“La piccola principe” di Danna: quando il femminismo dogmatico vorrebbe delegittimare il diritto di parola per le persone trans

Il libro La piccola principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione (VandA ePublishing, Milano 2018) di Daniela Danna, ricercatrice in Sociologia generale presso l’Università degli studi di Milano, analizza il fenomeno dell’aumento significativo del numero di persone che – in Paesi come Svezia, Finlandia, Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada – accedono a percorsi di transizione di genere in direzione FtM (Female to Male) durante l’adolescenza. 

La premessa indispensabile a ogni considerazione sul testo di Danna è che nessuno – tantomeno i rappresentanti delle associazioni transgenere e gli attivisti T italiani – intende negare il fenomeno sociale a cui Danna fa riferimento: l’aumento di richieste di accesso ai percorsi di transizione e autodeterminazione FtM da parte di adolescenti e famiglie esiste, è documentato e inizia a essere una realtà anche in Italia.

Cosa, questa, che sanno bene tanto i professionisti (psichiatri, psicologi, endocrinologi, avvocati, giudici) che lavorano a stretto contatto con la realtà transgenere, quanto gli operatori e gli attivisti che da anni lavorano nelle associazioni. Tenendo conto del fatto che in gioco c’è la salute di persone adolescenti, il fenomeno merita certamente attenzione, prudenza, studio e grande cautela.

Il dibattito e il confronto su un tema così delicato necessitano di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche), di una visione non dogmatica, di esperienza diretta e documentata con il fenomeno e con le persone a cui ci riferiamo e di onestà intellettuale. Elementi, questi, che nel saggio di Daniela Danna mancano

L’analisi della sociologa milanese – pur ricca di importanti considerazioni sulle conseguenze della misoginia che tutti, nessuno escluso, abbiamo introiettato – risulta infatti parziale e strumentale. Troppo spesso, inoltre, impone verticalmente, quasi muscolarmente, visioni dogmatiche («Non esistono bambini e adolescenti trans. Esistono bambini e adolescenti effemminati e bambine e adolescenti mascoline» – «Il concetto di ‘cis’ non ha senso»), stereotipate («Invece ci sono donne trans ipercurate, depilate al laser, manierate e seduttive, quindi molto più ‘cis’ di noi lesbiche anche se sono trans!») e oscurantiste («Possiamo solo rappezzare mostri come Frankenstein da pezzi di da pezzi di cadaveri: gli esseri viventi non nascono in laboratorio»).

Dalla lettura di questo saggio deriva l’impressione che i percorsi di transizione degli adolescenti vengano usati come grimaldello per scardinare l‘impianto teorico legittimante la stessa esistenza delle persone T sul piano giuridico, scientifico, sociale: a essere messa in discussione è, infatti, l’identità di genere attraverso la selezione capziosa di dati e ricerche.

Danna riporta in auge l’errata identificazione del fenomeno della variabilità di genere con quello dell’omosessualità, riconoscendo nella misoginia interiorizzata la causa dei percorsi di transizione e autodeterminazione FtM. Ritorna poi – ignorando decenni di studi e letteratura scientifica che avvalorano la tesi che la variabilità di genere non rientra nel novero delle patologie mentali ma, semmai, delle variazioni naturali della concezione comune e binaria dei generi – sulla “questione delle cause”, mettendo all’angolo l’autodeterminazione delle persone T. 

Mette, infine, in dubbio la stessa presa di parola delle persone T e la possibilità per le persone T di definirsi come gruppo sociale che nomina la sua stessa oppressione, cancellando decenni di movimento, di comunità e di subultura transgenere italiana e internazionale. «Questa gran confusione – si legge nel saggio – suggerisce sia meglio buttar via la parolina ‘cis’, e cestinare anche la credenza che chi è cis goda di un privilegio nei confronti di chi è ‘trans’».

