Presentazione del libro “Diurna. La transessualità come oggetto di discriminazione”

Sabato 23 marzo 2019 alle 18:30 presso Il Guado – Via Soperga 36

Evento Facebook

Sarà presente l’autrice Monica J. Romano.
Presenta e modera Nathan Bonnì.
Intervengono Rosaria Guacci, Silvia Molè e Laura Caruso.

In una stagione che vede i movimenti LGBT e femministi attraversati e animati da accesi confronti su temi sensibili e divisivi (pensiamo in particolare a GPA, sex working e genitorialità), le persone transgender risultano troppo spesso essere oggetto di (spesso disinformate) discussioni in atto ma (quasi) mai soggetti ascoltati che esprimono e definiscono uno sguardo sul mondo.
Il Circolo culturale Rizzo Lari, da anni promotore a Milano di visioni e comunità sovversive di norme/ teologie e simpaticamente (ma autenticamente) controcorrente, sceglie di ribaltare la prospettiva e di trasformare gli oggetti delle disinformate narrazioni in soggetti narranti, restituendo la parola alle pensatrici e ai pensatori transgender.

Ripartiamo da una delle nostre teoriche, Monica J. Romano, donna transgender e attivista, responsabile del Progetto Identità di Genere e consigliera onoraria dell’associazione e dal suo saggio “Diurna”, pubblicato nel lontano aprile 2008 da un coraggioso piccolo editore milanese.

Nel considerare le cause della marginalizzazione delle persone trans* nella società occidentale, il saggio si sofferma sui temi che seguono, che saranno oggetto della discussione che seguirà la presentazione:

* il fenomeno della discriminazione delle persone transgender nel mondo del lavoro, sia per ciò che concerne la ricerca di un lavoro (la discriminazione all’ingresso del mercato del lavoro), sia per il mantenimento del posto di lavoro (il fenoneno del mobbing);

* il fenomeno della discriminazione presso le agenzie di socializzazione, come la scuola e l’università;

* il distorcimento e l’alterazione della realtà transgender nell’immaginario collettivo ad opera principalmente dei mass media, che per anni hanno promosso un’idea delle persone trans* ad uso e consumo della morbosità di lettori e telespettatori e tralasciato invece, fatte salve rare eccezioni, un’informazione corretta sulle tematiche legate all’identità di genere;

* il binomio “transgender = prostituta” presente nell’immaginario collettivo, le sue origini e le ricadute sulla vita quotidiana delle persone transgender;

* il tema della transfobia e l’elevatissimo tasso di omicidi di persone transgender, soprattutto donne, silenzioso massacro che ogni anno raggiunge numeri impressionanti;

* l’importanza dell’esistenza di associazioni e gruppi transgender dove le persone possano confrontarsi e interagire;

* l’istanza di depsichiatrizzazione della condizione trans*;

* l’elaborazione di una cultura transgender, di nuove visioni e linguaggi, in un’ottica di decostruzione del sistema culturale e di significati binario nel quale siamo immersi;

* la transfobia interiorizzata e la ricerca dell’invisibilità sociale da parte di molte persone transgender;

* l’analisi dell’apporto che ci viene offerto dalla storia e dall’antropologia, di quelle culture anche millenarie che prevedevano generi alternativi al binomio uomo/donna, dell’esistenza quindi di persone e culture “transgender ante litteram”;

* l’elaborazione di un manifesto politico, il “Manifesto per la libertà di genere”, che concludeva il libro auspicando una rivoluzione delle coscienze e, conseguentemente, del sistema sociale e culturale.

“La piccola principe” di Danna: quando il femminismo dogmatico vorrebbe delegittimare il diritto di parola per le persone trans

Il libro La piccola principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione (VandA ePublishing, Milano 2018) di Daniela Danna, ricercatrice in Sociologia generale presso l’Università degli studi di Milano, analizza il fenomeno dell’aumento significativo del numero di persone che – in Paesi come Svezia, Finlandia, Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada – accedono a percorsi di transizione di genere in direzione FtM (Female to Male) durante l’adolescenza. 

La premessa indispensabile a ogni considerazione sul testo di Danna è che nessuno – tantomeno i rappresentanti delle associazioni transgenere e gli attivisti T italiani – intende negare il fenomeno sociale a cui Danna fa riferimento: l’aumento di richieste di accesso ai percorsi di transizione e autodeterminazione FtM da parte di adolescenti e famiglie esiste, è documentato e inizia a essere una realtà anche in Italia.

