Facebook apre alla “gender variance”

Articolo pubblicato sulla rivista di cultura LGBT “Il Simposio”.

Facebook ha recentemente introdotto la possibilità per i suoi iscritti di andare oltre la dicotomia maschio/femmina, consentendo la scelta fra più di cinquanta opzioni di genere. Questa variazione ha interessato, all’inizio del 2014, l’utenza statunitense, raggiungendo 159 milioni di persone, per poi arrivare anche a quella italiana nel giro di qualche mese.

Alla sezione “sesso” delle informazioni che possono essere rese pubbliche, l’utente Facebook trova ora, oltre alle due opzioni “maschio” e “femmina” relative al mero dato biologico, una terza possibilità, l’opzione “personalizzata”, che permette di accedere ad una pluralità di definizioni. Tali definizioni trovano la loro origine nell’ambito dei gender studies, che hanno definito “gender variance”(variabilità di genere) l’attitudine del genere sessuale a manifestarsi in una pluralità di sfumature.

Quasi la metà delle opzioni disponibili è dedicata ai percorsi di adeguamento di genere.

Eccezion fatta per “MTF” (Male to Female, da maschio a femmina) ed “FTM” (Female to Male, da femmina a maschio), tutte comprendono il prefisso “trans”, riferendosi quindi ad un attraversamento, ad un passaggio fra i generi. Troviamo così, accanto alle definizioni più generiche e conosciute come “trans”, “transessuale”, “transgender” e “persona trans*”, voci più specifiche, che rivelano la direzione del percorso di adeguamento intrapreso, come “donna transgender” e “uomo transgender”, o il sesso biologico della persona in transizione, come “trans maschio” e “trans femmina” (di utilizzo piuttosto improbabile, se pensiamo al disagio che il dato biologico, e quindi anche una definizione che lo richiama, può comportare per una persona transgender).

Abbiamo poi un nutrito gruppo di definizioni accomunate dal prefisso “cis”, che assume un significato opposto a quello di “trans”. “Cisgender” è infatti la persona che non vive una discrepanza fra sesso biologico, ruolo di genere e identità di genere. Troviamo anche ulteriori specificazioni di “cisgender”, come “cis maschio”, “cis femmina”, “cis uomo”, “cis donna”, “femmina cisgender”, “maschio cisgender”, “uomo cisgender” e “donna cisgender”. Tali definizioni, affiancandosi a “maschio” e “femmina”, rendono plurali e sfaccettate due connotazioni identitarie da sempre considerate assolute, di fatto relativizzando le identità tradizionali e la loro portata concettuale.

Non manca poi un gruppo di opzioni che potremmo definire di avanguardia antibinaria, nate dalla volontà di decostruzione del dogma binario dei generi. “Agender”, “androgino”, “bigender”, “genere fluido”, “genere non conforme”, “gender questioning” (tradotto in italiano con “in esplorazione”), “gender variant”, “genderqueer”, “pangender”, “neutro”, “nessuno”, “non binario”.

Due definizioni, infine, trovano la loro origine nella storia e nell’antropologia: “two spirit”, derivante da quelle culture native indiane che prevedevano l’esistenza di generi alternativi a quelli tradizionali, ed il partenopeo “femmininiello”.

Le maggiori associazioni LGBT italiane hanno accolto positivamente la decisione del management di Facebook, ma non sono mancate le voci fuori dal coro nel movimento. In particolare, è stato messo l’accento sul sovrabbondante e pletorico numero di definizioni disponibili, che avrebbero l’effetto di disorientare la maggioranza degli utenti che non ha una cultura sul tema dell’identità di genere. Critico anche Giovanni Dall’Orto, attivista storico del movimento gay italiano, che ha definito la decisione di Facebook un ipocrita “diversivo” che distoglierebbe il dibattito pubblico dai problemi reali, nello specifico una legge sull’omofobia o sul matrimonio fra persone dello stesso sesso (mi sono ripromessa di rivolgere due domande al sig. Dall’Orto, alla prima occasione: 1) Perchè il management di una corporation statunitense dovrebbe in qualche modo supplire a quelle che sono carenze della legislazione italiana, di competenza del Parlamento italiano? 2) In che modo una variazione che introduce una pluralità di identità di genere toglierebbe qualcosa a gay e lesbiche? Ricordo che le 50 opzioni sono tutte sfumature identitarie, non orientamenti sessuali, e il loro impatto riguarda semmai le persone transgender o di genere non conforme).