Non occorre essere sociologi per sapere che qualsiasi gruppo sociale, qualsiasi minoranza ha avuto e ha bisogno di parole per definire la propria differenza rispetto alla maggioranza: la parola cisgender potrebbestare a transgender come, ad esempio, la parola omosessuale sta a eterosessuale. E, se la parola cisgender non piace a qualcuno, ce ne sono tante altre. Negli anni ’90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, nel gergo della comunità T, utilizzavamo espressioni (spesso con il sorriso sulle labbra) come “donna genetica” o “uomo genetico” per definire chi non era transgenere, o “ragazze XY” o “donne XY” per definire le donne transgenere.

Il linguaggio cambia con i decenni e le generazioni. A non cambiare è il bisogno della comunità T (e di qualsiasi minoranza) di definire se stessa e di significare il mondo con il suo sguardo. Ora è proprio questo nostro bisogno di parlare di noi e per noi che nel saggio di Daniela Danna viene messo in discussione e delegittimato.

Il problema sembra non essere la parola cisgender, ma l’idea che le persone transgenere prendano la parola come gruppo sociale. Cercare di impedire e di frenare l’articolazione di nuovi linguaggi, che nascono dal bisogno di un gruppo di definire la sua oppressione nel sistema sociale, significa promuovere l’idea che il linguaggio delle minoranze e delle subculture vada, in qualche modo, riconosciuto e validato da autorità esterne, controllato, se non censurato

Danna fa, insomma, ciò che il patriarcato fa da sempre con la presa di parola delle donne, prendendo pretestuosamente un tema delicatissimo che per essere affrontato richiederebbe, più di tutto, l’assenza di posizionamenti ideologici

Sul femminismo TERF (Femminismo Radicale Trans Escludente)

Estratto dalla mia intervista per MarieClaire.it (qui il link all’articolo di Debora Attanasio) sul femminismo trans-escludente.

“La bomba è scoppiata negli Stati Uniti e le schegge sono inevitabilmente ricadute in Europa”, spiega Monica Romano, scrittrice ed esponente di lungo corso del movimento LGBT italiano, autrice fra gli altri di “Diurna. La transessualità come oggetto di discriminazione” e Gender R- Evolution (Mursia).

“In Italia, a dire il vero, è più preoccupante la spaccatura interna nei movimenti Lgbt perché Arcilesbica – già in rotta con il resto del movimento per la GPA – ha innescato un attacco alle trans. Vale la pena ricordare che la frangia femminista Terf non è rappresentativa di tutto il femminismo, costituisce una minoranza e questo va specificato per non compromettere quella che sta diventando un’alleanza sempre più forte. Le Terf dicono che donne si nasce, non si diventa.
Questo ci marginalizza, sminuisce il diritto – acquisito in Italia dalle donne transgender grazie a una legge del 1982 – di essere considerate donne al pari di tutte le altre dopo un percorso che implica grande dolore, sforzi e difficoltà per l’adeguamento della nostra identità sociale”.
Con il resto delle femministe, che sono la stragrande maggioranza, il rapporto è invece sano: “Io mi definisco femminista e dialogo con la Libreria delle Donne di Milano, istituzione storica del femminismo”, dice Monica Romano. Tuttavia, entrando nel merito della polemica su cui ha punta il dito il Guardian, riconosce la validità di alcune critiche espresse dalle femministe rispetto al movimento LGBT. “La misoginia di molti gay, ad esempio, è innegabile. Ed è vero che l’impostazione familiare di una donna transgender è stata maschile, e che ne conservano alcune caratteristiche come, ad esempio, una maggiore assertività. Ma siamo così sicure che l’assertività sia una caratteristica necessariamente maschile? O è la cultura in cui viviamo che ci induce a pensarlo? Quando ho iniziato a vivere come donna, a 19 anni, sono diventata consapevole delle discriminazioni e dei soprusi che le donne subiscono, subendole in prima persona nel lavoro: io stessa fatico a rompere il “soffitto di cristallo” nel mio lavoro, ad avere i giusti riconoscimenti come laureata e professionista, perché sono una donna. La verità sta nel mezzo. Io ho sempre lavorato per costruire un ponte fra le donne e le donne transgender. Noi donne trans subiamo violenza e discriminazione. Le donne, tutte, subiscono violenza e discriminazione. Chi è il responsabile comune dei nostri problemi? Il patriarcato. È il patriarcato l’unico nemico contro cui donne e donne trans dovrebbero muoversi compatte. Far scoppiare guerre interne è un errore e una perdita di tempo da entrambe le parti. Un allontanamento da un obiettivo comune, da cui trae vantaggio solamente il patriarcato”.

