Bambini e minori transgender: la storia di Jazz Jennings

Il mio articolo, dedicato a Jazz Jennings e al tema dei minori transgender, per gli amici di PRIDE (www.prideonline.it), tornati nella versione online (visitate il sito, merita davvero).
Un ringraziamento a Frank Semenzi, Marco Albertini e a tutta la redazione, fra i pochissimi ad avermi concretamente sostenuto negli anni con la promozione dei miei libri, ad maiora!

Per leggere l’articolo, cliccate su questo link: https://www.prideonline.it/2017/10/29/all-that-jazz/

Donne che odiano le trans

I miei auguri quest’anno vanno a tutte le donne che odiano le trans.
Un augurio alle femministe che vorrebbero escludere le donne trans dagli spazi delle donne.
Un augurio a quelle che ci deridono, tacciandoci di superficialità, per il selfie in più (hanno mai pensato queste donne che forse, dietro al selfie, c’è un’altra donna che è riuscita ad amare la sua immagine dopo anni di dolore, sangue e sacrifici?) e a quelle che ci condannano perchè ameremmo, da stereotipo, essere truccate e iperfemminili (e allora?).
Un augurio a quelle che detestano quella nostra femminilità che si traduce, ogni giorno, in favolosità. Sì, favolosità! La favolosità di una battaglia portata avanti 365 giorni all’anno per poter semplicemente essere noi stesse, contro barriere e pregiudizi.
Un grande augurio a quelle che che insultano e disprezzano i nostri corpi e le nostre vite semplicemente perché ci temono. Ricordate, ragazze: la paura, come l’Amore, ha un odore, e noi lo sentiamo.
Un augurio a quelle che scrivono insulti anonimi e pieni di disprezzo senza avere il coraggio di rivelarsi, che hackerano siti, che mettono in giro menzogne e falsità: sappiate che, lungi dall’intimidire, questi comportamenti rafforzano la determininazione nel continuare a battagliare (e a denunciare, se necessario).

Qual è il mio augurio a queste donne per l’anno che verrà? Di riuscire a farsi una vita ed essere felici e favolose.
E, più di tutto, di capire che il nemico non sono le donne trans. Ragazze, il nemico si chiama patriarcato e noi ne siamo le prime nemiche e traditrici. Che il nuovo anno possa regalarvi questa consapevolezza e invogliarvi a cercare un dialogo con chi, pur avendo una storia diversa dalla vostra, condivide la vostra stessa oppressione.

 

 

 

Alcuni estratti dal mio ultimo libro Gender R- Evolution per Ugo Mursia editore.

 

 

Non mi si fraintenda: ho cambiato felicemente la mia fisicità e rivendico ogni singolo cambiamento che ho, in piena coscienza, operato sul mio corpo.
Modificare il mio corpo ha migliorato notevolmente la qualità della mia vita intima prima che sociale, del mio percepirmi e relazionarmi a me, andando a sanare un disagio che non mi avrebbe permesso di vivere.
Chi sostiene che i nostri percorsi di autodeterminazione siano il risultato di un inconscio desiderio di omologazione sociale o di chissà quale indecifrabile
influenza, oltre a delegittimare la nostra autodeterminazione, di fatto ci sovradetermina, facendo una vera e propria violenza sulle nostre vite. Questa idea di noi, molto pericolosa per la nostra libertà e per le conquiste fatte fino ad oggi, è trasversale (del resto, la storia contemporanea ci insegna che gli estremismi e le ideologie di parti anche avverse,  finiscono con l’essere coincidenti) poiché rinvenibile sia in un certo attivismo cattolico estremista – penso alle Sentinelle in Piedi e al movimento Pro Vita – sia in un certo femminismo accademico, radicale e fortunatamente minoritario,
definito TERF (Trans Exclusionary Exclusionary Radical Feminism).