Una buona risposta alle critiche sollevate può essere ricercata nelle parole di Brielle Harrison, ingegnere software di Facebook che ha lavorato al progetto e che ha intrapreso il percorso di adeguamento MTF:

«Per molte persone queste modifiche non significheranno nulla ma, per i pochi su cui avremo un impatto, questi cambiamenti significano tutto. Troppo spesso ai transgender come me viene offerta solo una scelta binaria, vale a dire scegliere fra essere uomo o donna. Qual è il tuo sesso? E spesso la situazione è disarmante perché nessuna delle opzioni offerte dice agli altri chi siamo veramente. Queste modifiche cambiano quell’aspetto, e per la prima volta potrò andare su Facebook e dire alle persone che so qual è il mio genere.»

Da non sottovalutare infine l’impatto che questa variazione avrà sulle persone cisgender. Il semplice fatto che gli iscritti al social network più seguito nel mondo, nel rendere pubblica l’informazione relativa al loro genere, visualizzeranno un lungo elenco di opzioni possibili, è un indubbio elemento di rilievo, soprattutto considerando la familiarità che i giovanissimi, nativi digitali, hanno con i social media.

Il pensiero transgender e il suo contributo ai “gender studies”

29 Giugno 2014 – Spazio A – Evento Milano Pride Week 2014

Intervento pubblico in occasione dell’evento Generati non creati. Come siamo finite in una situazione del genere?, organizzato e promosso dalle associazioni Milk Milano, Arcilesbica Zami Milano, Arcobaleni in marcia e con la collaborazione di Teodoro Scorcia.

 

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Sono qui per parlarvi del contributo che le persone transgender hanno dato in termini di teorizzazione e prospettive ai gender studies. Qual è stata e qual è la riflessione delle persone trans su questi temi, che cosa hanno scritto e pubblicato in merito? Qual’è la letteratura di riferimento?

Nel farlo mi soffermerò sull’Italia, seguendo un’ordine cronologico che ci permetta anche di storicizzare queste elaborazioni, cercando di ricostruire la dinamica discorsiva interna alla nostra comunità degli ultimi quarant’anni, partendo dall’approvazione della legge 164/82, che allora legalizzò l’iter di transizione, e che ancora oggi norma i nostri percorsi.

Consideriamo anzitutto che negli ultimi anni abbiamo deciso di abbandonare gradualmente il termine “transessuale”. Questo termine fu infatti coniato da un discorso scientifico che tutt’oggi che ci ingabbia nella patologia. Infatti, se da un lato accogliamo come un successo il fatto che la quinta edizione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi in tutto il mondo, noto anche come DSM o “bibbia della psichiatria”, pubblicata in Italia quest’anno, sottolinei finalmente come la non conformità di genere non sia un disturbo mentale in sé, gettando importanti presupposti per la depsichiatrizzazione della nostra condizione, dall’altro è comunque un fatto che, fintanto che non riusciremo a far depennare la nostra condizione dalla Classificazione Internazionale delle Malattie come fu per l’omosessualità il 17 maggio del 1990 (il famoso ICD dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che sarà aggiornato nel 2016), non conquisteremo il diritto all’autodeterminazione.

Abbiamo abbandonato gradualmente il termine “transessuale” anche perchè semanticamente inappropriato, con quell’idea di mero passaggio da un sesso ad un altro che di fatto esclude ed annulla tutte le sfumature e le peculitarità dei nostri percorsi.

Ora utilizziamo la parola “transgender”, che ha un’origine politica, che nasce in ambito LGBT, che è cosa nostra, e che, nella sua accezione originaria, si basa sull’idea che la totalità dell’esistente non sia riconducibile ad una logica binaria e duale.

Ora, una precisazione sulla legge 164/82: sono grata a quelle signore che nel 1979, peraltro l’anno in cui sono nata, hanno protestato e si sono presentate a seno nudo in una piscina di Milano, arrivando a farsi arrestare perché lo Stato riconoscesse l’esistenza delle persone trans con una legge.

Ma dobbiamo riconoscere che questa è una legge squisitmanente transessuale e affatto transgender, nell’accezione cui facevo riferimento poc’anzi, ed è stata soprattutto la prassi applicativa di questa legge negli ultimi quarant’anni a darne prova conducendo all’inserimento coatto di ogni forma di differenza rispetto alla concezione binaria dei generi all’interno del binomio maschio-femmina e a danno del riconoscimento della figura della persona trans* come soggetto di diritti.

Quindi, qualsiasi elaborazione sul tema non può prescindere dall’inquadramento della nostra condizione nella patologia e da una legge molto binaria (maschio/femmina).