Scarlett Johansson, polemica sui social per il ruolo di un gangster transgender

La comunità transgender protesta contro la diva che interpreta un boss di Pittsburgh che cambia sesso. Trace Lysett: “Voi potete continuare a interpretare noi, ma noi non voi?”
Trace Lysette: “Non solo ci rubate la nostra storia, ma vi date pacche sulle spalle e vincete trofei scimmiottando quello che abbiamo vissuto”.
Questo mio articolo risulterà alquanto impopolare e molto poco
“likkato”, ma io sono d’accordo con la Lysette e voglio tornare a parlare della “presa di parola” delle persone T.
Premetto che di Scarlett Johanssoon poco mi importa, così come di Holliwood e dintorni.
Mi importa invece dire che i vissuti transgender vengono ormai costantemente cannibalizzati per ottenere visibilità, palchi, finanziamenti e riconoscimenti. Questo è un fatto. Perché, oramai, riconosciamolo, la “T” sta diventando un business e fa gola a molti, negli Stati Uniti come in Italia, a vari livelli: dal mondo dello spettacolo, a quello della moda, fino ad arrivare ai servizi offerti alle persone T per i percorsi di autodeterminazione che – ricordiamolo – sono molto ben renumerati e non offerti per beneficenza o filantropia.
Guai se noi persone trans ci azzardiamo a rivendicare che i nostri temi e le nostre vite sono nostre, chiedendo – perchè no? – centralità e protagonismo: parte subito il cisplainning (parola liberamente ricavata dalla suggestione del termine mansplaining. Con questa parola si indica, da qualche anno, l’atteggiamento paternalistico di alcuni uomini quando spiegano a una donna qualcosa di ovvio, oppure qualcosa di cui lei è esperta, perché pensano di saperne sempre e comunque più di lei oppure che lei non capisca davvero; lo stesso atteggiamento di molte persone cisgender che pretendono di spiegare a noi cosa significa essere transgender) e il solito disco rotto del “siamo tutti persone”, “basta con questo «noi» e «voi»”, “dovreste essere grati che si parli di voi”, fino ad arrivare al “siamo tutt* un po’ transgender”.
Basta andarsi a vedere le reazioni sui social a questo articolo per verificare che esiste un retropensiero profondamente e sistemicamente transfobico (e maggioritario) dietro a certi commenti.
Appena prendiamo la parola veniamo, insomma, subito zittiti.
Quello che da sempre accade quando una minoranza prende la parola, quello che accadeva e accade ancora oggi quando un nero nomina i “bianchi” per evidenziarne il privilegio e un sistema di oppressione, quando gay e lesbiche usano la parola “eterosessuale” in un mondo eterosessista, quando una donna denuncia il maschilismo in un sistema patriarcale: arriva la censura, spesso anche brutale e verbalmente aggressiva.
A noi succede quando osiamo pronunciare la parola “cisgender” per definire l’oppressione che subiamo o costruire la nostra subcultura, o quando diciamo che essere uomini o donne transgender e definirsi queer sono cose molte diverse e che non vanno confuse.
Io dico che non è vero che “siamo tutt* transgender”, perché quando finisco di confrontarmi sui social ed esco per la strada, la persona che viene identificata come trans sono io e non chi pretenderebbe di parlare al mio posto.
Io pago le conseguenze e le sanzioni sociali di un’identità differente e minoritaria, in ogni giorno della mia vita e in ogni contesto, e devo poter rivendicare il mio diritto di parola sulla mia vita e su come viene rappresentata senza sentirmi zittita e censurata.
Per dirla con Angela Davis:
“Non voglio più accettare le cose che non posso cambiare: voglio poter cambiare ciò che non accetto.”
To be continued.

