Il femminismo TERF e le “haters” sul web: quando la radicalità diventa violenza

Queste sono le parole con le quali quella che suppongo essere – posso solo supporlo perché il profilo che ha postato il commento è molto probabilmente falso – una (sedicente) femminista mi ha appellato ieri in una discussione pubblica sulla bacheca di un amico:


Assieme a diversi messaggi anonimi, più o meno dello stesso contenuto ma di ben più forte tenore che ho ricevuto nel corso del 2018 e a un hackeraggio del mio sito web (impossibile identificare i responsabili, mi ha detto la mia webmistress Laura Nicolini, che ringrazio… ma in più di dieci anni che sono sul web è la prima volta che mi succede una cosa del genere, peraltro poco dopo la pubblicazione di un articolo sul femminismo trans-escludente #TERF… tutte casualità? Forse sì, forse no), queste parole hanno delineato – a detta di una cara amica che mi aiuta sempre a riflettere in modo più distaccato e meno emozionale – un attacco più o meno sistematico e organizzato, ma certo reiterato, a opera di #haters.

Ora, perché decido di rendere pubblico tutto questo?
Perché con le parole si può fare molto male alle persone, e gli (e le) haters vanno fermati.

Quando dico “fare del male” non penso a me, che da vent’anni ci metto nome, cognome e faccia nella battaglia per i diritti delle persone #transgender e che manco le frotte di bulli – grandi, grossi e cattivi! – da adolescente m’hanno mai abbattuto, figuriamoci quattro #TERF che nemmeno hanno il coraggio di firmarsi e che una risata, un bel giorno, seppellirà… 😉

Mi riferisco a tutte quelle ragazze o donne transgender legittimamente più fragili e meno ciniche/scafandrate della sottoscritta, che nel #femminismopotrebbero – dovrebbero poter! – pensare di trovare una casa.

Credo sia ora di denunciare pubblicamente e a voce alta certe “espressioni” che hanno il solo scopo di umiliare, ferire, intimorire, silenziare, escludere.

Come sempre, una doverosa puntualizzazione: quello a cui io faccio riferimento in questo post non è il femminismo. Queste sono degenerazioni del femminismo veicolate da singole persone, cosa ben diversa.
Certo sarebbe auspicabile, a mio modesto avviso, che il femminismo “ufficiale” prendesse le distanze da queste #haters che minano la possibilità di una dialogo genuino fra soggettività ed esperienze.

Una della battaglie per le quali senz’altro mi spenderò nei prossimi anni, sarà quella dell’inclusione delle donne transgender nel femminismo, come a dire: quando pensate di demolirci offendendoci e denigrandoci, sappiate che ci rendete soltanto più forti e determinate.

Cisplaining e dintorni: Scarlett Johansson, polemica sui social per il ruolo di un transgender

La comunità transgender protesta contro la diva che interpreta un boss di Pittsburgh che cambia sesso. Trace Lysette: “Voi potete continuare a interpretare noi, ma noi non voi? Non solo ci rubate la nostra storia, ma vi date pacche sulle spalle e vincete trofei scimmiottando quello che abbiamo vissuto”.
Questo mio articolo risulterà impopolare ma io sono d’accordo con Trace Lysette (attrice transgender) e voglio tornare a parlare della “presa di parola” delle persone T*.

Premetto che di Scarlett Johanssoon poco mi importa, così come di Holliwood e dintorni. Mi importa invece di dire – e a voce alta – che i vissuti transgender vengono ormai costantemente cannibalizzati da persone non transgender (o cisgender) per ottenere visibilità, palchi, finanziamenti e riconoscimenti. Questo è un fatto. Perché la “T” sta diventando un business e fa gola a molti, negli Stati Uniti come in Italia, e a vari livelli: dal mondo dello spettacolo, a quello della moda, fino ad arrivare ai servizi offerti alle persone T* per i percorsi di transizione che – ricordiamolo – sono molto ben renumerati e non offerti per beneficenza o filantropìa.