Richiamando il titolo di questo nostro evento così bello e importante, potremmo chiederci: come siamo finiti in una situazione del genere?

Nella nostra ricerca di risposte a questa domanda possiamo fare anzitutto riferimento alla letteratura storica- antropologica, che ha evidenziato come l’occidentalizzazione e la modernizzazione abbiano di fatto determinato il tramonto della variabilità di genere come opzione identitaria dell’essere umano culturalmente riconosciuta, delegittimando quelle culture anche millenarie che invece ne incoraggiavano l’esistenza. Il rigido binarismo dei generi promosso dalle religioni monoteistiche, dall’avvento del capitalismo e dall’affermazione del positivismo è divenuto il paradigma dominante, bollando come “devianti” le espressioni identitarie che non rientrano nella dicotomia maschile/femminile.

Ci può venire poi in aiuto una delle più grandi figure del Novecento filosofico: Michel Foucault, che definì “sguardo normalizzatore” quella visione della ragione scientifica moderna che ha portato alla concettualizzazione di alcuni gruppi come diversi, in contrapposizione alla rispettabilità di altri gruppi definiti soggetti neutri, messa in atto dalla cultura scientifica, estetica e morale dell’Ottocento e del primo Novecento. Questa concettualizzazione ha fatto sì che, a partire dal XIX secolo, nelle società giudaiche, cristiane e islamiche, la naturale “variabilità di genere” dell’essere umano sia stata inquadrata come patologia.

Altro importante strumento della scatola di attrezzi foucaultiana è la sua analisi della genesi di un “discorso di rimando” da parte di omosessuali (e transessuali) a questo inquadramento nella patologia, di come il poter “parlare di sè” abbia permesso alle persone omosessuali e trans di rispondere ad un discorso che li definiva perversi e devianti rispetto ad una norma.

Qual è stato quindi il discorso di rimando delle persone trans ad un discorso scientifico e ad un sistema culturale e valoriale che le ha bollate come devianti e patologiche?

Tornando all’Italia, nel corso degli anni ’90 vengono pubblicati tre importanti saggi di donne transgender che hanno inciso sul nostro pensiero e su tutta l’elaborazione successiva:

  • nel 1995 Castelvecchi pubblica“Dal cybersex al transgender: tecnologie, identità e politiche di liberazione ” di Helena Velena;

  • nel 1997 arriva “L’apartheid del sesso. Manifesto per le nuove libertà di genere” di Martine Rothblatt, pubblicato dal Saggiatore con una bella prefazione di Maria Nadotti;

  • nel 2000 la casa editrice “Il dito e la luna” pubblica “Transessualismo e transgender” di Diana Nardacchione, una delle esponenti più autorevoli dell’intellighentia transgender, che oggi abbiamo l’onore di avere qui.

Sono tre testi che nella comunità trans italiana, e non solo, girarono tantissimo all’epoca e contribuirono a formare molti militanti del movimento, furono veri e propri “must” per chi volesse intraprendere un percorso politico.

Tre saggi assolutamente eretici rispetto al dogma binario e di inquadramento nella patologia, di cui ora andrò a parlarvi, spendendo anche qualche parola sulle donne, tutte curiosamente transgender lesbiche, che li hanno scritti.

Helena Velena è una cantante, attivista nel movimento punk fin dagli anni ‘70 e scrittrice italiana.Ormai credo che pochi ricordino che Helena fu di fatto la prima ad importare in Italia le discussioni sul transgender con la sua pubblicazione “Dal cybersex al transgender”. Helena, nella sua elaborazione, parte da Internet, e più in generale dal cyberspazio, definendoli importanti strumenti che permettono sperimentare la propria identità di genere e la propria volontà di uscire fuori da una logica sessuale binaria, dando la possibilità di creare un laboratorio virtuale dove si sperimentano nuovi modi di essere e di interagire socialmente, per poi arrivare al transgender.