Il corpo è nostro e lo gestiamo noi! Arcilesbica, ProVita e femminismo radicale contro l’autodeterminazione delle persone transgender

Da più parti, e trasversalmente, stanno arrivando attacchi all’#autodeterminazione delle persone #transgender.
In gioco la c’è la libertà di decidere dei nostri corpi (esattamente come fu – ed è – per le donne) che un certo pensiero vorrebbe rimettere in discussione, a partire dalla possibilità di sottoporci a interventi chirurgici e a terapie ormonali.
Penso a un certo integralismo cattolico (ProVita), a parti (minoritarie, per fortuna) del femminismo radicale, e a parti del movimento LGBT che sembrano – in modo preoccupante – convergere sull’idea che a decidere dei nostri corpi non dobbiamo essere noi, ma – tanto per cambiare – altri.
È una battaglia sui nostri corpi e sulle nostre vite quella che dovremo portare avanti negli anni a venire, per il diritto a decidere per noi stess*, contro ogni forma pensiero fascista e sovradeterminante.
Resistiamo!

Brenda, la vera vittima del caso Marrazzo – Estratto dal libro “Storie di ragazze XY”

“20 NOVEMBRE 2009

«Ilenia, ma ti rendi conto di come ci stanno rappresentando? Per Dio, nemmeno nel momento della fine
ci portano un barlume di rispetto!»
Sofia era furibonda e per me era un vero sollievo ascoltare una voce indignata, trovare da qualche parte
cordoglio per la morte di #Brenda.
Avevo visto quella ragazza tante volte in televisione nell’ultimo mese e non mi fu difficile ricordare il
suo viso, l’insistenza che le telecamere avevano nel braccarla quando usciva da casa, le inquadrature a
tradimento sul corpo, sulle mani in particolare, la giornalista che, nel rivolgersi a lei, si permetteva il
«tu» e scandiva le parole ad alta voce, come si fa con i bambini e come molti fanno quando incontrano un
nero, un migrante o un senzatetto.
La tivù non faceva che parlare di lei.
«Avvicinato da giornalisti e fotografi in via dei Due Ponti, a pochi passi da via Gradoli, Brenda, il trans
del caso Marrazzo, soprannominato Brendona, apparso Infastidito, ma non si è sottratto alle domande
dei cronisti.»