Credo poi sia importante evidenziare il fenomeno del cisplaining, parola  da me liberamente ricavata dalla suggestione del termine mansplaining. Con mansplaining si indica, da qualche anno, l’atteggiamento paternalistico di alcuni uomini quando spiegano a una donna qualcosa di ovvio, oppure qualcosa di cui lei è più esperta di lui. Potremmo prendere l’esempio dell’uomo geometra che pensa di poter spiegare alla donna architetto la materia per la quale lei ha conseguito un titolo accademico perché comunque convinto di saperne più di lei. Un atteggiamento analogo viene adottato da tutte quelle persone cisgender che pretendono di spiegare a noi persone T* cosa significa essere transgender e vivere come transgender, il cisplainning, appunto.
Abbastanza ridicolo, non è vero? Eppure accade, e di continuo! E se noi obiettiamo e facciamo presente che nessuno deve spiegarci chi siamo e come viviamo – tantomeno una persona che transgender non è – sono guai! In tempo record parte il disco rotto del “siamo tutti persone”, “basta con questo «noi» e «voi»”, passando per il paternlistico “dovreste essere grati che si parli di voi”, fino ad approdare al lettino dell’analista che ci spiega che “transgender lo siamo tutti” o alle deliranti (ma molto frequenti) risposte “fate razzismo al contrario!” e “vi ghettizzate”.

Appena prendiamo la parola veniamo, insomma, subito zittite e zittiti.
Quello che da sempre accade quando una minoranza prende la parola, quello che accadeva e accade ancora oggi quando un nero nomina i “bianchi” per evidenziarne il privilegio e un sistema di oppressione, quello che accade quando gay e lesbiche usano la parola “eterosessuale” in un mondo eterosessista o quando una donna denuncia il maschilismo in un sistema patriarcale è che giunge la censura, spesso anche brutale e verbalmente aggressiva.
A noi succede quando osiamo pronunciare la parola “cisgender” per definire l’oppressione che subiamo o costruire la nostra subcultura, o quando diciamo che essere uomini o donne transgender e definirsi queer sono cose molte diverse e che non vanno confuse.
Io ribadisco – e con forza – che non è vero che “siamo tutt* transgender”,  semplicemente perché quando finisco di confrontarmi sui social ed esco per la strada, la persona che viene identificata come T* sono io e non chi pretenderebbe di parlare al mio posto o di spiegarmi la mia vita.
Io pago le conseguenze e le sanzioni sociali di un’identità differente e minoritaria, in ogni giorno della mia vita e in ogni contesto e devo poter rivendicare il mio diritto di parola sulla mia vita e su come viene rappresentata senza sentirmi zittita e censurata.
Per dirla con Angela Davis:
Non voglio più accettare le cose che non posso cambiare: voglio poter cambiare ciò che non accetto.
To be continued.

Brenda, la vera vittima del caso Marrazzo – Estratto dal libro “Storie di ragazze XY”

“20 NOVEMBRE 2009

«Ilenia, ma ti rendi conto di come ci stanno rappresentando? Per Dio, nemmeno nel momento della fine
ci portano un barlume di rispetto!»
Sofia era furibonda e per me era un vero sollievo ascoltare una voce indignata, trovare da qualche parte
cordoglio per la morte di #Brenda.
Avevo visto quella ragazza tante volte in televisione nell’ultimo mese e non mi fu difficile ricordare il
suo viso, l’insistenza che le telecamere avevano nel braccarla quando usciva da casa, le inquadrature a
tradimento sul corpo, sulle mani in particolare, la giornalista che, nel rivolgersi a lei, si permetteva il
«tu» e scandiva le parole ad alta voce, come si fa con i bambini e come molti fanno quando incontrano un
nero, un migrante o un senzatetto.
La tivù non faceva che parlare di lei.
«Avvicinato da giornalisti e fotografi in via dei Due Ponti, a pochi passi da via Gradoli, Brenda, il trans
del caso Marrazzo, soprannominato Brendona, apparso Infastidito, ma non si è sottratto alle domande
dei cronisti.»

