Presentazione di “Storie di ragazze XY” in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia

È con grande piacere che annuncio che oggi – in occasione della Giornata Internazionale con l’omofobia, la bifobia e la transfobia – presenterò il mio libro “Storie di ragazze XY” ad un evento organnizzato con il Dipartimento di filosofia dell’Università degli Studi di Milano.
Con me il professor Stefano Simonetta, Sandro Zucchi e Valeria Rosini di UAAR Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.
Ci vediamo alle 18:30 alla Libreria Colibrì in via del Laghetto (vicino alla Statale).

Evento in Università Statale dedicato all’identità di genere

Venerdì 5 maggio vi aspetto all’Università Statale con la bellissima (e brava) Cristina Bugatty – attrice, conduttrice televisiva e indimenticabile concorrente di Pechino Express – e gli amici di Gay Statale, che ringrazio per il bell’invito e per il loro impegno.
Parleremo di persone transgender nel mondo del lavoro e di variabilità di genere.

 

Presentazione di “Trans. Storie di ragazze XY” alla Casa delle Donne di Milano

Mercoledì 22 giugno alle 19:30 alla Casa delle Donne di Milano.
Vi aspettiamo!
“In occasione della Pride Week*, la settimana di eventi in preparazione alla parata del 25 giugno, il gruppo Lesbiche in Casa e tutta la Casa delle Donne di Milano, aprono le porte a un confronto sul tema con la presentazione del libro Trans – Storie di ragazze XY di Monica Romano, ed. Mursia.
L’incontro con l’autrice, una donna transgender lesbica e milanese, attivista del movimento per i diritti delle persone LGBTI, ci offrirà l’occasione di affrontare tanti temi di cui molto si parla, ma poco si sa.
Dopo la presentazione, fermati con noi per un apericena vegano e vegetariano rainbow nel nuovissimo Spazio da Vivere – Casa delle Donne di Milano!”

Conferenza all’Università Bocconi: “Unordinary Women”

Il 9 marzo sono stata relatrice all’Università Bocconi con le bravissime Sabrina Bianchetti e Sara Luciani per l’evento informativo “Unordinary women: femminilità non ordinarie”.
Tre esperienze, tre diversi vissuti si sono integrati alla letteratura sulla variabilità di genere e queer, dando vita a tre diversi interventi.
I temi: donne transgender e cittadinanza, crossdressing e gender variance.
L’evento è stato organizzato dal collettivo studenti B.E.S.T. e dal Circolo TBGL Harvey Milk Milano ed è stato un successo, aula piena!

Il mio sentito ringraziamento va agli studenti dell’Università Bocconi che si sono impegnati nella realizzazione e alla mia associazione, il Circolo TBGL Harvey Milk per questa bellissima esperienza.

Tre esperienze, tre diversi vissuti integrati alla letteratura sulla variabilità di genere e queer, hanno dato vita a tre diversi interventi.
I temi affrontati: donne transgender e cittadinanza, crossdressing e gender variance.
Un ringraziamento speciale alle altre due bravissime relatrici Andrea Sabrina Bianchetti e Sara Luciani.
Grazie a Matteo Di Maio, ad Arianna e a tutti coloro che hanno lavorato all’evento rendendolo possibile e qualitativamente, mi sento di dirlo, notevole. Complimenti ragazzi!

31 marzo – Giornata Internazionale della Visibilità Transgender

Articolo pubblicato sulla rivista di cultura LGBT “Il Simposio”

La Giornata Internazionale della Visibilità Transgender (International Transgender Day of Visibility) promossa a partire dal 2009 dalla militante Rachel Crandall (Michigan), ricorre il 31 marzo. Durante questa giornata, conosciuta soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra e ancora molto poco in Italia, celebriamo la visibilità delle persone transgender nella società.

