L’avventura della transizione: storie di rinascite – Estratto da Gender (R)Evolution

“Avevamo vite in continuo movimento di cui parlare fino a tarda notte. Trascorrevamo così ore a disquisire di peli che crescevano, barbe che si formavano, seni che per gli uomini dovevano scomparire e per le donne arrivare, di chirurgia, di organi genitali, di voci che cambiavano; e ancora di istanze presso tribunali, di anestesie, flebo, cicatrici, bruschi risvegli e clamorose rinascite; di insulti subiti in pieno giorno in mezzo alla gente, di quelle risatine che ferivano come coltellate, di botte e inseguimenti, ma anche di eroiche reazioni alla violenza che ci colpiva; e poi ancora di rocamboleschi tentativi di viversi al riparo da sguardi indiscreti e giudicanti, di eroici e incredibili cambi di mise realizzati in pochi minuti nell’abitacolo di un’auto. Tutto era accompagnato da un’immancabile e salvifica autoironia. Nella saletta dove ricevevo le persone nuove, avevo appeso un piccolo cartello: «Non si risponde delle parrucche lasciate incustodite».
Le risate che ci permettevamo erano la nostra più grande forma di libertà.”

Omo ed eterosessualità. Una rilettura degli orientamenti sessuali ed affettivi in un’ottica “gender variant”

Gender variance” (“variabilità di genere”) è un’espressione utilizzata in diversi ambiti: dalla psicologia alla psichiatria, dall’antropologia fino ai “gender studies”, e può essere indicata come l’attitudine del genere sessuale a manifestarsi in una pluralità di sfumature.

Lo spettro della gender variance ricomprende in sé molte etichette che identificano le diverse identità di genere (spesso  erroneamente definite orientamenti sessuali) includendo quelle oggi più conosciute, come “sissy” (traducibile in italiano con “checca”), “bear” (uomini dall’aspetto virile e dalla corporatura robusta, spesso pelosi, che hanno dato vita ad una comunità sviluppatasi trasversalmente ed afferente al mondo gay), “crossdresser” (chi mette in atto il “crossdressing”, ovvero l’indossare un vestiario comunemente associato al genere opposto), “butch” (lesbica con atteggiamenti ed abbigliamento maschile), “femme” (lesbica con atteggiamento ed abbigliamento femminile che ama le lesbiche butch), “lipstick lesbian” (lesbica con atteggiamento ed abbigliamento femminili che ama lesbiche con le stesse caratteristiche),  “tomboy” (bambina o ragazza che assume atteggiamenti e vestiario comunemente associati al genere opposto), fino ad arrivare a “transgender“.

Etimologicamente, il termine transgender potrebbe essere utilizzato come sinonimo di “gender variance”, ma la prassi d’utilizzo di questa parola negli ultimi anni ha ormai ristretto la sua portata alla condizione di coloro che non si identificano con il genere assegnato alla nascita che, come è noto, in relazione alla ben più ampia realtà della variabilità di genere nell’essere umano, rappresentano solo la punta di un’iceberg.

La portata definitoria della parola transgender resta pur sempre ampia, poiché oggi comprende sia quelle persone che, al termine di un percorso ormonale e chirurgico di “transizione” che può essere MTF (Male To Female, da maschio a femmina) o FtM (Female to Male, da femmina a maschio),  si definiranno semplicemente “neodonne” o “neouomini” (fino a non molto tempo fa definite “transessuali”, termine che sta lasciando gradualmente il posto al più appropriato “transgender”), sia coloro che, pur non riconoscendosi nel genere assegnato alla nascita, intraprendono un percorso di autodeterminazione che decostruisce il modello binario “maschio-uomo” / “femmina-donna”.

Il concetto di variabilità di genere restituisce la complessità dell’essere umano in relazione alle identità di genere, e l’oggettiva impossibilità di ricondurre tale pluralismo identitario ed espressivo alla rigida e binaria schematizzazione  figlia del “genderismo”, ovvero dell’idea che esistano solo due generi sessuali, e che il genere di ognuno, o la maggior parte dei suoi aspetti, scaturisca e sia conseguenza del sesso genetico della persona. E’ infatti dal genderismo che deriva il dualismo sessuale ed affettivo ormai entrato a pieno titolo nell’immaginario collettivo, che prevede due sole opzioni: omosessualità ed eterosessualità.