Brenda è morta il 20 novembre, proprio nella giornata della memoria #transgender.
Quale sarà stato il suo cognome?
Per i giornalisti noi trans non abbiamo il cognome, solo il nome.
Solitamente si fanno beffa di noi e, strizzando l’occhio al lettore, lo mettono fra virgolette.
Non contenti declinano participi e pronomi al maschile, cancellando una vita intera con la semplice
scelta di una vocale.
I peggiori usano definizioni offensive come «travestito» o «viado», parola spaventosa che in portoghese
significa «deviato». Il suono, le immagini evocate, il contesto culturale che gli ha dato vita, tutto mi spaventa in questa parola.
«Il viado Brenda ucciso da esalazioni di fumo.»
«Brenda: morto carbonizzato il travestito coinvolto nel caso Marrazzo.»
Il cognome di quella ragazza era Mendes Paes.
Quali saranno stati i suoi sogni, i suoi pensieri, la sua storia?
Quale opinione avrà avuto di quei «cronisti» che la rincorrevano nell’atrio di un portone?
Irrompendo nelle mie riflessioni, Sofia proseguiva con la sua invettiva.
«Diciamocelo chiaro: la stragrande maggioranza delle persone pensa che lei quella morte l’abbia meritata.
Ti dirò di più, sono contenti che lei sia morta così. Ci odiano, è questa la realtà! Pensaci bene: secondo
te esiste una categoria sociale più disprezzata e bistrattata della nostra?»
Sorridevo perché entrambe conoscevamo già la risposta, ma questo gioco ci divertiva.
«Dunque, fammi pensare… i gay e le lesbiche se la passano molto meglio di noi, mediaticamente parlando.
Quando picchiano un gay, almeno fingono di indignarsi, figurarsi se ne uccidessero uno.
Le prostitute vengono sì uccise, finiscono anche loro in cronaca nera e tutti pensano che se la siano
cercata, ma non sono disprezzate come le trans. I migranti hanno dalla loro la sinistra e i sindacati… Forse
Joseph Carey Merrick, l’Uomo elefante, hai presente? C’è da dire che lui almeno…»
«Ilenia, è inutile! siamo noi le prime classificate nella top ten degli emarginati! Non c’è gara!»
Scoppiammo in una risata liberatoria.
Sì, siamo davvero imbattibili.
Cercando di addormentarmi, osservavo la tivù senza volume che riproponeva di continuo la stessa
foto di Brenda: aveva un maglione bianco attillato, due grandi orecchini e l’aria smarrita.

Almeno questo era quello che io vedevo.”

Estratto dal libro Trans. Storie di ragazze XY DI Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

 

Una coppia britannica di persone transgender vede rovinato il giorno del matrimonio

https://www.lgbtqnation.com/2018/03/tabloids-transphobic-cover-spoils-couples-magical-wedding-day/#.Wrp_6bkXsSk.facebook

Una coppia britannica di persone #transgender (un donna transgender e un uomo transgender) vede rovinato il giorno del matrimonio da un titolista del #Sun.

Molte sono le coppie di persone trans vittime di #transfobia in quanto coppie: l’idea che due persone trans possano amarsi dà fastidio a molti (l’ho vissuto e subito in prima persona. Anzi, saluto con una sonora pernacchia quei poveracci che hanno criticato, giudicato, ironizzato), perché scardina molte (rassicuranti) convinzioni sulla nostra condizione.
Beh, se ne facciano una ragione… ed evviva gli sposi! 🙂

Lui poi, davvero un grande, ha dichiarato:

“Naturally the community is upset, as are myself and Hannah, but we have to remember that their readers will know little to nothing about trans people, so once they get past the front page perhaps they will learn a little more about us and see that we are just like any other couple on our wedding day.