Il senso di questa celebrazione può essere efficacemente reso utilizzando le parole di Laverne Cox, attrice transgender americana:

It is revolutionary for any trans person to choose to be seen and visible in a world that tells us we should not exist.” (In un mondo che dice che noi non dovremmo esistere, per ogni persona trans è rivoluzionario scegliere di essere visibile). La scelta della parola “revolutionary” non sembra ardita se consideriamo un sistema culturale occidentale moderno che riconosce e legittima soltanto due generi, “uomo” e “donna”. Per i dissidenti di genere esistono solo due alternative possibili: l’adeguamento al dogma binario1, o la marginalizzazione. O ci adeguiamo ad essere “donne e uomini a tutti gli effetti”, espressione che ricorre spesso nella dinamica discorsiva associata alla condizione trans, aderendo il più possibile a ciò che l’immaginario collettivo pretende da noi, o siamo esclusi, stigmatizzati e spinti verso la morte sociale. Ricordiamo che, fino a pochissimo tempo fa (solo recentemente, a più di trent’anni dall’approvazione della legge 164/82, diverse sentenze hanno riconosciuto la riattribuzione anagrafica a persone transgender in assenza di interventi demolitivi agli organi sessuali primari. Un orientamento ufficializzato e rafforzato da recentissime sentenze della Corte di Cassazione  e della Corte Costituzionale), la prassi giurisprudenziale ha fatto sì che una persona trasgender italiana che volesse ottenere un documento conforme alla sua identità reale, unico lasciapassare per l’esercizio di un pieno diritto di cittadinanza, a partire dall’esercizio del diritto al lavoro, dovesse obbligatoriamente sottoporsi ad una vera e propria “sterilizzazione forzata”. Solo chi aveva rimosso le gonadi (ghiandole sessuali), mettendosi nella definitiva impossibilità di procreare, vedeva riconosciuti i suoi diritti civili. La pressione che subiamo verso l’omologazione è costante e violenta. “Sei un uomo/una donna a tutti gli effetti ormai”, ci sentiamo dire con paternalistica approvazione, ma solo quando soddisfiamo completamente le aspettative sociali, pagando l’obolo di interventi chirurgici demolitivi e ricostruttivi sui nostri organi genitali e smettendo di rivendicare il nostro percorso, la nostra identità T*, negando una parte di noi.

In questo quadro, la rivendicazione di una visibilità transgender, se non addirittura di un orgoglio, è sovversiva, liberante e rivoluzionaria sul piano sociale e culturale, oltre che salvifica sul piano personale. Poter finalmente dire: “Sono una persona transgender e rivendico la mia visibilità” significa permetterci di esistere al di fuori dello schema binario, di legittimarci, di amarci.

Un amore verso noi stess* che, portato nel mondo, assume una valenza culturale e politica. E’ anzitutto amando noi stess* per quello che siamo e non per ciò che la società ci impone di essere, che mettiamo in discussione e relativizziamo l’ordine binario, sovvertendo gli stereotipi ricevuti. Un processo, quello della relativizzazione della visione assoluta, limitata e limitante di un mondo a due colori, che riveste una grande importanza per ogni persona transgender. Una persona trans* che ha fatto un lavoro su di sé (un esempio è la vecchia ma sempre validissima “autocoscienza”) per uscire dalle logiche di “adeguamento” e sposare quelle di “affermazione”, non accetterà di sottoporsi ad interventi chirurgici o trattamenti ormonali non desiderati, non cadrà nella trappola del “passing” 2, prenderà posizione e si difenderà dagli episodi di transfobia, difenderà la sua dignità. Vivrà, insomma, una vita migliore.

Ben venga quindi la “Giornata internazionale della visibilità transgender” che, a differenza del 20 novembre, “Transgender Day Of Remembrance” (Giornata della Memoria Transgender), giorno in cui commemoriamo le vitttime di odio transfobico, ci offre l’occasione per sorridere, festeggiare, affermarci con fierezza.

1 Chi non si riconosce nel sesso di nascita ha come unica alternativa il passaggio al sesso opposto, come in Italia prevede la legge 164/82, “Norme in materia di retticazione di attribuzione di sesso”.