Secondo l’autrice, è importante ricordare che se la parola transgender spesso finisce per sovrapporsi con “transessuale”, non va comunque considerata ne come sinonimo “politicamente corretto”, ne come indicatore di persona transessuale “non riconvertita genitalmente”, ma piuttosto, e qui cito testualmente,

la presa di coscienza vissuta direttamente e quindi direttamente rivendicata dell’insostenibilita’ sociopolitica della fissita’ identitaria, sia su basi biologiche che culturali. Ne risulta pero’ conseguente che una buona parte della sistemizzazione del pensiero transgender va in direzione del confitto aperto con il “trattamento” da parte della classe medica e della psichiatria ma anche psicoterapia (ormai) ufficiale, delle persone transessuali. E nello specifico contro la logica del “percorso di adeguamento” agli stereotipi, ma anche alle forme espressive tipiche, per necessita’ di integrazione sociale, dettato dalla visione binaria del gender, proponendo piuttosto un adeguamento della societa’ alla comprensione dei meccanismi della libera espressione desiderante del se. Transgender e’ quindi la consapevolezza della rivoluzionarieta’ dell’autolegittimazione di qualunque risultante, sia di pattern che identitaria, interpretata in chiave di critica situazionista e opposta ali dettami della logica binaria.”.

Secondo Helena Velena l’identità di una persona è determinata da tre variabili: il sex, il gender, e la preferenza sessuale. L’autrice rifiuta la parola “orientamento”, negando l’accezione deterministica di questo termine; sceglie invece “preferenza” per mettere, l’accento sulla mutabilità degli orientamenti sessuali, che sarebbero quindi dinamici, non fissi e determinati. Dimostrando la non binarieta’ di questi tre piani, se ne ricava una infinita’ possibile di combinazioni inascrivibile alla fissita’ dei comportamenti di gender definiti come obbligatoriamente corrispondenti al sesso biologico, perche’ necessari alla struttura patriarcale e giudaico-cristiana.

Martine Rothblatt è una donna transgender statunitense, avvocato, oggi presidente del consiglio di amministrazione di una delle più importanti società nel campo delle biotecnologie, (“United Therapeutics Corporation”). Rothblatt è di recente salita agli onori delle cronache per essere una delle dirigenti donne più pagata d’America.

La tesi che Rothblatt sostiene nel suo “L’apartheid del sesso”, è quella dell’esistenza di un continuum di tipologie sessuali che vanno dal “molto maschile” al “molto femminile”, e che tra i due estremi vi sia una varietà potenzialmente infinita di generi che contempla un ampio arcobaleno di possibilità androgine. L’autrice arriva ad affermare che, se al mondo ci sono sette miliardi di persone, esistono anche sette miliardi di irripetibili identità sessuali.

Rothblatt intende dimostrarci che non esiste alcuna caratteristica socialmente significativa che definisca l’umanità in due gruppi assoluti, uomini e donne, e che, rispetto al ruolo che ciascuno di noi ricopre nella società, i genitali sono irrilevanti tanto quanto il colore della pelle. Di conseguenza, la divisione legale degli individui in maschi e femmine non è meno sbagliata della divisione in neri e bianchi.

Secondo Rothblatt, la tesi della continuità sessuale costituisce una seria minaccia per la struttura di potere governata dagli uomini: se non esistono tipologie sessuali nette e distinte, ne consegue che non possa più esservi apartheid sessuale, né un potere attribuito per nascita.

L’unità a livello sessuale avrà per l’umanità conseguenze più decisive di qualunque altra rivoluzione sociale. La divisione degli esseri umani in due sessi è infatti il più resistente e il più rigidamente conservato degli stereotipi sociali. In futuro, schedare gli individui alla nascite come ‘maschi’ o ‘femmine, sarà giudicato iniquo quanto l’ormai obsoleta pratica sudafricana di stampare ‘nero’ o ‘bianco’ sui documenti d’identità”.

Martine Rothblatt spiega come le differenze genitali, ormonali, cromosomiche e perfino la fertilita’ non siano caratteristiche sufficenti a giustificare una netta divisione binaria, e invoca una lotta di liberazione del gender parallela a quella contro l’apartheid razziale.
Secondo Rothblatt, la fine dell’apartheid sessuale porterà alla libertà di genere.

Diana Nardacchione è una psicologa, nonche una delle più auteroli esponenti dell’intellighentia transgender in Italia.

Nel suo saggio “Transessualismo e transgender”, Nardacchione afferma che:

il maschile e il femminile sono stereotipi culturali ai quali nella storia sarebbe stato attribuito erroneamente il rango di identità biologiche. Il considerare gli stereotipi sessuali come fenomeni congenito/biologici, attribuisce loro apparentemente le caratteristiche di immutabilità e impermeabilità ad ogni tentativo di manipolazione esterna. Nel nostro immaginario culturale i due sessi vengono rappresentati sul piano del simbolico come “opposti”, ma sarebbero in gran parte statisticamente coincidenti. Non esisterebbero quindi caratteristiche comportamentali esclusive di uno dei due sessi”.