Cosa, questa, che sanno bene tanto i professionisti (psichiatri, psicologi, endocrinologi, avvocati, giudici) che lavorano a stretto contatto con la realtà transgenere, quanto gli operatori e gli attivisti che da anni lavorano nelle associazioni. Tenendo conto del fatto che in gioco c’è la salute di persone adolescenti, il fenomeno merita certamente attenzione, prudenza, studio e grande cautela.

Il dibattito e il confronto su un tema così delicato necessitano di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche), di una visione non dogmatica, di esperienza diretta e documentata con il fenomeno e con le persone a cui ci riferiamo e di onestà intellettuale. Elementi, questi, che nel saggio di Daniela Danna mancano

L’analisi della sociologa milanese – pur ricca di importanti considerazioni sulle conseguenze della misoginia che tutti, nessuno escluso, abbiamo introiettato – risulta infatti parziale e strumentale. Troppo spesso, inoltre, impone verticalmente, quasi muscolarmente, visioni dogmatiche («Non esistono bambini e adolescenti trans. Esistono bambini e adolescenti effemminati e bambine e adolescenti mascoline» – «Il concetto di ‘cis’ non ha senso»), stereotipate («Invece ci sono donne trans ipercurate, depilate al laser, manierate e seduttive, quindi molto più ‘cis’ di noi lesbiche anche se sono trans!») e oscurantiste («Possiamo solo rappezzare mostri come Frankenstein da pezzi di da pezzi di cadaveri: gli esseri viventi non nascono in laboratorio»).

Dalla lettura di questo saggio deriva l’impressione che i percorsi di transizione degli adolescenti vengano usati come grimaldello per scardinare l‘impianto teorico legittimante la stessa esistenza delle persone T sul piano giuridico, scientifico, sociale: a essere messa in discussione è, infatti, l’identità di genere attraverso la selezione capziosa di dati e ricerche.

Danna riporta in auge l’errata identificazione del fenomeno della variabilità di genere con quello dell’omosessualità, riconoscendo nella misoginia interiorizzata la causa dei percorsi di transizione e autodeterminazione FtM. Ritorna poi – ignorando decenni di studi e letteratura scientifica che avvalorano la tesi che la variabilità di genere non rientra nel novero delle patologie mentali ma, semmai, delle variazioni naturali della concezione comune e binaria dei generi – sulla “questione delle cause”, mettendo all’angolo l’autodeterminazione delle persone T. 

Mette, infine, in dubbio la stessa presa di parola delle persone T e la possibilità per le persone T di definirsi come gruppo sociale che nomina la sua stessa oppressione, cancellando decenni di movimento, di comunità e di subultura transgenere italiana e internazionale. «Questa gran confusione – si legge nel saggio – suggerisce sia meglio buttar via la parolina ‘cis’, e cestinare anche la credenza che chi è cis goda di un privilegio nei confronti di chi è ‘trans’».

Non occorre essere sociologi per sapere che qualsiasi gruppo sociale, qualsiasi minoranza ha avuto e ha bisogno di parole per definire la propria differenza rispetto alla maggioranza: la parola cisgender potrebbestare a transgender come, ad esempio, la parola omosessuale sta a eterosessuale. E, se la parola cisgender non piace a qualcuno, ce ne sono tante altre. Negli anni ’90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, nel gergo della comunità T, utilizzavamo espressioni (spesso con il sorriso sulle labbra) come “donna genetica” o “uomo genetico” per definire chi non era transgenere, o “ragazze XY” o “donne XY” per definire le donne transgenere.

Il linguaggio cambia con i decenni e le generazioni. A non cambiare è il bisogno della comunità T (e di qualsiasi minoranza) di definire se stessa e di significare il mondo con il suo sguardo. Ora è proprio questo nostro bisogno di parlare di noi e per noi che nel saggio di Daniela Danna viene messo in discussione e delegittimato.