2 La convinzione secondo la quale solo la donna o l’uomo transgender che “passino”/”sembrino” donne biologicamente femmine o uomini biologicamente maschi, possibilmente aderenti ai correnti canoni estetici di bellezza e desiderabilità, siano davvero “riusciti”, “venuti bene”. Questa convinzione porta molte persone transgender a sottoporsi ad importanti interventi chirurgici, spesso dannosi per la salute, di chirurgia ricostruttiva. Il fine è la piena “mimetizzazione” nella società, o “modalità stealth”, espressione importata dal linguaggio bellico, che indica gli aerei capaci di rendersi invisibili ai radar.

Presentazione di “Storie di ragazze XY” a Milano

Milano, 20 febbraio, ore 18:30, presso il teatro Filodrammatici.
Interverranno:
  • Matteo B. Bianchi, scrittore, editor e autore tv.
  • Massimo D’Aquino, scrittore e attivista per i diritti LGBTI, autore del libro “Camminavo rasente i muri (autobiografia tascabile di un transessuale).”
  • Paola Morello, attrice e professionista milanese, donna e madre.

Modera l’incontro:

  • Marco Albertini per la rivista “Pride”.

Il libro è disponbile in tutte le librerie (Rizzoli, Lirus, Feltrinelli, Ibs, Amazon e in tutte le librerie online).

«I ragazzi della mia età spesso venivano a chiedermi a quale metà del cielo appartenessi. C’erano i maschi, c’erano le femmine, e c’ero io. Poteva essere questa la risposta? Non nel mondo in cui vivevo

«Sei maschio o femmina?» È il 1986 quando Ilenia si sente fare per la prima volta questa domanda. Al momento non sa cosa rispondere, non vuole essere diversa, è e basta. La ricerca di una vera risposta la accompagnerà lungo tutto il cammino attraverso l’adolescenza e verso l’età adulta. Il suo è il viaggio travagliato di una ragazza che sembra avere per la società e per i benpensanti un’unica meta, la prostituzione. Ma Ilenia è una persona che non si arrende e scompiglia fin da subito le carte del destino: nonostante bullismo, discriminazione, violenze fisiche e verbali, si laurea, trova un lavoro e un amore inaspettato, quello per una donna.
Le paure, le battaglie, le ferite, i traguardi di una giovane trans, che come tante altre ragazze XY, lotta per una vita serena e autentica, verso la libertà di genere e il pieno diritto di cittadinanza per le persone transgender nella società civile.

Pagina evento

Pagina Facebook dedicata al libro

 

Il Circolo Harvey Milk Milano arriva nelle scuole

Martedì 13 gennaio, con Alessandro Rizzo e Leonardo Meda (vicepresidente e consigliere del Milk) siamo stati ospiti degli studenti del Liceo Scientifico Statale “Vittorio Veneto”, che ci hanno chiesto, tramite Michele, rappresentante degli studenti in consiglio d’istituto, di intervenire nell’ambito di una cogestione.

In aula più di settanta studenti, più tre professori di area umanistica.

I nostri interventi hanno riguardato la storia del movimento LGBT, la legislazione italiana ed internazionale e la battaglia per i diritti civili, la bisessualità, il transgender e le tematiche di identità di genere, il tema della discriminazione nel lavoro delle persone transgender, il tema della depatologicizzazione dell’omosessualità e della depsichiatrizzazione della condizione trans.

A sorprendermi in modo molto positivo sono state soprattutto le reazioni dei ragazzi: attenti, interessati, portatori di quesiti intelligenti e ragionati, visibilmente contenti della nostra presenza.

Uscita dall’istituto, ho sentito la grande soddisfazione derivante dal poter interagire e dialogare con una platea di giovani, con il nostro futuro. Un’esperienza che come associazione ripeteremo quanto prima in altri istituti scolastici, e che sono sicura sarà solo l’inizio di un percorso di lavoro e sensibilizzazione nelle scuole.

Ecco il link all’articolo scritto da Alessandro Rizzo per il blog dell’associazione: http://www.milkmilano.com/?p=5761.