Esiste secondo me un filo rosso che collega le elaborazioni di Helena Velena, Martine Rothblatt e Diana Nardacchione, un denominatore comune che potremmo ascrivere ad un pensiero antibinario e volto alle decostruzione del dualismo di genere.

I tre testi di cui vi ho parlato hanno secondo me aperto una breccia nella quale successivamente si sono sviluppate le elaborazioni altre pensatrici, come Mirella Izzo con il suo “Oltre le gabbie dei generi. Manifesto Pangender” pubblicato dal Gruppo Abele nel 2012, che potremmo definire un importante testo post-transgender. In questo manifesto infatti si parla di identità di genere, ma in un’ottica pangender, universale, formulando un’invito a prendere coscienza del fatto che concetti come “uomo”, “donna”, “omosessuale”, “transgender” sono solo rigide classificazioni, gabbie che ci imprigionano costringendoci ad assomigliare a concetti che esistono solo a livello di cultura e pensiero.

Arriviamo infine al contributo delle nuove generazioni di attivisti transgender, nativi digitali che ci offrono nuove elaborazioni  che più che nella letteratura, troviamo ormai in blog e social networks. Portatori di nuove e rivoluzionare visioni dell’idea di autodeterminazione rispetto all’identità di genere, queste “nuove leve” sperimentano percorsi innovativi, spesso condividendo queste esperienze in tempo reale. Quella variabilità di genere che le “vecchie guardie” avevano solo postulato, restando il più delle volte su un piano squisitamente teorico, trova finalmente riscontro sul piano pratico, con la messa in discussione dei percorsi “canonici” MtF (Male to Female) ed FtM (Female to Male), criticati per l’impostazione binaria e medicalizzata, e la concreta messa in atto di percorsi di autodeterminazione rispetto al gender che esulino da terapie ormonali, interventi chirurgici e logiche di adeguamento al binarismo dei generi culturalmente prevalente.

Io voglio concludere e salutarvi con queste parole che Diana scrisse qualche anno fa nella prefazione ad una mia pubblicazione:

È una rivoluzione quella che incombe sull’umanità in relazione alla sessualità. L’illusione che esistano una ‘normalità’ e una ‘diversità’ è condivisa tanto dai normali, che per nulla vogliono rinunciare alle apparenti e rassicuranti certezze, quanto dai diversi, che sono preoccupati dal rischio di perdere anche i modesti vantaggi che derivano dalla condizione di tolleranza. I ‘normali’ cercano di misurare la diversità più in termini qualitativi che quantitativi, per sancirne la distanza come incolmabile. I ‘diversi’ cercano di giustificarsi e continuano a proclamarsi innocui. La difesa di questa ideologia era facile quando i ‘normali’ erano istruiti, potenti e benestanti e i ‘diversi’ erano illetterati, impotenti e poveri. Oppure tacevano. Ora anche i ‘diversi’ leggono, studiano, scrivono. Le loro idee circolano e quando esse incontrano l’ideologia corrente insinuano dubbi e minano certezze. Le idee dei diversi fanno paura e faranno sempre più paura finché non riusciranno a rassicurare anche i normali.

Omo ed eterosessualità. Una rilettura degli orientamenti sessuali ed affettivi in un’ottica “gender variant”

Gender variance” (“variabilità di genere”) è un’espressione utilizzata in diversi ambiti: dalla psicologia alla psichiatria, dall’antropologia fino ai “gender studies”, e può essere indicata come l’attitudine del genere sessuale a manifestarsi in una pluralità di sfumature.

Lo spettro della gender variance ricomprende in sé molte etichette che identificano le diverse identità di genere (spesso  erroneamente definite orientamenti sessuali) includendo quelle oggi più conosciute, come “sissy” (traducibile in italiano con “checca”), “bear” (uomini dall’aspetto virile e dalla corporatura robusta, spesso pelosi, che hanno dato vita ad una comunità sviluppatasi trasversalmente ed afferente al mondo gay), “crossdresser” (chi mette in atto il “crossdressing”, ovvero l’indossare un vestiario comunemente associato al genere opposto), “butch” (lesbica con atteggiamenti ed abbigliamento maschile), “femme” (lesbica con atteggiamento ed abbigliamento femminile che ama le lesbiche butch), “lipstick lesbian” (lesbica con atteggiamento ed abbigliamento femminili che ama lesbiche con le stesse caratteristiche),  “tomboy” (bambina o ragazza che assume atteggiamenti e vestiario comunemente associati al genere opposto), fino ad arrivare a “transgender“.