[…]

Vale la pena di ribadire, e con forza, che chi fra noi ha deciso di cambiare il corpo, ha davvero voluto quei cambiamenti, eccome se li abbiamo voluti! In
molti casi desiderati disperatamente e all’inverosimile per tutta una vita. Per questo abbiamo rivendicato e chiesto a gran voce il diritto alla piena autodeterminazione dei nostri corpi, portando a casa le nostre vittorie
nel corso dei decenni, ultime delle quali due storiche sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale.
Ma, e questo è un aspetto importantissimo, ognuno di noi si è preso la libertà di fare a suo modo e di decidere del suo corpo come più gli aggrada: ogni essere umano dovrebbe poter decidere del suo corpo in piena autonomia, è un diritto universale e deve valere anche per le persone transessuali, transgender e di genere non conforme, con buona pace dei tanti uomini
di scienza, fede e di legge che vorrebbero decidere dei e sui nostri corpi. Del resto, quello della volontà di controllo dei corpi e della lotta per l’autodeterminazione sono temi trasversali fra soggettività, esperienze e battaglie, basti pensare alle donne e al diritto all’interruzione di gravidanza o al tema dell’eutanasia e del fine vita: tanti sono i ponti da costruire o, quantomeno, rafforzare, se vogliamo che le
cose cambino davvero.”

[…]

Nel corso della mia vita ho sentito molte persone transessuali e transgender dire: «Se solo potessi, rinascerei nel corpo giusto».
Comprendo queste sorelle e fratelli che – sia chiaro – hanno tutto il mio affetto e rispetto.
Tuttavia io, nell’andare avanti, maturo sempre più la consapevolezza che, se anche avessi quella possibilità, non cambierei un solo giorno della mia storia e non rinuncerei a un momento di quelli che ho vissuto, per quanto possano essere stati duri e, a volte, al limite della sopportazione.
Sceglierei nuovamente la vita che ho vissuto fino ad oggi.
Qualcuno penserà che sono una masochista, e lo posso comprendere. Del resto, soprattutto a causa della narrazione mainstream delle nostre vite fatta nei salotti televisivi negli ultimi anni – dove la realtà viene reinterpretata e semplificata a colpi di «prima e dopo», suggestioni di collodiana memoria («Ora sono una donna vera!»), uso e abuso del verbo «diventare» e l’immancabile spruzzatina di pietismo cristiano ad accompagnare il caso umano del giorno – molti pensano al nostro cammino come a una sorta di via crucis senza luce, un’esperienza quasi mistica e vagamente espiatoria, ed è buffo come i richiami al sacro spesso si sprechino nelle narrazioni che altri fanno di noi, in tempi di caccia alle streghe e agli ideologi del gender.