Sedicesimo Transgender Day of Remembrance (Giornata della Memoria Transgender)

Il prossimo 20 novembre, in occasione del sedicesimo TDOR – “Transgender Day of Remembrance (Giornata della Memoria Transgender), in tutto il mondo la comunità LGBT commemorerà le vittime dell’odio e del pregiudizio transfobico, e la nostra associazione, il Circolo culturale “Harvey Milk” Milano, organizzerà una veglia commemorativa con il patrocinio del Comune di Sesto San Giovanni e l’adesione della Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni (Giovedì 20 novembre alle 21, in via Dante  6, presso la Biblioteca Civica di Sesto San Giovanni, sala “Carlo Talamicci”).

Insieme leggeremo i nomi delle vittime, ricorderemo le circostanze della loro morte, accenderemo una candela in memoria di coloro che hanno pagato con la vita l’espressione della propria identità di genere. Seguiranno la proiezione di un cortometraggio sulla realtà transgender in Italia e un momento di confronto e dibattito sul tema della transfobia, al quale interverranno:

Ogni anno, ad ogni veglia, ci auguriamo di non doverci rivedere il 20 novembre dell’anno successivo, di non dover ricordare ed onorare altre sorelle e fratelli vittime dell’odio transfobico. Dovremo invece incontrarci ancora una volta, per pronunciare e ricordare ad alta voce ben 79 nomi, vite, storie. Tante sono infatti le vittime segnalate al sito ufficiale del TDOR (http://tdor.info/). Un numero che sottostima significativamente il totale degli omicidi di persone trans nel mondo, poiché fotografa soltanto quelli segnalati dalle cronache e registrati dalle associazioni (in ancora molte parti del mondo, pensiamo a quei paesi che considerano illegale la condizione transgender, gli omicidi di persone trans non vengono segnalati, né tantomeno registrati), oltre a non tenere conto dei suicidi causati dallo stigma e dall’emarginazione sociale (diversi studi hanno dimostrato che la popolazione transgender è fra le più esposte al rischio di suicidio).

Ricorderemo e commemoreremo anche i nomi di donne che non hanno avuto giustizia e i cui assassini sono ancora a piede libero, come Emanuela di Cesare, brutalmente massacrata il 23 Aprile del 2007 a Pescara, o Andrea Quintero, la trans colombiana trovata morta la notte tra il 28 e il 29 luglio del 2013 sul binario 10 della stazione Termini di Roma, uccisa a bastonate.

Emanuela Di Cesare

Emanuela Di Cesare

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Il 20 novembre porta con sé, da ormai sedici anni, la cronaca di una violenza sistematica a cui la popolazione transgender è esposta. Le persone trans vivono infatti nella consapevolezza di dover temere aggressioni cieche ed ingiustificate contro la loro persona, che hanno il solo scopo di danneggiare, umiliare o annientare. I gesti riconducibili a questa forme di violenza non vengono normalmente considerati come casi di ingiustizia sociale, ma come atti riconducibili a singoli individui particolari, perlopiù fanatici, devianti o squilibrati. Quest’interpretazione è però pericolosa e fuorviante, poiché non dà conto di quanto il contesto sociale di contorno li renda possibili o addirittura accettabili. Ciò che rende la violenza un fenomeno di ingiustizia sociale, e non semplicemente un’infrazione individuale alla morale ed alla legalità, è il suo carattere sistemico, il suo essere di fatto pratica sociale.

La violenza è quindi sistemica, perchè diretta agli appartenenti ad un gruppo sociale per il solo fatto che vi appartengano. Così come ogni donna ha motivo di temere lo stupro ed ogni nero la discriminazione, ogni persona transgender vive sapendo di essere un bersaglio di possibili aggressioni o molestie.

Questo tipo di violenza si può quasi considerare legittimata e tacitamente tollerata a livello sociale. Emblematico di questa tacita legittimazione e speculare delle convinzioni implicite nel tessuto sociale è l’ atteggiamento dei media, ovvero il modo in cui gestiscono notizie riconducibili a persone transgender. La violenza, l’omicidio di persone trans è infatti accompagnata da un omertoso silenzio nelle società occidentali, eccezion fatta per qualche trafiletto di cronaca nera che riporta, senza denunciare si badi, ma solo registrando, una fredda e distaccata (non può esservi eccessivo cordoglio per l’omicidio di una persona transgender) descrizione degli eventi in cui solitamente si evidenziano dettagli morbosi. E’ così considerato normale che una ragazza trans venga uccisa a causa della sua differenza, ancor più se straniera, ancor più se proveniente da un paese latino, a maggior ragione se dedita alla prostituzione: in quella gerarchia sociale che il cordoglio o la sua negazione mettono drammaticamente in evidenza, essa è destinata ad occupare l’ultimo posto.