Etimologicamente, il termine transgender potrebbe essere utilizzato come sinonimo di “gender variance”, ma la prassi d’utilizzo di questa parola negli ultimi anni ha ormai ristretto la sua portata alla condizione di coloro che non si identificano con il genere assegnato alla nascita che, come è noto, in relazione alla ben più ampia realtà della variabilità di genere nell’essere umano, rappresentano solo la punta di un’iceberg.

La portata definitoria della parola transgender resta pur sempre ampia, poiché oggi comprende sia quelle persone che, al termine di un percorso ormonale e chirurgico di “transizione” che può essere MTF (Male To Female, da maschio a femmina) o FtM (Female to Male, da femmina a maschio),  si definiranno semplicemente “neodonne” o “neouomini” (fino a non molto tempo fa definite “transessuali”, termine che sta lasciando gradualmente il posto al più appropriato “transgender”), sia coloro che, pur non riconoscendosi nel genere assegnato alla nascita, intraprendono un percorso di autodeterminazione che decostruisce il modello binario “maschio-uomo” / “femmina-donna”.

Il concetto di variabilità di genere restituisce la complessità dell’essere umano in relazione alle identità di genere, e l’oggettiva impossibilità di ricondurre tale pluralismo identitario ed espressivo alla rigida e binaria schematizzazione  figlia del “genderismo”, ovvero dell’idea che esistano solo due generi sessuali, e che il genere di ognuno, o la maggior parte dei suoi aspetti, scaturisca e sia conseguenza del sesso genetico della persona. E’ infatti dal genderismo che deriva il dualismo sessuale ed affettivo ormai entrato a pieno titolo nell’immaginario collettivo, che prevede due sole opzioni: omosessualità ed eterosessualità.

Alcuni esempi di mistificazioni, spesso accompagnate da un’intento normatorio, figlie del radicamento del dualismo sessuale nell’immaginario collettivo:

  • Le tante e diverse sfumature che caratterizzano il mondo delle lesbiche spiegano anche le numerose etichette come “butch”, “femme”, “lipstick”, “dike”. Tale complessità viene disconosciuta, appiattita e normatoriamente semplificata dalla visione binaria, per la quale sarebbero lesbiche tutte le persone di sesso cromosomico XX attratte da persone con la medesima caratteristica. Entrambe le partner devono poi aderire al canone estetico e comportamentale che il senso comune definisce “femminile”, pena la marginalizzazione in una comunità di donne che ha introiettato la visione binaria: la ragazza che manifesta un’identità “butch”, viene infatti penalizzata e spesso ostracizzata. “Se devo andare con uomo, vado con un uomo vero!“, è un’affermazione binaria, poiché un atteggiamento, anziché essere vissuto in quanto tale, come semplice caratteristica della persona, viene classificato “maschile” ed immediatamente ricondotto all’idea che i suoi unici e legittimi detentori siano i “maschi-uomini”.                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il rapporto, l’attrazione e l’affettività che legano una lesbica “butch” ed una “femme”, potrebbero ad esempio essere considerati omosessuali, ma, in ottica gender sensitive, anche “eterogenere” ed eteroaffettive. Due “lipstick lesbians” avrebbero invece uno dinamica sì omosessuale, ma che potrebbe essere anche definita anche “omogenere”.                                                                                                                                                                                                                                                                Accogliere ed estendere un vocabolario più ampio e significante, nuove definizioni, potrebbe essere un primo passo verso la fine di odiosi fenomeni di discriminazione e marginalizzazione interni persino alla comunità LGBT*, che, spesso inconsapevolmente, si fa promotrice del dogma binario.
  • Discriminazione e marginalizzazione rappresentano un destino anche per i ragazzi gay femminili, o, volendo utilizzare un termine con un’intrinseca connotazione negativa, “effemminati”, ovvero con atteggiamenti ritenuti ad esclusivo appannaggio delle “femmine-donne”. Chiediamoci perché questo femminile debba essere connotato e vissuto tanto negativamente da molti gay, e quanti benefici potrebbero invece derivare da una concezione più fluida del gender in termini di libera espressività.
  • Molte persone sono convinte che l’attrazione verso una donna transgender MtF denoti omosessualità nei maschi, o eterosessualità nelle donne. “Che cos’ha fra le gambe?”, “E’ nata uomo e sarà sempre un uomo.”, “Si vede che è un uomo!”, sono esempi di ricorrenti affermazioni binarie e genderiste, che ribadiscono il primato assoluto del dato fisico/genetico nella concezione comune. La donna transgender viene quindi ridotta e ricondotta al suo sesso d’origine, o alla sua genitalità, anche quando il suo aspetto, la sua sensibilità e spesso un’intera esistenza ne prendono le distanze. La vita reale di queste donne, così come quella degli uomini trans*, è fatta invece di interazioni che vedono quotidianamente il primato dell’identità sulla genitalità, che una classificazione “gender sensitive” saprebbe meglio connotare e rappresentare. Gli uomini attratti da donne transgender sono infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, eteroaffettivi (attratti appunto da ciò che è “eteros”, dal greco «altro, diverso», rispetto a loro), e le donne omoaffettive.
  • Il fatto che la bisessualità, pur rappresentando la realtà di moltissime persone, non goda della stessa legittimazione dell’omosessualità e dell’eterosessualità nell’immaginario collettivo, è un’altra dimostrazione della pervasività del binarismo. I bisessuali si sentono infatti spesso apolidi in mondo che chiede loro di “scegliere da che parte stare” e che genere amare e “preferire”, finendo spesso con l’essere marginalizzati sia dalla comunità omosessuale che da quella eterosessuale.
  • Quello bisessuale non è certo l’unico orientamento privo di cittadinanza nello schematizzazione binaria. Uomini che si sentono attratti dal “femminile” in tutte le sue sfumature, sia esso riconducibile ad una donna biologica, ad una donna transgender, o ad un ragazzo. Donne attratte dal maschile, sia esso riconducibile ad un uomo biologico, ad un uomo transgender o ad una lesbica butch. Donne biologiche attratte da donne transgender e viceversa. Uomini e donne transgender reciprocamente attratti.