Alcuni esempi di mistificazioni, spesso accompagnate da un’intento normatorio, figlie del radicamento del dualismo sessuale nell’immaginario collettivo:

  • Le tante e diverse sfumature che caratterizzano il mondo delle lesbiche spiegano anche le numerose etichette come “butch”, “femme”, “lipstick”, “dike”. Tale complessità viene disconosciuta, appiattita e normatoriamente semplificata dalla visione binaria, per la quale sarebbero lesbiche tutte le persone di sesso cromosomico XX attratte da persone con la medesima caratteristica. Entrambe le partner devono poi aderire al canone estetico e comportamentale che il senso comune definisce “femminile”, pena la marginalizzazione in una comunità di donne che ha introiettato la visione binaria: la ragazza che manifesta un’identità “butch”, viene infatti penalizzata e spesso ostracizzata. “Se devo andare con uomo, vado con un uomo vero!“, è un’affermazione binaria, poiché un atteggiamento, anziché essere vissuto in quanto tale, come semplice caratteristica della persona, viene classificato “maschile” ed immediatamente ricondotto all’idea che i suoi unici e legittimi detentori siano i “maschi-uomini”.                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Il rapporto, l’attrazione e l’affettività che legano una lesbica “butch” ed una “femme”, potrebbero ad esempio essere considerati omosessuali, ma, in ottica gender sensitive, anche “eterogenere” ed eteroaffettive. Due “lipstick lesbians” avrebbero invece uno dinamica sì omosessuale, ma che potrebbe essere anche definita anche “omogenere”.                                                                                                                                                                                                                                                                Accogliere ed estendere un vocabolario più ampio e significante, nuove definizioni, potrebbe essere un primo passo verso la fine di odiosi fenomeni di discriminazione e marginalizzazione interni persino alla comunità LGBT*, che, spesso inconsapevolmente, si fa promotrice del dogma binario.
  • Discriminazione e marginalizzazione rappresentano un destino anche per i ragazzi gay femminili, o, volendo utilizzare un termine con un’intrinseca connotazione negativa, “effemminati”, ovvero con atteggiamenti ritenuti ad esclusivo appannaggio delle “femmine-donne”. Chiediamoci perché questo femminile debba essere connotato e vissuto tanto negativamente da molti gay, e quanti benefici potrebbero invece derivare da una concezione più fluida del gender in termini di libera espressività.
  • Molte persone sono convinte che l’attrazione verso una donna transgender MtF denoti omosessualità nei maschi, o eterosessualità nelle donne. “Che cos’ha fra le gambe?”, “E’ nata uomo e sarà sempre un uomo.”, “Si vede che è un uomo!”, sono esempi di ricorrenti affermazioni binarie e genderiste, che ribadiscono il primato assoluto del dato fisico/genetico nella concezione comune. La donna transgender viene quindi ridotta e ricondotta al suo sesso d’origine, o alla sua genitalità, anche quando il suo aspetto, la sua sensibilità e spesso un’intera esistenza ne prendono le distanze. La vita reale di queste donne, così come quella degli uomini trans*, è fatta invece di interazioni che vedono quotidianamente il primato dell’identità sulla genitalità, che una classificazione “gender sensitive” saprebbe meglio connotare e rappresentare. Gli uomini attratti da donne transgender sono infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, eteroaffettivi (attratti appunto da ciò che è “eteros”, dal greco «altro, diverso», rispetto a loro), e le donne omoaffettive.
  • Il fatto che la bisessualità, pur rappresentando la realtà di moltissime persone, non goda della stessa legittimazione dell’omosessualità e dell’eterosessualità nell’immaginario collettivo, è un’altra dimostrazione della pervasività del binarismo. I bisessuali si sentono infatti spesso apolidi in mondo che chiede loro di “scegliere da che parte stare” e che genere amare e “preferire”, finendo spesso con l’essere marginalizzati sia dalla comunità omosessuale che da quella eterosessuale.
  • Quello bisessuale non è certo l’unico orientamento privo di cittadinanza nello schematizzazione binaria. Uomini che si sentono attratti dal “femminile” in tutte le sue sfumature, sia esso riconducibile ad una donna biologica, ad una donna transgender, o ad un ragazzo. Donne attratte dal maschile, sia esso riconducibile ad un uomo biologico, ad un uomo transgender o ad una lesbica butch. Donne biologiche attratte da donne transgender e viceversa. Uomini e donne transgender reciprocamente attratti.

Gli esempi potrebbero continuare a lungo, portandoci ad un punto d’arrivo che potremmo considerare un auspicio: è necessario superare una riduttiva visione binaria degli orientamenti  che tiene conto, avendo in sé anche un intento normatorio, solo e soltanto del sesso genetico o della conformazione dei genitali delle persone, ignorando tutte le sfumature identitarie. Come già evidenziava Martine Rothblatt ormai quasi vent’anni fa nel suo “L’apartheid del sesso”, non è possibile che sette miliardi di persone possano essere rappresentante da uno schema che prevede due sole opzioni.