La rivolta – Estratto da “Storie di ragazze XY” di Monica Romano

“Quella sera alla Nuova idea Sofia e io facevamo a gara a chi fra le due riuscisse a dare la risposta più tranchant a ignari corteggiatori, che trasformavamo in bersagli del dolore che avevamo dentro. Vinsi io.
A dire la verità non era stato difficile: mi era capitato un commissario di polizia in vena di avances, che non aveva avuto nemmeno la decenza di togliersi la fede e che – fra una banalità e l’altra rivolta a me – scambiava sguardi complici e strafottenti con gli amici, chiaramente allusivi alle altre donne transgender nel locale.

«Vedo che le ragazze in questo locale ti mettono molto di buon umore. È bene che ti facciano ridere così di gusto. Chissà se anche tua moglie sarebbe così divertita nel vederti qui fra noi!»
Complici i fumi dell’alcool, perse subito le staffe.
Lo incalzai: «Che cosa vorresti farmi? Tesoro, a me non interessa che tu sia un poliziotto, non ho paura di te. Ora vedremo chi ha qualcosa da perdere.».
In effetti, pensai mentre Sofia mi portava via, sentivo di non avere nulla da perdere quella sera, dopo decine di colloqui di lavoro andati male, fra lo sconforto e i mezzi sorrisetti delle impiegate delle agenzie interinali.

La mia amica non stava meglio di me.
Nel negozio di parrucchiera in cui lavorava, avviata la transizione, erano iniziati anche gli episodi di mobbing, non solo da parte della proprietaria del negozio nonché sua datrice di lavoro, ma anche da alcune colleghe.
Nel frattempo, la sua famiglia stava tentando di farla desistere dall’intraprendere la transizione. La sua unica sicurezza consisteva ormai nell’essere cointestataria nella casa che condivideva con i familiari.
«Che ci provino a mandarmi via. Che ci provino»,
continuava a ripetermi, fra una sigaretta e l’altra.

Uscite da quel locale in cui eravamo costrette ad andare per sentirci protette, ma che allo stesso tempo detestavamo e maledicevamo con tutte le forze, eravamo malinconiche. Finché non si avvicinarono due ragazzi sulla trentina che, ridacchiando e toccandosi le parti basse, ci chiesero di fare «un giro».
Sofia tagliò corto: «Lasciateci stare».
Cominciarono con il solito rosario d’insulti e sberleffi, mentre raggiungevano la loro auto parcheggiata proprio davanti alla nostra: una Porsche blu metallizzata, con due ragazze sul sedile posteriore, che sembravano estremamente divertite.
«Sofia, ecco i soliti stronzi della Milano bene che si fanno beffa delle trans durante il loro “puttan tour”», gridai rivolta alla comitiva.
Voltandomi, notai che Sofia era silenziosa: sembrava osservare quella scena da chissà dove.
Salimmo in macchina, poi la vidi improvvisamente risvegliarsi, accendersi una slim, sistemarsi lo scialle sulle spalle.
Poi sussurrò: «Basta».
Accesa la macchina, puntò dritta sul proprietario della Porsche, che non era ancora salito in auto.
In quei pochi secondi, che durarono un’eternità, vidi l’espressione di tutti mutare da divertita a terrorizzata, poi sentii gridare.

Trattenni il fiato e mi coprii gli occhi.
Un gran botto e poi via, a tutta velocità!
Tolte le mani dalla faccia, mi voltai: il ragazzo si era letteralmente buttato all’interno della Porsche e noi
avevamo centrato lo sportello, fracassandolo.
Trascorso il tempo necessario per realizzare che nulla di grave era accaduto e per riprenderci dallo shock, mentre sgommavamo a tutta velocità, ritrovai lo sguardo di Sofia. Spalancammo gli occhi, e quella che seguì fu la risata più soddisfatta di due giovani trans che la Milano notturna avesse mai ascoltato.”