Oggi considero la condizione transgender come un dono, e non posso che ringraziare le mie compagne di viaggio che mi hanno portato a questa consapevolezza, spingendomi a rievocare quegli anni Novanta in cui per me il viaggio chiamato transizione cominciava.
Un viaggio che ha riguardato il mio corpo solo in minima parte, perché la parte più importante è quella avvenuta nella testa, nel cuore e attorno a me.
Avere una vita e un punto di vista divergente mi ha portato a vedere e vivere esperienze davvero speciali e alla portata di pochi, sperimentando l’ebbrezza e la gioia di vedere oltre, essendone felice.
Molti di noi, nell’universo della non conformità, hanno visto nel dualismo dei generi «uomo e donna» una convenzione sociale da superare e rivendicato l’esistenza di altre possibilità, vissuti, espressioni, corpi. Il nostro vissuto ha connotato il nostro essere e non può essere buttato via, non vogliamo liberarci di un’esperienza che ci rende fieri e orgogliosi.
Oggi posso dire che mai rinuncerei al mio corpo –un corpo autodeterminato e in fuga dalla rigidità della Norma che più volte ho citato in questo mio memoir – per quanto trovare il mio equilibrio possa essere
stato faticoso e abbia richiesto anni e sangue.
[…] Il racconto della bellezza dei nostri cammini, della nostra felicità e dell’orgoglio nell’essere ciò che siamo – e non di ciò che dovremmo essere e a cui dovremmo tendere – fatica a trovare spazio nell’immaginario
collettivo.
Iris Marion Young definì «imperialismo culturale» quella forma di oppressione sulla quale già i movimenti delle donne e dei neri hanno posto l’attenzione, che «comporta l’universalizzazione dell’esperienza e della cultura di un gruppo dominante, le quali vengono così accreditate come la norma». I gruppi minoritari sono così vittime di stereotipi che li inchiodano
al corpo e a caratteristiche fisiche e i loro componenti finiscono così per essere ingabbiati nel proprio corpo, corpo che il discorso dominante concettualizza negativamente. Nel caso delle persone transgender tale corporeità consiste, ad esempio, in una genitalità differente, così come anche in una corporeità e immagine esteticamente «altra» determinata da quei connotati fisici che cultura dominante definisce «grotteschi», «ambigui», «inquietanti» o semplicemente «brutti». Ecco spiegato perché occorre
coraggio per arrivare a rivendicare pubblicamente e al di fuori delle oasi associative e di movimento che «Trans Is Beautiful!», come in anni recenti ha fatto l’attrice e attivista Laverne Cox.
Liberare, nutrire ed esprimere l’orgoglio e la fierezza per i nostri corpi liberati e per i nostri vissuti differenti, è stata, è – e sarà! – un’azione culturale e politica potente e sovversiva della Norma, e richiederà determinazione, coraggio e la volontà di essere comunità.
Giusto insomma è stato ed è rivendicare l’uguaglianza, ma non dimentichiamo di difendere la nostra differenza: i nostri sono corpi di cui rivendichiamo la diversità e il loro possibile mutamento può e deve continuare ad essere un adeguamento al nostro personale e intimo sentire, non ad aspettative esterne a noi.

Al Festival Mix di Milano tre film sull’identità di genere

Come componente della giuria dei lungometraggi della trentaduesima edizione del Festival MIX Milano, sto visionando in queste ore i film che verranno proiettati fino a domenica presso il Piccolo Teatro Milano
Vi anticipo che la rassegna di quest’anno è davvero di alto livello e vi invito a non perdere le proiezioni.
In particolare, mi fa molto piacere segnalare che quest’anno verranno proiettati ben tre film che affrontano il tema dell’identità di genere – “Freak Show”, “Marylin” e “Venus” – che meritano di essere visti.
Ora ritorno a guardare e scribacchiare
Ci vediamo in queste sere al Piccolo!

Quando scoprii l’orgoglio – Estratto da “Storie di ragazze XY”

“Ci fu una volta in cui, arrivata alla fine di una discesa in un sentiero, mi accorsi troppo tardi della loro presenza. Mi avevano già visto da lontano ed era troppo tardi per tornare indietro: non avevo scelta.
Percorsi la stradina sterrata, che era strettissima, sentendo le loro risate già da lontano.
Passo dopo passo, mi sentivo persa.
Quando gli arrivai quasi di fronte, improvvisamente, scese il silenzio. Erano lì, tutti e sei, a pochi centimetri da me: le gambe mi tremavano.
Mi osservavano, due di loro con la bocca semiaperta, scrutandomi come si fa con un buffo animale esotico in qualche zoo.
Sentivo i loro occhi sulle mani, sulle gambe, sul collo; non riuscivo a respirare e temevo che quel momento non finisse mai.
Appena me li lasciai alle spalle, un boato improvviso di voci cavernose scoppiò in una risata collettiva. Seguirono versi, parolacce, grugniti lanciati verso la mia schiena.
Il cielo era grigio e di lì a poco avrebbe iniziato a piovere.
Doveva essere bellissimo, pensai, immergersi nel mare accarezzati dalla pioggia. Così rividi per un momento il sorriso di Ottavio.

Poco dopo mi resi conto di essere ferma, le mie gambe mi avevano tradito e la mia bocca stava per fare la stessa cosa. Mi girai, puntando il mio sguardo dritto verso il capo di quel branco. Improvvisamente mi sentivo benissimo.