Il problema sembra non essere la parola cisgender, ma l’idea che le persone transgenere prendano la parola come gruppo sociale. Cercare di impedire e di frenare l’articolazione di nuovi linguaggi, che nascono dal bisogno di un gruppo di definire la sua oppressione nel sistema sociale, significa promuovere l’idea che il linguaggio delle minoranze e delle subculture vada, in qualche modo, riconosciuto e validato da autorità esterne, controllato, se non censurato

Danna fa, insomma, ciò che il patriarcato fa da sempre con la presa di parola delle donne, prendendo pretestuosamente un tema delicatissimo che per essere affrontato richiederebbe, più di tutto, l’assenza di posizionamenti ideologici

Sull’autodeterminazione – Estratto dal libro “Storie di ragazze XY”

“«Lei è cosciente del fatto che non sarà mai una donna
biologicamente tale?»
La psichiatra dell’ospedale era solita rivolgermi domande di questo tenore.
«Sono transessuale, non interdetta», non era la risposta
accomodante che mi avrebbe aiutato a ottenere l’autorizzazione al trattamento ormonale, ma ormai mi era uscita dalla bocca.
«Lei è mio paziente da ormai un paio di mesi, so benissimo che non le mancano gli strumenti culturali e cognitivi, quindi non sia protervo e ostile. Mi parli invece delle caratteristiche della sua personalità che lei ritiene maschili.»

Detestavo con tutte le mie forze quella donna che si rivolgeva a me dandomi il maschile. Non era forse pagata per capirmi e aiutarmi a stare meglio? Esitai.

«Coraggio, sa che qui non esistono risposte giuste
o sbagliate.»

[…]

Preda della paura, ripensai alla mia prima volta in associazione. Dopo che tutte le ragazze si erano presentate, Dalila, accendendosi una Gitane, ci rivolse una domanda:

«Non trovate curioso che la nostra sia l’unica patologia psichiatrica a essere curata con un cambiamento somatico, del corpo? Mie care, la nostra non è una malattia psichiatrica, sarà derubricata dall’elenco delle patologie entro qualche anno, proprio com’è successo per l’omosessualità.
Voi non siamo malate. Oggi noi non possiamo decidere liberamente dei nostri corpi, ma entro qualche anno le cose cambieranno. Tenetelo a mente durante tutto il vostro iter».

Pensai che, se Dalila aveva ragione, la psichiatra davanti a me era solo la sedicente depositaria di un sapere del tutto presunto sulla mia condizione, che però aveva il potere di sbarrarmi la strada. Dovevo quindi aggirare l’ostacolo, mostrandomi deferente nei suoi confronti, come piace ai medici, ed evitando
lo scontro.

«Sono disordinata e non amo i lavori domestici, questa potrebbe essere una caratteristica maschile»,
dissi mettendo da parte l’intelligenza e accennando un sorriso complice e un po’ ebete.
«inoltre sono consapevole del fatto che non potrò mai partorire un figlio e avere il ciclo mestruale.»
Evitai di aggiungere che le consideravo due benedizioni.

«Lei è cosciente del fatto che sarà oggetto di scherno, vessazioni, discriminazioni, che le sarà difficile trovare un lavoro, un compagno, che potrebbe non avere mai una vita dignitosa? Lo capisce?»

(Grande stronza brutta come la morte, spero che
tutto questo accada a te.)

«Certo, so che il percorso che intraprenderò sarà una strada in salita.»”

Estratto da Trans. Storie di ragazze XY di Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

Quando scoprii l’orgoglio – Estratto da “Storie di ragazze XY”

“Ci fu una volta in cui, arrivata alla fine di una discesa in un sentiero, mi accorsi troppo tardi della loro presenza. Mi avevano già visto da lontano ed era troppo tardi per tornare indietro: non avevo scelta.
Percorsi la stradina sterrata, che era strettissima, sentendo le loro risate già da lontano.
Passo dopo passo, mi sentivo persa.
Quando gli arrivai quasi di fronte, improvvisamente, scese il silenzio. Erano lì, tutti e sei, a pochi centimetri da me: le gambe mi tremavano.
Mi osservavano, due di loro con la bocca semiaperta, scrutandomi come si fa con un buffo animale esotico in qualche zoo.
Sentivo i loro occhi sulle mani, sulle gambe, sul collo; non riuscivo a respirare e temevo che quel momento non finisse mai.
Appena me li lasciai alle spalle, un boato improvviso di voci cavernose scoppiò in una risata collettiva. Seguirono versi, parolacce, grugniti lanciati verso la mia schiena.
Il cielo era grigio e di lì a poco avrebbe iniziato a piovere.
Doveva essere bellissimo, pensai, immergersi nel mare accarezzati dalla pioggia. Così rividi per un momento il sorriso di Ottavio.