Estratto da “Storie di ragazze XY” di Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

Vladimir Luxuria contro Asia Argento: una riflessione su transfobia e misoginia

In merito allo scontro fra #Vladimir Luxuria e #AsiaArgento alla trasmissione “Carta Bianca” su Raitre, vi ripropongo un mio breve articolo uscito ad ottobre – in tempi non sospetti – sul caso #Weinstein, per SinistraxMilano.

“Il caso di Asia Argento ci racconta, ancora una volta, della misoginia che tutte e tutti introiettiamo fin dalla culla.
Nessuno pare salvarsi da questo condizionamento, a partire dalle tante donne, famose e non, che in questi giorni hanno espresso pubblicamente la loro riprovazione nei confronti dell’attrice, divenendo esse stesse agenti che veicolano un sentimento misogino.
Asia Argento sarebbe colpevole di aver assecondato il potente produttore statunitense Weinstein e di aver denunciato troppo tardi le molestie subite – hanno detto e scritto molte – aggiungendo che ad ogni donna nella vita professionale la molestia può capitare e che sarebbe sufficiente dire di no per proteggersi e uscirne “pulite”.
Insomma, ancora una volta si prende di mira il comportamento della vittima e la si colpevolizza, lasciando intatto un sistema patriarcale e maschilista che rende lecito lo scambio fra una prestazione sessuale e un avanzamento di carriera e dividendo le donne fra “brave” e “cattive ragazze”.
Un divide et impera che da sempre ostacola l’affermazione delle donne nel mondo del lavoro come nelle istituzioni e che finisce col penalizzare tutte quante.
Usciremo mai dal circolo vizioso che ci vede troppo spesso schierate le une contro le altre?”

Non condivido la posizione di Vladimir Luxuria e sto con Asia Argento, senza se e senza ma, e contro ogni #misoginia, inclusa quella interiorizzata di molte donne, #cisgender e anche transgender.

Al tempo stesso ritengo che le tante persone, e fra queste anche alcune #femministe, che – attraverso i social – stanno attaccando Vladimir in queste ore non tanto sulle idee che ha espresso, quanto sulla sua condizione di donna #transgender (la loro “posizione” – spacciata come elevato esercizio di pensiero – è, più o meno, la seguente, da me riformulata in parole più semplici, peraltro citando l’amica Laura Caruso, maestra d’ironia:
“Vladimir Luxuria si è espressa così perché non è una VERA donna, perché – gratta gratta – sempre un uomo rimane”) stiano sfruttando il caso mediatico per dare libero sfogo alla loro #transfobia.
Anche questo è molto sbagliato, e anche questa è una forma di #violenza inaccettabile.

Vladimir ha espresso la stessa opinione che moltissime donne cisgender (ahinoi!) hanno espresso in questi mesi, solo che nel suo caso si attacca la sua identità e non le sue idee, e questo anche è aberrante.

Dovremmo tutti imparare a dare maggiore importanza a ciò che viene detto e non a chi lo dice, valutando le idee prima delle persone.

Sul sedicente “femminismo” TERF (Trans-exclusionary radical feminism)

“Il Trans-exclusionary radical feminism” (o TERF) è un sottogruppo minoritario e radicale del femminismo (ribadiamolo: è solo una parte del femminismo radicale) caratterizzato da transfobia, soprattutto trans-misoginia. Queste persone ritengono che le uniche “vere” donne siano quelle nate con vagina e cromosomi XX, supportando l’essenzialismo di genere.

Nel 2015, Elinor Burkett, giornalista americana, produttrice ed ex docente dell’Università del Maryland, attaccò Caitlyn Jenner, donna transgender, ex campione olimpico di decathlon, che aveva rilasciato un intervista per Vanity Fair dopo il suo coming out, con un articolo dal titolo “Donne e uomini hanno lo stesso cervello?”.