Brenda è morta il 20 novembre, proprio nella giornata della memoria #transgender.
Quale sarà stato il suo cognome?
Per i giornalisti noi trans non abbiamo il cognome, solo il nome.
Solitamente si fanno beffa di noi e, strizzando l’occhio al lettore, lo mettono fra virgolette.
Non contenti declinano participi e pronomi al maschile, cancellando una vita intera con la semplice
scelta di una vocale.
I peggiori usano definizioni offensive come «travestito» o «viado», parola spaventosa che in portoghese
significa «deviato». Il suono, le immagini evocate, il contesto culturale che gli ha dato vita, tutto mi spaventa in questa parola.
«Il viado Brenda ucciso da esalazioni di fumo.»
«Brenda: morto carbonizzato il travestito coinvolto nel caso Marrazzo.»
Il cognome di quella ragazza era Mendes Paes.
Quali saranno stati i suoi sogni, i suoi pensieri, la sua storia?
Quale opinione avrà avuto di quei «cronisti» che la rincorrevano nell’atrio di un portone?
Irrompendo nelle mie riflessioni, Sofia proseguiva con la sua invettiva.
«Diciamocelo chiaro: la stragrande maggioranza delle persone pensa che lei quella morte l’abbia meritata.
Ti dirò di più, sono contenti che lei sia morta così. Ci odiano, è questa la realtà! Pensaci bene: secondo
te esiste una categoria sociale più disprezzata e bistrattata della nostra?»
Sorridevo perché entrambe conoscevamo già la risposta, ma questo gioco ci divertiva.
«Dunque, fammi pensare… i gay e le lesbiche se la passano molto meglio di noi, mediaticamente parlando.
Quando picchiano un gay, almeno fingono di indignarsi, figurarsi se ne uccidessero uno.
Le prostitute vengono sì uccise, finiscono anche loro in cronaca nera e tutti pensano che se la siano
cercata, ma non sono disprezzate come le trans. I migranti hanno dalla loro la sinistra e i sindacati… Forse
Joseph Carey Merrick, l’Uomo elefante, hai presente? C’è da dire che lui almeno…»
«Ilenia, è inutile! siamo noi le prime classificate nella top ten degli emarginati! Non c’è gara!»
Scoppiammo in una risata liberatoria.
Sì, siamo davvero imbattibili.
Cercando di addormentarmi, osservavo la tivù senza volume che riproponeva di continuo la stessa
foto di Brenda: aveva un maglione bianco attillato, due grandi orecchini e l’aria smarrita.

Almeno questo era quello che io vedevo.”

Estratto dal libro Trans. Storie di ragazze XY DI Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

 

Hande Kader, la transgender uccisa dal regime di Erdogan – Estratto dal libro “Gender (R)Evolution”

“Due fanciulle contro un gippone che avanzava, Hande e la sua amica, sedute al centro di una strada
di Istanbul. Un’immagine improvvisamente resa più nitida, come messa a fuoco, dal silenzio e dalla tensione: le ragazze stavano impedendo il passaggio della camionetta e bloccando le operazioni di sgombero.
Attorno a loro altri dimostranti che esorcizzavano la paura gridando slogan a ripetizione, sventolando
bandiere rainbow e battendo le mani a sostegno di quelle pasionarie che facevano la Storia.
Un getto violento sparato da un idrante colpiva la compagna di Hande, che rispondeva lanciando una
scarpa contro la camionetta in un confronto impari.
Ammiravo la determinazione di quella giovane donna, pensando che lei fosse un’altra Sylvia Rae Rivera,
la sua incarnazione. Partivano poi le schioppettate di gas lacrimogeno su Hande che – mentre gli altri manifestanti fuggivano veloci – tentava di resistere con il braccio davanti al naso e alla bocca, per poi abbandonare il campo in cerca di aria.


«So che i morti non parlano, ma io sono te e tu sei me! E quando sentirai il mio silenzio, fai che la nostra voce diventi più forte!»


Hande non rinunciava alla sua lotta. Affiancata dalla fedele amica, ritornava in campo imprecando e
zoppicando, contro un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. Lei si dimenava, gridava, ormai allo
stremo delle forze, visibilmente frustrata e impotente contro quel branco di maschi, caschi bianchi e divise
nere che non si contavano, contro quel muro invalicabile di scudi e disprezzo, contro l’insostenibilità di
quel confronto senza alcuna possibilità di vittoria.
Lei non poteva nulla, era lampante, e gli sguardi divertiti dei suoi nemici assieme alle sue lacrime mi provocarono un singhiozzo. La sua alleata veniva portata via da altre attiviste e lei – questa volta sola – dopo essersi guardata attorno, indomita, si rimetteva a terra.
Ormai scarmigliata, con il trucco disfatto e il fiato corto, si asciugava il viso, rimettendosi le scarpe e
aspettando, con lo sguardo lucido ma disorientato, l’inevitabile esito della sua azione.