«Bocca di rosa, che cazzo hai da guardare? Si è arrabbiata!».
Riuscivo a sentire il rumore del mare e a sorridere.
«Chiudi quella bocca, tenerla aperta come una
presa d’aria ti fa sembrare ancora più stupido.»

Si guardarono l’uno con l’altro, tradendo incredulità. Nessuno aveva più voglia di ridere.
Quando vidi i loro sguardi spingersi oltre a noi per vedere che non ci fosse nessun altro, capii di essere in pericolo.
La mia fu una corsa spasmodica ma inutile. Sentii la maglietta che mia nonna mi aveva regalato strapparsi e mi ritrovai a terra. il primo calcio fu quello che mi fece più male, sentii l’aria che avevo nella pancia uscirmi dalla bocca. Cercai di proteggermi chiudendomi a conca con i gomiti e le ginocchia,
così mi rimisero in piedi. sentii l’orecchio destro fischiare
fortissimo dopo uno schiaffo dato male. Provai a dire qualcosa, ancora oggi non so perché, ma l’unica parola che mi uscì fu un biascicato «No».
Un pugno nella bocca mi rese muta. Sentivo il sapore del mio sangue mentre lo deglutivo per non soffocare, cercando di tenermi in equilibrio con le braccia.
«Che cosa sei, una ballerina?»
Lo sguardo del loro capo era pieno di un odio disperato
che allora non potevo comprendere.

[…]

Pestata, malconcia e dolorante, avrei avuto tutte le ragioni per sentirmi triste quell’estate. Invece mi sentivo bene e solo anni dopo ne avrei compreso il motivo: per la prima volta in vita mia avevo avuto la forza di reagire, di alzare la testa, di tentare di difendermi da qualcuno che voleva farmi del male.
Avevo rischiato grosso con quei brutti ceffi, ma ne era valsa la pena.
Non ero più una vittima inerme alla mercé di chiunque incrociasse i miei passi. il silenzio e la vergogna non mi avrebbero mai più reso complice di chi quotidianamente mi mortificava, spegnendomi poco a poco. Potevo smettere di avercela con me stessa e uscire a testa alta: avevo scoperto l’orgoglio.”

Estratto da “Storie di ragazze XY” di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, Milano, 2015.

Vite diurne oltre la strada

“All’interno del Festival Abbracciamondo 2017, equAnime, una delle cinque associazioni promotrici del Brescia Pride, vi invita all’incontro:
VITE DIURNE OLTRE LA STRADA – INCONTRO CON MONICA ROMANO

L’immaginario collettivo lega al concetto di identità transgender quello della strada, dando vita ad un binomio socialmente e culturalmente diffuso. Questo immaginario ha contribuito alla discriminazione delle persone transgender nel mondo del lavoro e fuori da esso. L’esclusione e la marginalizzazione nel lavoro verranno analizzate alla luce delle tipologie discriminatorie presenti nella letteratura, dimostrando come l’esperienza transgender risulti essere un fattore ancora oggi limitante rispetto al diritto di accesso e di mantenimento del lavoro, poiché è proprio nei contesti lavorativi che si riconosce la maggiore vulnerabilità alle discriminazioni.
L’incontro sarà tenuto dalla Dott.ssa Monica Romano, donna transgender e attivista per i diritti LGBTI.”
#TransRights #TransPride #TransWork
#Lavoro #Transgender #Brescia

Facebook apre alla “gender variance”

Articolo pubblicato sulla rivista di cultura LGBT “Il Simposio”.

Facebook ha recentemente introdotto la possibilità per i suoi iscritti di andare oltre la dicotomia maschio/femmina, consentendo la scelta fra più di cinquanta opzioni di genere. Questa variazione ha interessato, all’inizio del 2014, l’utenza statunitense, raggiungendo 159 milioni di persone, per poi arrivare anche a quella italiana nel giro di qualche mese.