Successivamente Dame Jenni Murray, giornalista inglese della BBC, ha pubblicato un articolo per il Sunday Times Magazine, dal titolo: “Siate trans, siate orgogliose, ma non chiamatevi una donna ‘vera’”.

Fu poi la volta di Germaine Greer, scrittrice australiana, che è stata pesantemente contestata alla giornata internazionale della donna a Brighton per aver animato una retorica trans-escludente

Queste sono soltanto tre delle pensatrici sedicenti femministe che stanno promuovendo un messaggio dispregiativo e discriminatorio rivolto alle donne transgender in tutto il mondo, messaggio che è arrivato anche in Italia.

Nell’agosto 2017, Arcilesbica Nazionale ha condiviso un articolo intitolato: “I Am a Woman. You Are a Trans Woman. And That Distinction Matters.”, scatenando l’indignazione di buona parte del Movimento per i diritti LGBT italiano.

Occorrerà portare avanti in Italia, e con decisione, una nuova battaglia politica e culturale, come del resto sta già succedendo negli Stati Uniti, dove la questione dei bagni che le persone transgender dovrebbero utilizzare è già da tempo nell’agenda politica, con l’amministrazione Trump impegnata già da tempo nel promuovere un nuovo apartheid.

La legge 164/82 ha sancito il diritto legale delle persone transessuali e transgender a vedere riconosciuto legalmente il genere d’elezione senza alcuna distinzione con le persone cisgender: oggi una donna transgender, a seguito dell’iter di transizione, ha infatti diritto alla rettificazione anagrafica del sesso ed è considerata una donna a tutti gli effetti di legge.

Questi diritto potrebbe, un giorno, venire messo in discussione, mettendo in pericolo la nostra libertà e le conquiste fatte fino ad oggi. Non dimentichiamo che la storia contemporanea ci insegna che gli estremismi e le ideologie di parti anche avverse – e penso alle posizioni sulla transessualità espresse da un certo attivismo cattolico estremista che va dalle Sentinelle in Piedi e al movimento Pro Vita – finiscono spesso con l’essere coincidenti.

Diceva Lohana Berkins, attivista trans argentina:

Siamo traditrici del patriarcato, e questo spesso ci costa la vita. (…). Il patriarcato ci punisce perché rinneghiamo i privilegi della dominazione che ci conferiscono i genitali con cui nasciamo. (…) Questa violenza è la conseguenza di un’altra, quella sociale, e ci viene inflitta perché osiamo sfidare il compito che ci è stato assegnato che ci dice cosa dobbiamo essere e fare. A differenza di gay e lesbiche, le persone trans* non hanno scelta in quanto a visibilità.”

Adinolfi attacca Alessia Cinquegrana e la dignità delle persone transgender

Riferendosi al matrimonio di Alessia Cinquegrana – donna transgender che nei giorni scorsi ha sposato il suo compagno con una cerimonia pubblica e destinata a passare alla storia per il clamore mediatico che ha suscitato – Mario Adinolfi, sempre in affanno e alla spasmodica ricerca di visibilità, ha dichiarato di “stare” con quei genitori che allontanano i figli transgender dalla famiglia.

Nel leggere di questa dichiarazione, ho certo provato rabbia, collera e indignazione.

Ma, più di tutto, ho provato schifo.

È una parola che non uso mai in relazione a persone, ma questa volta non la risparmio.

Non posso – e non voglio! – fare a meno di pensare a tutte quelle persone trans che oggi non ci sono più perché morte ammazzate, perché suicide, perché isolate, perché colpevolemente dimenticate… e altrettanto colpevolmente abbandonate e lasciate in pericolo.

A quelle cacciate di casa ancora adolescenti, a quelle morte ammazzate e poi ancora straziate persino nella memoria da giornalisti senza alcuna pietà nè rispetto, a quelle suicide.

A quelle che non ce la fanno, perché è ancora molto dura, e perché non tutt* sono così forti.