«Ho avuto la sfortuna di vivere in un mondo molto ingiusto e di combattere in un paese che vuole togliermi
la voce»


Due agenti iniziavano a marciare verso di lei in modo deciso. Uno dei due la indicava con l’antenna
della ricetrasmittente senza nemmeno guardarla, come si farebbe con una cosa abbandonata in strada.
L’altro sbirro impugnò il fucile e, mentre Hande si faceva scudo con le braccia, iniziò a spararle addosso,
sulle gambe, gas lacrimogeno.
In quei momenti drammatici la ragazza non poteva sapere che il suo volto, la sua bellezza fiera, le onde
di capelli castani illuminate da bagliori ramati, le sue lacrime piene di astio, la sua disperata opposizione
a quegli stupidi idranti, ai lacrimogeni, al maledetto regime che stritolava vite e libertà, avrebbero fatto
il giro del mondo.”

Estratto dal libro Gender R- Evolution di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, 2017.

Storie transgender: l’inizio della terapia ormonale – Estratto dal libro “Storie di ragazze XY”

 

“Marzo 1999, una mattina uggiosa.
Davanti a me due scatole che fissavo da almeno mezz’ora.
In quella rosa c’erano i famosi estrogeni, gli ormoni femminili che avrebbero cambiato il mio corpo
gradualmente.
In quella bianca gli antiandrogeni, che avrebbero invece indebolito il maschile. La sera avrei preso le prime pillole, e l’incubo di un corpo che ogni giorno mi somigliava meno avrebbe avuto fine.
Ero quindi all’inizio di una transizione, dove il punto di arrivo non era chiaro: non sapevo se mi sarei
mai sottoposta al famoso intervento di vaginoplastica, ad esempio, né fin dove mi sarei spinta con la trasformazione fisica.

Sapevo soltanto che il mio obiettivo non era quello di «diventare una donna», come tante trans dichiaravano a quell’epoca. Io mi accontentavo di essere me e di somigliarmi un po’ di più, e avevo deciso, dopo quasi tre anni di riflessione, che la terapia ormonale potesse essere un primo passo in quella direzione, verso una fisicità che mi rispecchiasse, a qualsiasi «sfumatura» o parte del cielo io appartenessi.
In associazione avevo appreso dell’esistenza di una bellissima immagine metaforica, quella dell’arcobaleno
dei generi:
«È impossibile comprendere tutto ciò che appartiene alla natura.
È per questo che tante materie sono sconosciute per noi umani.
Però di una cosa abbiamo certezza: non si sa dove inizia e finisce l’arcobaleno. si sa però che ha più di
due colori e un’infinità di sfumature» (Cit. Leila Daianis)


Secondo questa rappresentazione, i generi darebbero vita a un arcobaleno, quindi le sfumature non
sarebbero soltanto due, ma tantissime, infinite.
Pensare di poter essere rappresentata, ricompresa in uno di quei colori sfumati, nell’infinita eterogeneità delle potenziali identità, era così bello e liberatorio per me, per anni vessata e mortificata da quella visione che, prevedendo solo due opzioni, delegittimava la mia stessa esistenza, da farmi sentire incredibilmente
euforica. Finalmente, non ero più un’apolide.”

Estratto dal libro “Storie di ragazze XY” di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, 2015.

Una coppia britannica di persone transgender vede rovinato il giorno del matrimonio

https://www.lgbtqnation.com/2018/03/tabloids-transphobic-cover-spoils-couples-magical-wedding-day/#.Wrp_6bkXsSk.facebook

Una coppia britannica di persone #transgender (un donna transgender e un uomo transgender) vede rovinato il giorno del matrimonio da un titolista del #Sun.