Alla sezione “sesso” delle informazioni che possono essere rese pubbliche, l’utente Facebook trova ora, oltre alle due opzioni “maschio” e “femmina” relative al mero dato biologico, una terza possibilità, l’opzione “personalizzata”, che permette di accedere ad una pluralità di definizioni. Tali definizioni trovano la loro origine nell’ambito dei gender studies, che hanno definito “gender variance”(variabilità di genere) l’attitudine del genere sessuale a manifestarsi in una pluralità di sfumature.

Quasi la metà delle opzioni disponibili è dedicata ai percorsi di adeguamento di genere.

Eccezion fatta per “MTF” (Male to Female, da maschio a femmina) ed “FTM” (Female to Male, da femmina a maschio), tutte comprendono il prefisso “trans”, riferendosi quindi ad un attraversamento, ad un passaggio fra i generi. Troviamo così, accanto alle definizioni più generiche e conosciute come “trans”, “transessuale”, “transgender” e “persona trans*”, voci più specifiche, che rivelano la direzione del percorso di adeguamento intrapreso, come “donna transgender” e “uomo transgender”, o il sesso biologico della persona in transizione, come “trans maschio” e “trans femmina” (di utilizzo piuttosto improbabile, se pensiamo al disagio che il dato biologico, e quindi anche una definizione che lo richiama, può comportare per una persona transgender).

Abbiamo poi un nutrito gruppo di definizioni accomunate dal prefisso “cis”, che assume un significato opposto a quello di “trans”. “Cisgender” è infatti la persona che non vive una discrepanza fra sesso biologico, ruolo di genere e identità di genere. Troviamo anche ulteriori specificazioni di “cisgender”, come “cis maschio”, “cis femmina”, “cis uomo”, “cis donna”, “femmina cisgender”, “maschio cisgender”, “uomo cisgender” e “donna cisgender”. Tali definizioni, affiancandosi a “maschio” e “femmina”, rendono plurali e sfaccettate due connotazioni identitarie da sempre considerate assolute, di fatto relativizzando le identità tradizionali e la loro portata concettuale.

Non manca poi un gruppo di opzioni che potremmo definire di avanguardia antibinaria, nate dalla volontà di decostruzione del dogma binario dei generi. “Agender”, “androgino”, “bigender”, “genere fluido”, “genere non conforme”, “gender questioning” (tradotto in italiano con “in esplorazione”), “gender variant”, “genderqueer”, “pangender”, “neutro”, “nessuno”, “non binario”.

Due definizioni, infine, trovano la loro origine nella storia e nell’antropologia: “two spirit”, derivante da quelle culture native indiane che prevedevano l’esistenza di generi alternativi a quelli tradizionali, ed il partenopeo “femmininiello”.

Le maggiori associazioni LGBT italiane hanno accolto positivamente la decisione del management di Facebook, ma non sono mancate le voci fuori dal coro nel movimento. In particolare, è stato messo l’accento sul sovrabbondante e pletorico numero di definizioni disponibili, che avrebbero l’effetto di disorientare la maggioranza degli utenti che non ha una cultura sul tema dell’identità di genere. Critico anche Giovanni Dall’Orto, attivista storico del movimento gay italiano, che ha definito la decisione di Facebook un ipocrita “diversivo” che distoglierebbe il dibattito pubblico dai problemi reali, nello specifico una legge sull’omofobia o sul matrimonio fra persone dello stesso sesso (mi sono ripromessa di rivolgere due domande al sig. Dall’Orto, alla prima occasione: 1) Perchè il management di una corporation statunitense dovrebbe in qualche modo supplire a quelle che sono carenze della legislazione italiana, di competenza del Parlamento italiano? 2) In che modo una variazione che introduce una pluralità di identità di genere toglierebbe qualcosa a gay e lesbiche? Ricordo che le 50 opzioni sono tutte sfumature identitarie, non orientamenti sessuali, e il loro impatto riguarda semmai le persone transgender o di genere non conforme).