Ritenendo che l’organizzazione di eventi aperti al pubblico in occasione del TDOR possa favorire la sensibilizzazione della cittadinanza sulle tematiche relative all’identità di genere e alla transofobia, ci prepariamo alla prossima veglia, augurandoci di tutto cuore di non doverne vivere altre.

Il pensiero transgender e il suo contributo ai “gender studies”

29 Giugno 2014 – Spazio A – Evento Milano Pride Week 2014

Intervento pubblico in occasione dell’evento Generati non creati. Come siamo finite in una situazione del genere?, organizzato e promosso dalle associazioni Milk Milano, Arcilesbica Zami Milano, Arcobaleni in marcia e con la collaborazione di Teodoro Scorcia.

 

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Sono qui per parlarvi del contributo che le persone transgender hanno dato in termini di teorizzazione e prospettive ai gender studies. Qual è stata e qual è la riflessione delle persone trans su questi temi, che cosa hanno scritto e pubblicato in merito? Qual’è la letteratura di riferimento?

Nel farlo mi soffermerò sull’Italia, seguendo un’ordine cronologico che ci permetta anche di storicizzare queste elaborazioni, cercando di ricostruire la dinamica discorsiva interna alla nostra comunità degli ultimi quarant’anni, partendo dall’approvazione della legge 164/82, che allora legalizzò l’iter di transizione, e che ancora oggi norma i nostri percorsi.

Consideriamo anzitutto che negli ultimi anni abbiamo deciso di abbandonare gradualmente il termine “transessuale”. Questo termine fu infatti coniato da un discorso scientifico che tutt’oggi che ci ingabbia nella patologia. Infatti, se da un lato accogliamo come un successo il fatto che la quinta edizione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi in tutto il mondo, noto anche come DSM o “bibbia della psichiatria”, pubblicata in Italia quest’anno, sottolinei finalmente come la non conformità di genere non sia un disturbo mentale in sé, gettando importanti presupposti per la depsichiatrizzazione della nostra condizione, dall’altro è comunque un fatto che, fintanto che non riusciremo a far depennare la nostra condizione dalla Classificazione Internazionale delle Malattie come fu per l’omosessualità il 17 maggio del 1990 (il famoso ICD dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che sarà aggiornato nel 2016), non conquisteremo il diritto all’autodeterminazione.

Abbiamo abbandonato gradualmente il termine “transessuale” anche perchè semanticamente inappropriato, con quell’idea di mero passaggio da un sesso ad un altro che di fatto esclude ed annulla tutte le sfumature e le peculitarità dei nostri percorsi.

Ora utilizziamo la parola “transgender”, che ha un’origine politica, che nasce in ambito LGBT, che è cosa nostra, e che, nella sua accezione originaria, si basa sull’idea che la totalità dell’esistente non sia riconducibile ad una logica binaria e duale.

Ora, una precisazione sulla legge 164/82: sono grata a quelle signore che nel 1979, peraltro l’anno in cui sono nata, hanno protestato e si sono presentate a seno nudo in una piscina di Milano, arrivando a farsi arrestare perché lo Stato riconoscesse l’esistenza delle persone trans con una legge.

Ma dobbiamo riconoscere che questa è una legge squisitmanente transessuale e affatto transgender, nell’accezione cui facevo riferimento poc’anzi, ed è stata soprattutto la prassi applicativa di questa legge negli ultimi quarant’anni a darne prova conducendo all’inserimento coatto di ogni forma di differenza rispetto alla concezione binaria dei generi all’interno del binomio maschio-femmina e a danno del riconoscimento della figura della persona trans* come soggetto di diritti.