Molte sono le coppie di persone trans vittime di #transfobia in quanto coppie: l’idea che due persone trans possano amarsi dà fastidio a molti (l’ho vissuto e subito in prima persona. Anzi, saluto con una sonora pernacchia quei poveracci che hanno criticato, giudicato, ironizzato), perché scardina molte (rassicuranti) convinzioni sulla nostra condizione.
Beh, se ne facciano una ragione… ed evviva gli sposi! :-)

Lui poi, davvero un grande, ha dichiarato:

“Naturally the community is upset, as are myself and Hannah, but we have to remember that their readers will know little to nothing about trans people, so once they get past the front page perhaps they will learn a little more about us and see that we are just like any other couple on our wedding day.

Transgender is beautiful! Estratto da “Gender (R)Evolution”

“Nel corso della mia vita ho sentito molte persone transessuali e transgender dire: «Se solo potessi, rinascerei nel corpo giusto».
Comprendo queste sorelle e fratelli che – sia chiaro – hanno tutto il mio affetto e rispetto.
Tuttavia io, nell’andare avanti, maturo sempre più la consapevolezza che, se anche avessi quella possibilità,
non cambierei un solo giorno della mia storia e non rinuncerei a un momento di quelli che ho vissuto,
per quanto possano essere stati duri e, a volte, al limite della sopportazione.
Sceglierei nuovamente la vita che ho vissuto fino ad oggi.
Qualcuno penserà che sono una masochista, e lo posso comprendere. Del resto, soprattutto a causa
della #narrazione #mainstream delle nostre vite fatta nei salotti televisivi negli ultimi anni – dove la realtà viene reinterpretata e semplificata a colpi di «prima e dopo», suggestioni di collodiana memoria («Ora sono una donna vera!»), uso e abuso del verbo «diventare» e l’immancabile spruzzatina di pietismo cristiano ad accompagnare il caso umano del giorno – molti pensano al nostro cammino come a una sorta di via crucis senza luce, un’esperienza quasi mistica e vagamente espiatoria, ed è buffo come i richiami al sacro spesso si sprechino nelle narrazioni che altri fanno di noi, in tempi di caccia alle streghe e agli ideologi del #gender.

Oggi considero la condizione #transgender come un dono, e non posso che ringraziare le mie compagne
di viaggio che mi hanno portato a questa consapevolezza, spingendomi a rievocare quegli anni Novanta
in cui per me il viaggio chiamato transizione cominciava.
Un viaggio che ha riguardato il mio corpo solo in minima parte, perché la parte più importante
è quella avvenuta nella testa, nel cuore e attorno a me.
Avere una vita e un punto di vista divergente mi ha portato a vedere e vivere esperienze davvero speciali
e alla portata di pochi, sperimentando l’ebbrezza e la gioia di vedere oltre, essendone felice.
Molti di noi, nell’universo della non conformità, hanno visto nel dualismo dei generi «uomo e donna»
una convenzione sociale da superare e rivendicato l’esistenza di altre possibilità, vissuti, espressioni,
corpi. Il nostro vissuto ha connotato il nostro essere e non può essere buttato via, non vogliamo liberarci di
un’esperienza che ci rende fieri e orgogliosi.
Oggi posso dire che mai rinuncerei al mio corpo – un corpo autodeterminato e in fuga dalla rigidità della
Norma che più volte ho citato in questo mio memoir – per quanto trovare il mio equilibrio possa essere
stato faticoso e abbia richiesto anni e sangue.
[…] Il racconto della bellezza dei nostri cammini, della nostra felicità e dell’orgoglio nell’essere ciò che siamo
– e non di ciò che dovremmo essere e a cui dovremmo tendere – fatica a trovare spazio nell’immaginario
collettivo.
Iris Marion #Young definì «#imperialismo #culturale» quella forma di oppressione sulla quale già i movimenti delle donne e dei neri hanno posto l’attenzione, che «comporta l’universalizzazione dell’esperienza e della cultura di un gruppo dominante, le quali vengono così accreditate come la norma». I gruppi minoritari sono così vittime di stereotipi che li inchiodano al corpo e a caratteristiche fisiche e i loro
componenti finiscono così per essere ingabbiati nel proprio corpo, corpo che il discorso dominante concettualizza negativamente. Nel caso delle persone transgender tale corporeità consiste, ad esempio, in
una genitalità differente, così come anche in una corporeità e immagine esteticamente «altra» determinata
da quei connotati fisici che cultura dominante definisce «grotteschi», «ambigui», «inquietanti» o semplicemente «brutti».