A quelle conosciute di persona e a quelle mai incontrate ma di cui sono venuta a sapere in anni di militanza. Tante, tante…

Anime, non più persone – ahimè! – che, nella stragrande maggioranza dei casi, avevano una cosa in comune: una famiglia che non è stata in grado di accoglierle, di sostenerle, di proteggerle e comprenderle.

Speculare sulle vite e sui dolori altrui per un mero ritorno di visibilità e per il clamore mediatico, oltre ad essere davvero meschino e imperdonabile, è pericoloso.
È davvero questa la parola di Dio che tanto invocano questi strenui difensori della morale? Una parola che istiga all’odio e divide le famiglie, che isola, che uccide? Esiste ancora il senso del limite e della vergogna?

Qualcuno, nel portarmi il suo punto di vista, mi ha fatto notare che, criticando Adinolfi, noi attivisti LGBT italiani faremmo il suo gioco, perché gli daremmo la visibilità che disperatamente ricerca.

Non sono d’accordo con questa affermazione, per quanto mi piacerebbe: magari Adinolfi vivesse soltanto dell’indignazione delle persone LGBT!
Purtroppo la sua vera forza sta nel sostegno di chi, ormai tacitamente perché oggi non è più politicamente corretto dichiararlo, lo appoggia.
E sono ancora tanti, non illudiamoci troppo del contrario. Il fatto che gli omofobi siano più silenziosi non significa che non esistano più e che non siano maggioranza. Una maggioranza che può sempre risvegliarsi…
Guardiamo indietro, alla nostra Storia: i diritti si conquistano con decenni di battaglie, ma è un attimo retrocedere. Per questo è importante continuare a indignarsi e non abbassare MAI la guardia.

Giornata internazionale della memoria transgender a Milano

Il Transgender Day of Remembrance (Giornata della Memoria Transgender) o TDOR ricorre il 20 novembre di ogni anno per ricordare e commemorare le vittime dell’odio e del pregiudizio transfobico.
L’evento venne introdotto da Gwendolyn Ann Smith in ricordo di Rita Hester, il cui assassinio nel 1998 diede avvio al progetto web “Remembering Our Dead” e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco. Da allora l’evento è cresciuto fino a comprendere commemorazioni in centinaia di città in tutto il mondo (per maggiori informazioni potete visitare il sito dedicato alla giornata: http://tdor.info/).
A Milano, presso la Casa dei Diritti, in occasione del diciottesimo TDOR, il Circolo culturale TBGL Harvey Milk organizzerà un dibattito sul tema della transfobia, al quale seguirà un candlelight in ricordo delle vittime, venerdì 18 novembre alle 21.

Voglio ringraziare Massimo d’Aquino, uomo transgender, scrittore e attivista.
Massimo sarà relatore all’evento che, come Circolo Harvey Milk, organizzeremo in occasione del Transgender Day Of Remembrance (Giornata internazionale della memoria trasngender), venerdì 18 novembre alle 21 alla Casa dei diritti di Milano.
Insieme a noi anche Martina Manfrin, giornalista, che ci parlerà del suicidio di Melanie, donna transgender che si è tolta la vita lo scorso luglio nel carcere Sollicciano di Firenze.
Vi aspettiamo numerose e numerosi per ricordare e commemorare le vittime.
Aiutateci a sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto a questo silenzioso massacro, affinché le conseguenze dell’odio transfobico escano finalmente dall’ombra e dalla clandestinità in cui per decenni sono state relegate, e trovino spazio nel pubblico dibattito.
Pagina evento: https://www.facebook.com/events/1138086732934046/

Donne transgender in Turchia: una terribile testimonianza sulle loro condizioni di vita

Donne transgender in Turchia, intervistate dopo la morte di Hande Kader, l’attivista LGBT ritrovata morta a Istanbul.

“My existence, my self-existence, is a target.
I am a walking, open and unguarded target.”

La mia esistenza, la mia stessa esistenza, è un bersaglio.
Io sono un bersaglio che cammina, scoperto e non protetto.