Quindi, qualsiasi elaborazione sul tema non può prescindere dall’inquadramento della nostra condizione nella patologia e da una legge molto binaria (maschio/femmina).

Richiamando il titolo di questo nostro evento così bello e importante, potremmo chiederci: come siamo finiti in una situazione del genere?

Nella nostra ricerca di risposte a questa domanda possiamo fare anzitutto riferimento alla letteratura storica- antropologica, che ha evidenziato come l’occidentalizzazione e la modernizzazione abbiano di fatto determinato il tramonto della variabilità di genere come opzione identitaria dell’essere umano culturalmente riconosciuta, delegittimando quelle culture anche millenarie che invece ne incoraggiavano l’esistenza. Il rigido binarismo dei generi promosso dalle religioni monoteistiche, dall’avvento del capitalismo e dall’affermazione del positivismo è divenuto il paradigma dominante, bollando come “devianti” le espressioni identitarie che non rientrano nella dicotomia maschile/femminile.

Ci può venire poi in aiuto una delle più grandi figure del Novecento filosofico: Michel Foucault, che definì “sguardo normalizzatore” quella visione della ragione scientifica moderna che ha portato alla concettualizzazione di alcuni gruppi come diversi, in contrapposizione alla rispettabilità di altri gruppi definiti soggetti neutri, messa in atto dalla cultura scientifica, estetica e morale dell’Ottocento e del primo Novecento. Questa concettualizzazione ha fatto sì che, a partire dal XIX secolo, nelle società giudaiche, cristiane e islamiche, la naturale “variabilità di genere” dell’essere umano sia stata inquadrata come patologia.

Altro importante strumento della scatola di attrezzi foucaultiana è la sua analisi della genesi di un “discorso di rimando” da parte di omosessuali (e transessuali) a questo inquadramento nella patologia, di come il poter “parlare di sè” abbia permesso alle persone omosessuali e trans di rispondere ad un discorso che li definiva perversi e devianti rispetto ad una norma.

Qual è stato quindi il discorso di rimando delle persone trans ad un discorso scientifico e ad un sistema culturale e valoriale che le ha bollate come devianti e patologiche?

Tornando all’Italia, nel corso degli anni ’90 vengono pubblicati tre importanti saggi di donne transgender che hanno inciso sul nostro pensiero e su tutta l’elaborazione successiva:

  • nel 1995 Castelvecchi pubblica“Dal cybersex al transgender: tecnologie, identità e politiche di liberazione ” di Helena Velena;

  • nel 1997 arriva “L’apartheid del sesso. Manifesto per le nuove libertà di genere” di Martine Rothblatt, pubblicato dal Saggiatore con una bella prefazione di Maria Nadotti;

  • nel 2000 la casa editrice “Il dito e la luna” pubblica “Transessualismo e transgender” di Diana Nardacchione, una delle esponenti più autorevoli dell’intellighentia transgender, che oggi abbiamo l’onore di avere qui.

Sono tre testi che nella comunità trans italiana, e non solo, girarono tantissimo all’epoca e contribuirono a formare molti militanti del movimento, furono veri e propri “must” per chi volesse intraprendere un percorso politico.

Tre saggi assolutamente eretici rispetto al dogma binario e di inquadramento nella patologia, di cui ora andrò a parlarvi, spendendo anche qualche parola sulle donne, tutte curiosamente transgender lesbiche, che li hanno scritti.

Helena Velena è una cantante, attivista nel movimento punk fin dagli anni ‘70 e scrittrice italiana.Ormai credo che pochi ricordino che Helena fu di fatto la prima ad importare in Italia le discussioni sul transgender con la sua pubblicazione “Dal cybersex al transgender”. Helena, nella sua elaborazione, parte da Internet, e più in generale dal cyberspazio, definendoli importanti strumenti che permettono sperimentare la propria identità di genere e la propria volontà di uscire fuori da una logica sessuale binaria, dando la possibilità di creare un laboratorio virtuale dove si sperimentano nuovi modi di essere e di interagire socialmente, per poi arrivare al transgender.