Ecco spiegato perché occorre coraggio per arrivare a rivendicare pubblicamente e al di fuori delle oasi associative e di movimento che Transgender #Is #Beautiful!», come in anni recenti ha fatto l’attrice e attivista Laverne Cox.
Liberare, nutrire ed esprimere l’orgoglio e la fierezza per i nostri corpi liberati e per i nostri vissuti
differenti, è stata, è – e sarà! – un’azione culturale e politica potente e sovversiva della Norma, e richiederà
determinazione, coraggio e la volontà di essere comunità.
Giusto insomma è stato ed è rivendicare l’uguaglianza, ma non dimentichiamo di difendere la
nostra differenza: i nostri sono corpi di cui rivendichiamo la diversità e il loro possibile mutamento può
e deve continuare ad essere un adeguamento al nostro personale e intimo sentire, non ad aspettative esterne a noi.”

Estratto dal libro Gender R- Evolution di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, 2017.

Sull’amore fra persone transgender – Estratto da Gender (R)Evolution

Dal mio ultimo libro Gender R- Evolution, la mia storia di un amore, quello per un #uomo #transgender, che ho scelto di chiamare “Mister”. L’amore fra due persone #transgender è una realtà ancora tutta da vivere, raccontare, portare nel nostro immaginario.

“In quella casa nascosta da un uliveto e chiusa per gran parte dell’anno, dove intuivo lo scorrere del tempo attraverso la luce filtrata dalle persiane, la sete di noi si acquietava solo dopo aver fatto toccare alba e tramonto, fra sieste, spuntini, bicchieri di vino e risate di vita e gratitudine. Nel tenermi stretta, nell’afferrarmi, dominarmi e proteggermi, c’era tutta la sua
forza virile, assieme alla totale, quasi devota, attenzione – fisica, mentale e spirituale – al mio piacere. Con lui c’era amore e animalità come con nessun altro e questo lo sapeva bene, volendolo scoprire, orgoglioso, ogni volta come fosse la prima.
Lui su di me, le mie cosce bramanti e avvinghiate alla sua vita, mentre gli accarezzavo la testa e lo chiamavo con gli occhi, quell’esplosione di sensi che gli procuravo con compiaciuta sapienza, erano idillio. Il nostro piccolo sogno di angeli carnali e appassionati era simile a un dipinto prezioso che, in tutti quegli anni, avevamo custodito nel segreto e preservato in ogni modo dalla vita, al riparo dagli altrui sguardi bramanti un effimero sapere.

[…]

Una donna dal viso segnato, avvolta in uno scialle nero di frange e i lunghi capelli argento lasciati sciolti intonava il fado, incantando tutti gli avventori del ristorante. Lisbona ci aveva accolto come di consueto, con i suoi tetti ocra e pastello, il ricordo di imprese marinaresche e quella sua malinconia. Ci eravamo appena congedati da una stradina che profumava di
spezie, e Mister aveva faticato a riprendersi la mia attenzione: mi ero dilettata per tutto il pomeriggio in quei piccoli negozi dove si vendevano stoffe, noci di cocco, film indiani, henné, patate dolci, manghi.
– Sei una donna che non finirà mai di stupirmi, lo sai?
Elegante e classico nella sua giacca in tweed, cravatta in garza a giro inglese e fascia nera al posto della cintura, mi versava del Barca Velha, mentre gli facevo cenno di non esagerare, ricordandogli contenta quanto ci piacesse girovagare e fare i nomadi per città straniere.”