Una buona risposta alle critiche sollevate può essere ricercata nelle parole di Brielle Harrison, ingegnere software di Facebook che ha lavorato al progetto e che ha intrapreso il percorso di adeguamento MTF:

«Per molte persone queste modifiche non significheranno nulla ma, per i pochi su cui avremo un impatto, questi cambiamenti significano tutto. Troppo spesso ai transgender come me viene offerta solo una scelta binaria, vale a dire scegliere fra essere uomo o donna. Qual è il tuo sesso? E spesso la situazione è disarmante perché nessuna delle opzioni offerte dice agli altri chi siamo veramente. Queste modifiche cambiano quell’aspetto, e per la prima volta potrò andare su Facebook e dire alle persone che so qual è il mio genere.»

Da non sottovalutare infine l’impatto che questa variazione avrà sulle persone cisgender. Il semplice fatto che gli iscritti al social network più seguito nel mondo, nel rendere pubblica l’informazione relativa al loro genere, visualizzeranno un lungo elenco di opzioni possibili, è un indubbio elemento di rilievo, soprattutto considerando la familiarità che i giovanissimi, nativi digitali, hanno con i social media.

Il canone eteroimitativo, l’orgoglio e la riconoscibilità LGBT*

Articolo pubblicato sul primo numero della rivista di cultura LGBT* ” Il Simposio” 

Non diresti mai che è gay!”, “Non ha certo l’aspetto della lesbica“, “Non avrei mai detto che è trans!”.

Queste affermazioni sono piuttosto ricorrenti quando si parla di gay, lesbiche e trans. Normalmente chi le pronuncia intende esprimersi positivamente sulla persona a cui si riferisce, volendo fare un apprezzamento, ed affermando, il più delle volte in modo inconsapevole, che:

Lui/lei è gay/lesbica/trans, ma questo non è problema, perché non si vede”.

Il discrimine fra l’essere persone LGBT* “in” o “out” starebbe dunque oggi nella visibilità, nella riconoscibilità per la strada, e le nuove generazioni LGBT*, i giovanissimi, introiettano questo canone estetico e comportamentale, che potremmo definire “eteroimitativo” o di “eterosomiglianza”.  Sarebbe dunque “in” il gay che si rende indistinguibile da un uomo eterosessuale grazie ad un atteggiamento virile,  o la lesbica abbastanza femminile da poter sembrare una donna eterosessuale. Questo dogma regola peraltro anche il grado di accettabilità sociale delle persone transgender, imponendo il “passing“:  le donne trans sono infatti “in” se ‘passano’ per donne genetiche (possibilmente belle, eterosessuali, sorridenti, e con la taglia 42),  e gli uomini trans se ‘passano’ per maschi genetici. Il percorso di transizione sarebbe dunque riuscito quando  cancella quelle caratteristiche che rendono la persona trans* riconoscibile (“Però, è uscit* bene!”). Il modello estetico e comportamentale che va oggi per la maggiore fra le giovani persone T* è quindi quello volto al raggiungimernto della modalità “stealth”, termine mutuato dal linguaggio militare che identifica gli aerei invisibili ai radar, e ora anche le persona transgender che, non dichiarandosi, si mimetizzano nella società.

Il canone eteroimitativo condiziona anche la subcultura LGBT*, rendendo “out” le lesbiche maschili e/o butch, i gay femminili, le trans e i trans riconoscibili in quanti tali. Costoro, i ‘trasgressori di genere’, oltre ad essere i bersagli più facili nella vita di tutti i giorni per la loro immediata riconoscibilità, subendo in misura maggiore il bullismo a scuola, il mobbing nel lavoro, una probabilità maggiore di subire aggressioni e molestie verbali per la strada, sono spesso marginalizzati anche all’interno della comunità LGBT*, colpevoli di non aver adeguato la loro apparenza ai dettami di una legge non scritta che ci vorrebbe tutti uguali agli eterosessuali.