Secondo l’autrice, è importante ricordare che se la parola transgender spesso finisce per sovrapporsi con “transessuale”, non va comunque considerata ne come sinonimo “politicamente corretto”, ne come indicatore di persona transessuale “non riconvertita genitalmente”, ma piuttosto, e qui cito testualmente,

la presa di coscienza vissuta direttamente e quindi direttamente rivendicata dell’insostenibilita’ sociopolitica della fissita’ identitaria, sia su basi biologiche che culturali. Ne risulta pero’ conseguente che una buona parte della sistemizzazione del pensiero transgender va in direzione del confitto aperto con il “trattamento” da parte della classe medica e della psichiatria ma anche psicoterapia (ormai) ufficiale, delle persone transessuali. E nello specifico contro la logica del “percorso di adeguamento” agli stereotipi, ma anche alle forme espressive tipiche, per necessita’ di integrazione sociale, dettato dalla visione binaria del gender, proponendo piuttosto un adeguamento della societa’ alla comprensione dei meccanismi della libera espressione desiderante del se. Transgender e’ quindi la consapevolezza della rivoluzionarieta’ dell’autolegittimazione di qualunque risultante, sia di pattern che identitaria, interpretata in chiave di critica situazionista e opposta ali dettami della logica binaria.”.

Secondo Helena Velena l’identità di una persona è determinata da tre variabili: il sex, il gender, e la preferenza sessuale. L’autrice rifiuta la parola “orientamento”, negando l’accezione deterministica di questo termine; sceglie invece “preferenza” per mettere, l’accento sulla mutabilità degli orientamenti sessuali, che sarebbero quindi dinamici, non fissi e determinati. Dimostrando la non binarieta’ di questi tre piani, se ne ricava una infinita’ possibile di combinazioni inascrivibile alla fissita’ dei comportamenti di gender definiti come obbligatoriamente corrispondenti al sesso biologico, perche’ necessari alla struttura patriarcale e giudaico-cristiana.

Martine Rothblatt è una donna transgender statunitense, avvocato, oggi presidente del consiglio di amministrazione di una delle più importanti società nel campo delle biotecnologie, (“United Therapeutics Corporation”). Rothblatt è di recente salita agli onori delle cronache per essere una delle dirigenti donne più pagata d’America.

La tesi che Rothblatt sostiene nel suo “L’apartheid del sesso”, è quella dell’esistenza di un continuum di tipologie sessuali che vanno dal “molto maschile” al “molto femminile”, e che tra i due estremi vi sia una varietà potenzialmente infinita di generi che contempla un ampio arcobaleno di possibilità androgine. L’autrice arriva ad affermare che, se al mondo ci sono sette miliardi di persone, esistono anche sette miliardi di irripetibili identità sessuali.

Rothblatt intende dimostrarci che non esiste alcuna caratteristica socialmente significativa che definisca l’umanità in due gruppi assoluti, uomini e donne, e che, rispetto al ruolo che ciascuno di noi ricopre nella società, i genitali sono irrilevanti tanto quanto il colore della pelle. Di conseguenza, la divisione legale degli individui in maschi e femmine non è meno sbagliata della divisione in neri e bianchi.

Secondo Rothblatt, la tesi della continuità sessuale costituisce una seria minaccia per la struttura di potere governata dagli uomini: se non esistono tipologie sessuali nette e distinte, ne consegue che non possa più esservi apartheid sessuale, né un potere attribuito per nascita.

L’unità a livello sessuale avrà per l’umanità conseguenze più decisive di qualunque altra rivoluzione sociale. La divisione degli esseri umani in due sessi è infatti il più resistente e il più rigidamente conservato degli stereotipi sociali. In futuro, schedare gli individui alla nascite come ‘maschi’ o ‘femmine, sarà giudicato iniquo quanto l’ormai obsoleta pratica sudafricana di stampare ‘nero’ o ‘bianco’ sui documenti d’identità”.

Martine Rothblatt spiega come le differenze genitali, ormonali, cromosomiche e perfino la fertilita’ non siano caratteristiche sufficenti a giustificare una netta divisione binaria, e invoca una lotta di liberazione del gender parallela a quella contro l’apartheid razziale.
Secondo Rothblatt, la fine dell’apartheid sessuale porterà alla libertà di genere.