Gli esempi potrebbero continuare a lungo, portandoci ad un punto d’arrivo che potremmo considerare un auspicio: è necessario superare una riduttiva visione binaria degli orientamenti  che tiene conto, avendo in sé anche un intento normatorio, solo e soltanto del sesso genetico o della conformazione dei genitali delle persone, ignorando tutte le sfumature identitarie. Come già evidenziava Martine Rothblatt ormai quasi vent’anni fa nel suo “L’apartheid del sesso”, non è possibile che sette miliardi di persone possano essere rappresentante da uno schema che prevede due sole opzioni.

L’obiettivo di lungo periodo di una riformulazione “gender sensitive” degli orientamenti non è certo quello di aumentare in maniera esponenziale le etichette, le categorie e le definizioni. L’auspicio è infatti quello di non averne più bisogno in futuro, in un sistema culturale autenticamente libertario e non repressivo di tutt* le identità e gli orientamenti. Ma nel breve periodo le etichette sono necessarie affinché l’immaginario collettivo introietti una fotografia più fedele della straordinaria complessità dell’essere umano.

Già Mario Mieli, in “Elementi di critica omosessuale“, definiva transessualità “la disposizione erotica polimorfa e indifferenziata infantile che la società reprime e che, nella vita adulta, ogni essere umano reca in sé allo stato di latenza oppure confinata negli abissi dell’inconscio sotto il giogo della rimozione“. Secondo Mieli siamo tutti transessuali, nel senso che siamo tutti oltre la “monosessualià” nella quale la “Norma” vorrebbe incasellarci. Riappropriarci quindi del nostro “polimorfismo” originario in un processo di liberazione, ci condurrebbe alla “pansessualità“. Mieli afferma che  “data la contrapposizione storica concreta fra individui che riconoscono i propri desideri omoerotici e altri che invece tassativamente li negano, non si può oggi evitare di distinguere gli omosessuali manifesti dagli eterosessuali“, non trovandosi d’accordo con coloro che invece ritengono che le etichette che definiscono gli orientamenti vadano abbandonate da subito: il rischio di una simile deriva che, utilizzando una definizione più recente, potremmo definire “Queer”, sarebbe infatti quello di un appiattimento della complessità identitaria e degli orientamenti, che potremo permetterci solo e soltanto quando tutt* le identità e gli orientamenti avranno pari dignità sociale e culturale.

Bibliografia

  •  Nanda S., Gender Diversity: Crosscultural Variations,Wavelang Press, 1999.
  •  Rothblatt M., L’apartheid del sesso, Il Saggiatore, 1997.
  • Mieli M., Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli editore, 2002.
  • M.Mead, Sesso e temperamento, Il Saggiatore Tascabili, 2009.
  • L. Feinberg, Stone Butch Blues, Il dito e la luna, 2004.