I trasgressori di genere finiscono così con l’introiettare un senso di disvalore generato sì dalla società eterosessista e genderista, ma anche tristemente riconfermato ed alimentato da una subcultura LGBT* che riproduce valori omotransfobici e figli del binarismo di genere.

Il canone di eterosomiglianza si fa peraltro sempre più incisivo man mano che la società civile apre alle nostre istanze, accettando un po’ di più quelli che fra noi sembrano ‘meno diversi’, e rafforzando il discrimine e la distanza fra LGBT* perbene da un lato e ‘cattive ragazze’ dall’altro.

Ma il nostro benessere e  la nostra qualità di vita non dovrebbero passare anche da un sano orgoglio per quelle peculiarità che ci rendono “divers*”, bell’aggettivo ormai soppresso dal lessico politically correct, rispetto al paradigma di genere e sessuale dominante? Quando uguaglianza nei diritti e pari opportunità sociali sono diventati sinonimo  di appiattimento, o peggio ancora, adeguamento delle nostre caratteristiche? Non dovremmo trasmettere la fierezza per le nostre differenze, anche e soprattutto quelle visibili, ai giovanissimi LGBT*, dando loro risorse e strumenti utili a riscattarsi da una cultura che è peraltro sempre più massificante e nemica delle differenze? Non dovremmo ricordare loro che ad essere maggiormente stigmatizzati nella nostra comunità sono proprio quelli che furono la punta di diamante di quel gruppo che, ormai più di quarant’anni fa, diede il via ai moti di Stonewall, e che la grande Sylvia Rivera non perdeva occasione per ricordare che “la scintilla della rivoluzione l’abbiamo cominciata noi checche, travestiti e puttane”?

Al Circolo “Harvey Milk” di Milano partono i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati all’ identità di genere (rivolti a persone transgender, ma non solo)

Presso il Circolo Harvey Milk Milano, partiranno i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati all’identità di genere, rivolti a persone transessuali MTF ed FTM e transgender, ma non solo: saranno infatti aperti a tutte le persone che desiderino portare il proprio gender, a qualsiasi punto del proprio percorso di autodeterminazione esse siano.
Per maggiori informazioni e per partecipare, scrivere a: transgender@milkmilano.com o visitare la pagina dedicata ai gruppi sul sito dell’associazione Harvey Milk Milano.
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Un gruppo di auto mutuo aiuto è un gruppo composto da persone accomunate da una situazione di disagio o da un comune percorso di ricerca. Tale disagio viene affrontato ed elaborato in prima persona attraverso il confronto, la condivisione e lo scambio di informazioni, emozioni, esperienze e problemi. Nel gruppo di auto mutuo aiuto si ascolta e si è ascoltati , senza pregiudizi, in un clima armonioso in cui si scoprono e si potenziano le proprie risorse interiori. Tale gruppo si autogestisce seguendo un sistema condiviso di obiettivi, regole, valori, e mira a incrementare il benessere psicologico di tutti i membri. I gruppi AMA – Identità di genere si prefiggono lo scopo di creare, attraverso il contributo di ciascun componente, un ambiente all’interno del quale condividere riflessioni ed esperienze di vita con persone che hanno in comune un percorso di ricerca. Lo spirito dei gruppi AMA consiste nell’affrontare insieme un percorso di crescita, mettendo a disposizione del gruppo problematiche e soluzioni personali, accettando ed offrendo supporto e solidarietà reciproca. All’interno del gruppo troveranno spazio ed accoglienza percorsi transessuali e transgender*, ma non solo. Il gruppo è infatti concepito come spazio di confronto sull’identità di genere a 360° e sarà aperto a tutte le persone che desiderino portare il proprio gender, a qualsiasi punto del proprio percorso di autodeterminazione esse siano. I gruppi prevedono la presenza di un facilitatore/trice formato. Il suo ruolo è quello di agevolare il lavoro del gruppo facilitando lo scambio  al suo interno,  nonchè di essere garante delle regole di partecipazione.