Diana Nardacchione è una psicologa, nonche una delle più auteroli esponenti dell’intellighentia transgender in Italia.

Nel suo saggio “Transessualismo e transgender”, Nardacchione afferma che:

il maschile e il femminile sono stereotipi culturali ai quali nella storia sarebbe stato attribuito erroneamente il rango di identità biologiche. Il considerare gli stereotipi sessuali come fenomeni congenito/biologici, attribuisce loro apparentemente le caratteristiche di immutabilità e impermeabilità ad ogni tentativo di manipolazione esterna. Nel nostro immaginario culturale i due sessi vengono rappresentati sul piano del simbolico come “opposti”, ma sarebbero in gran parte statisticamente coincidenti. Non esisterebbero quindi caratteristiche comportamentali esclusive di uno dei due sessi”.

Esiste secondo me un filo rosso che collega le elaborazioni di Helena Velena, Martine Rothblatt e Diana Nardacchione, un denominatore comune che potremmo ascrivere ad un pensiero antibinario e volto alle decostruzione del dualismo di genere.

I tre testi di cui vi ho parlato hanno secondo me aperto una breccia nella quale successivamente si sono sviluppate le elaborazioni altre pensatrici, come Mirella Izzo con il suo “Oltre le gabbie dei generi. Manifesto Pangender” pubblicato dal Gruppo Abele nel 2012, che potremmo definire un importante testo post-transgender. In questo manifesto infatti si parla di identità di genere, ma in un’ottica pangender, universale, formulando un’invito a prendere coscienza del fatto che concetti come “uomo”, “donna”, “omosessuale”, “transgender” sono solo rigide classificazioni, gabbie che ci imprigionano costringendoci ad assomigliare a concetti che esistono solo a livello di cultura e pensiero.

Arriviamo infine al contributo delle nuove generazioni di attivisti transgender, nativi digitali che ci offrono nuove elaborazioni  che più che nella letteratura, troviamo ormai in blog e social networks. Portatori di nuove e rivoluzionare visioni dell’idea di autodeterminazione rispetto all’identità di genere, queste “nuove leve” sperimentano percorsi innovativi, spesso condividendo queste esperienze in tempo reale. Quella variabilità di genere che le “vecchie guardie” avevano solo postulato, restando il più delle volte su un piano squisitamente teorico, trova finalmente riscontro sul piano pratico, con la messa in discussione dei percorsi “canonici” MtF (Male to Female) ed FtM (Female to Male), criticati per l’impostazione binaria e medicalizzata, e la concreta messa in atto di percorsi di autodeterminazione rispetto al gender che esulino da terapie ormonali, interventi chirurgici e logiche di adeguamento al binarismo dei generi culturalmente prevalente.

Io voglio concludere e salutarvi con queste parole che Diana scrisse qualche anno fa nella prefazione ad una mia pubblicazione:

È una rivoluzione quella che incombe sull’umanità in relazione alla sessualità. L’illusione che esistano una ‘normalità’ e una ‘diversità’ è condivisa tanto dai normali, che per nulla vogliono rinunciare alle apparenti e rassicuranti certezze, quanto dai diversi, che sono preoccupati dal rischio di perdere anche i modesti vantaggi che derivano dalla condizione di tolleranza. I ‘normali’ cercano di misurare la diversità più in termini qualitativi che quantitativi, per sancirne la distanza come incolmabile. I ‘diversi’ cercano di giustificarsi e continuano a proclamarsi innocui. La difesa di questa ideologia era facile quando i ‘normali’ erano istruiti, potenti e benestanti e i ‘diversi’ erano illetterati, impotenti e poveri. Oppure tacevano. Ora anche i ‘diversi’ leggono, studiano, scrivono. Le loro idee circolano e quando esse incontrano l’ideologia corrente insinuano dubbi e minano certezze. Le idee dei diversi fanno paura e faranno sempre più paura finché non riusciranno a rassicurare anche i normali.