L’obiettivo di lungo periodo di una riformulazione “gender sensitive” degli orientamenti non è certo quello di aumentare in maniera esponenziale le etichette, le categorie e le definizioni. L’auspicio è infatti quello di non averne più bisogno in futuro, in un sistema culturale autenticamente libertario e non repressivo di tutt* le identità e gli orientamenti. Ma nel breve periodo le etichette sono necessarie affinché l’immaginario collettivo introietti una fotografia più fedele della straordinaria complessità dell’essere umano.

Già Mario Mieli, in “Elementi di critica omosessuale“, definiva transessualità “la disposizione erotica polimorfa e indifferenziata infantile che la società reprime e che, nella vita adulta, ogni essere umano reca in sé allo stato di latenza oppure confinata negli abissi dell’inconscio sotto il giogo della rimozione“. Secondo Mieli siamo tutti transessuali, nel senso che siamo tutti oltre la “monosessualià” nella quale la “Norma” vorrebbe incasellarci. Riappropriarci quindi del nostro “polimorfismo” originario in un processo di liberazione, ci condurrebbe alla “pansessualità“. Mieli afferma che  “data la contrapposizione storica concreta fra individui che riconoscono i propri desideri omoerotici e altri che invece tassativamente li negano, non si può oggi evitare di distinguere gli omosessuali manifesti dagli eterosessuali“, non trovandosi d’accordo con coloro che invece ritengono che le etichette che definiscono gli orientamenti vadano abbandonate da subito: il rischio di una simile deriva che, utilizzando una definizione più recente, potremmo definire “Queer”, sarebbe infatti quello di un appiattimento della complessità identitaria e degli orientamenti, che potremo permetterci solo e soltanto quando tutt* le identità e gli orientamenti avranno pari dignità sociale e culturale.

Bibliografia

  •  Nanda S., Gender Diversity: Crosscultural Variations,Wavelang Press, 1999.
  •  Rothblatt M., L’apartheid del sesso, Il Saggiatore, 1997.
  • Mieli M., Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli editore, 2002.
  • M.Mead, Sesso e temperamento, Il Saggiatore Tascabili, 2009.
  • L. Feinberg, Stone Butch Blues, Il dito e la luna, 2004.

Al Circolo “Harvey Milk” di Milano partono i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati all’ identità di genere (rivolti a persone transgender, ma non solo)

Presso il Circolo Harvey Milk Milano, partiranno i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati all’identità di genere, rivolti a persone transessuali MTF ed FTM e transgender, ma non solo: saranno infatti aperti a tutte le persone che desiderino portare il proprio gender, a qualsiasi punto del proprio percorso di autodeterminazione esse siano.
Per maggiori informazioni e per partecipare, scrivere a: transgender@milkmilano.com o visitare la pagina dedicata ai gruppi sul sito dell’associazione Harvey Milk Milano.
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Un gruppo di auto mutuo aiuto è un gruppo composto da persone accomunate da una situazione di disagio o da un comune percorso di ricerca. Tale disagio viene affrontato ed elaborato in prima persona attraverso il confronto, la condivisione e lo scambio di informazioni, emozioni, esperienze e problemi. Nel gruppo di auto mutuo aiuto si ascolta e si è ascoltati , senza pregiudizi, in un clima armonioso in cui si scoprono e si potenziano le proprie risorse interiori. Tale gruppo si autogestisce seguendo un sistema condiviso di obiettivi, regole, valori, e mira a incrementare il benessere psicologico di tutti i membri. I gruppi AMA – Identità di genere si prefiggono lo scopo di creare, attraverso il contributo di ciascun componente, un ambiente all’interno del quale condividere riflessioni ed esperienze di vita con persone che hanno in comune un percorso di ricerca. Lo spirito dei gruppi AMA consiste nell’affrontare insieme un percorso di crescita, mettendo a disposizione del gruppo problematiche e soluzioni personali, accettando ed offrendo supporto e solidarietà reciproca. All’interno del gruppo troveranno spazio ed accoglienza percorsi transessuali e transgender*, ma non solo. Il gruppo è infatti concepito come spazio di confronto sull’identità di genere a 360° e sarà aperto a tutte le persone che desiderino portare il proprio gender, a qualsiasi punto del proprio percorso di autodeterminazione esse siano. I gruppi prevedono la presenza di un facilitatore/trice formato. Il suo ruolo è quello di agevolare il lavoro del gruppo facilitando lo scambio  al suo interno,  nonchè di essere garante delle regole di partecipazione.