La variabilità di genere

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Secondo Rothblatt e Nardacchione, autorevoli esponenti dell’intellighenzia transgender, il maschile ed il femminile sarebbero stereotipi culturali ai quali nella storia sarebbe stato attribuito erroneamente il rango di identità biologiche.

Il considerare gli stereotipi sessuali come fenomeni congenito/ biologici, attribuisce loro apparentemente le caratteristiche di immutabilità e di impermeabilità ad ogni tentativo di manipolazione esterna. Questo finisce coll’essere “politicamente corretto”, vale a dire coerente e sinergico con l’organizzazione della società che prevede ruoli e status differenti per uomini e donne.

Nel nostro sistema culturale i due sessi vengono rappresentati sul piano del simbolico come “opposti”, ma sarebbero in realtà statisticamente in gran parte coincidenti. Non esisterebbero quindi caratteristiche comportamentali esclusive di uno dei due sessi. Ciascuna caratteristica comportamentale attribuita ad uno dei sessi in un sistema culturale sarebbe riscontrabile come caratteristica peculiare del sesso opposto in altro contesto geografico e/o temporale (Nardacchione, 2000).

Estremamente pertinenti ed importanti in proposito gli studi di Margaret Mead, nota antropologa, che già negli anni ’30 ipotizzò che le differenze comportamentali fra maschi e femmine non dipendono dal sesso, bensì da costruzioni sociali. Mead giunse a queste conclusioni dopo aver osservato diverse tribù nella Nuova Guinea settentrionale, nelle quali gli stereotipi di genere erano ribaltati nella loro attribuzione: le femmine Ciambuli, ad esempio, erano dedite alla guerra e ricoprivano ruoli economicamente e socialmente dominanti, affidando ai maschi la cura della prole (Mead, 1935).

La naturale “variabilità di genere” dell’essere umano sarebbe quindi mortificata dal binarismo culturale che prevede due uniche opzioni: maschile o femminile (Rothblatt, 1995). Le persone transgender altro non sarebbero che gli individui più mortificati dal binarismo nell’espressione della propria identità, i meno aderenti allo stereotipo imposto dall’appartenenza ad un sesso biologico, coloro che operano la scelta più clamorosa e visibile: il cambio di genere. In questa rappresentazione, esse rappresenterebbero quindi soltanto la punta di un iceberg, essendo il binarismo di genere un forte limite per tutti gli individui, di qualsiasi orientamento sessuale e di genere (Nardacchione, 2000).

Secondo Nardacchione, prima o poi si dovrà ammettere che l’aspirazione transgender sarebbe in realtà una risorsa a cui attingere presente in tutti gli individui a livello inconscio, e che in certi individui tale l’aspirazione si dilata a progetto di vita. Ciò accadrebbe quando l’appartenenza al proprio sesso biologico ed il conseguente “ingabbiamento in uno stereotipo” diviene fonte di frustrazione tale da spingere verso un percorso transgender.

Patologica non sarebbe dunque l’identità transgender in sè, ma il binarismo culturale maschile/ femminile che spinge le persone la cui identità di genere non coincide con lo stereotipo attribuito al proprio sesso biologico ad intraprendere percorsi di adeguamento di genere (Rothblatt, 1995).

Nardacchione e Rothblatt ipotizzano che i tempi siano ormai maturi per una sola opzione: la fine del binarismo di genere, la libertà di ciascuno di essere o non essere o di come essere “uomo” o “donna”. Ma per fare questo sarebbe a loro avviso indispensabile riconoscersi tutti, omosessuali, transgender ed eterosessuali, come parte di una stessa realtà omogenea. L’unica strada che può portare al superamento della attuale società, che è omofoba non meno che misogina, sarebbe convincerci tutti che, fatte salve le norme che tutelano da maternità e la paternità, il sesso, l’identità e l’orientamento sessuale degli individui debbano diventare fatto assolutamente privato e quindi giuridicamente, socialmente e culturalmente irrilevanti.

In realtà su questa strada ci si sta già muovendo. Esiste infatti una recente legge olandese che, fatte salve le normative che tutelano la maternità e la paternità, considera il sesso fatto privato e giuridicamente irrilevante (Nardacchione, 2000).

Bibliografia

  • M.Mead, Sesso e temperamento, Il Saggiatore Tascabili, 2009.
  • ROTHBLATT M.., L’apartheid del sesso, Il Saggiatore, Milano, 1997.
  • NARDACCHIONE D., Transessualismo e Transgender. Superando gli stereotipi, Il Dito e la Luna, Milano, 2000.