sospetta quando se ne discosta, allora non siamo più nel campo del dissenso politico. Siamo nel campo della discriminazione.

Ed è una discriminazione particolarmente insidiosa, perché si presenta come tutela, come “difesa della causa”, mentre in realtà produce gabbie mentali e politiche che non fanno bene a nessuno. Men che meno ai movimenti che dovrebbero battersi, prima di tutto, per la libertà.

Questa è, per me, la forma più subdola di transfobia: non quella urlata, ma quella che pretende di parlarti a nome tuo e di dirti chi devi essere.


Una riflessione necessaria

Scrivere queste righe non significa prendere le distanze dal movimento LGBTQIA+, né rinnegarne la storia, perché per me il movimento è anche casa mia e non mi farò certo mettere alla porta da minoranze violente e rumorose.

Le cause giuste non si difendono riducendo il pluralismo interno, ma rafforzandolo. Non attraverso l’ortodossia, ma attraverso la capacità di tenere insieme posizioni diverse, nel rispetto di alcuni principi non negoziabili: la non violenza, lo Stato di diritto, il confronto democratico.

Continuo a credere nei diritti, nella dignità delle persone, nella libertà di essere sé stessi. E continuo a credere che tutto questo possa reggere solo dentro una democrazia adulta, capace di distinguere tra dissenso e violenza, tra confronto e delegittimazione.

È da qui che, secondo me, vale la pena ripartire.

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Di Monica Romano

Consigliera comunale di Milano e dirigente politica.

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