Poco dopo mi resi conto di essere ferma, le mie gambe mi avevano tradito e la mia bocca stava per fare la stessa cosa. Mi girai, puntando il mio sguardo dritto verso il capo di quel branco. Improvvisamente mi sentivo benissimo.

«Bocca di rosa, che cazzo hai da guardare? Si è arrabbiata!».
Riuscivo a sentire il rumore del mare e a sorridere.
«Chiudi quella bocca, tenerla aperta come una
presa d’aria ti fa sembrare ancora più stupido.»

Si guardarono l’uno con l’altro, tradendo incredulità. Nessuno aveva più voglia di ridere.
Quando vidi i loro sguardi spingersi oltre a noi per vedere che non ci fosse nessun altro, capii di essere in pericolo.
La mia fu una corsa spasmodica ma inutile. Sentii la maglietta che mia nonna mi aveva regalato strapparsi e mi ritrovai a terra. il primo calcio fu quello che mi fece più male, sentii l’aria che avevo nella pancia uscirmi dalla bocca. Cercai di proteggermi chiudendomi a conca con i gomiti e le ginocchia,
così mi rimisero in piedi. sentii l’orecchio destro fischiare
fortissimo dopo uno schiaffo dato male. Provai a dire qualcosa, ancora oggi non so perché, ma l’unica parola che mi uscì fu un biascicato «No».
Un pugno nella bocca mi rese muta. Sentivo il sapore del mio sangue mentre lo deglutivo per non soffocare, cercando di tenermi in equilibrio con le braccia.
«Che cosa sei, una ballerina?»
Lo sguardo del loro capo era pieno di un odio disperato
che allora non potevo comprendere.

[…]

Pestata, malconcia e dolorante, avrei avuto tutte le ragioni per sentirmi triste quell’estate. Invece mi sentivo bene e solo anni dopo ne avrei compreso il motivo: per la prima volta in vita mia avevo avuto la forza di reagire, di alzare la testa, di tentare di difendermi da qualcuno che voleva farmi del male.
Avevo rischiato grosso con quei brutti ceffi, ma ne era valsa la pena.
Non ero più una vittima inerme alla mercé di chiunque incrociasse i miei passi. il silenzio e la vergogna non mi avrebbero mai più reso complice di chi quotidianamente mi mortificava, spegnendomi poco a poco. Potevo smettere di avercela con me stessa e uscire a testa alta: avevo scoperto l’orgoglio.”

Estratto da “Storie di ragazze XY” di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, Milano, 2015.

Sull’amore fra persone transgender – Estratto da Gender (R)Evolution

Dal mio ultimo libro Gender R- Evolution, la mia storia di un amore, quello per un #uomo #transgender, che ho scelto di chiamare “Mister”. L’amore fra due persone #transgender è una realtà ancora tutta da vivere, raccontare, portare nel nostro immaginario.

“In quella casa nascosta da un uliveto e chiusa per gran parte dell’anno, dove intuivo lo scorrere del tempo attraverso la luce filtrata dalle persiane, la sete di noi si acquietava solo dopo aver fatto toccare alba e tramonto, fra sieste, spuntini, bicchieri di vino e risate di vita e gratitudine. Nel tenermi stretta, nell’afferrarmi, dominarmi e proteggermi, c’era tutta la sua
forza virile, assieme alla totale, quasi devota, attenzione – fisica, mentale e spirituale – al mio piacere. Con lui c’era amore e animalità come con nessun altro e questo lo sapeva bene, volendolo scoprire, orgoglioso, ogni volta come fosse la prima.
Lui su di me, le mie cosce bramanti e avvinghiate alla sua vita, mentre gli accarezzavo la testa e lo chiamavo con gli occhi, quell’esplosione di sensi che gli procuravo con compiaciuta sapienza, erano idillio. Il nostro piccolo sogno di angeli carnali e appassionati era simile a un dipinto prezioso che, in tutti quegli anni, avevamo custodito nel segreto e preservato in ogni modo dalla vita, al riparo dagli altrui sguardi bramanti un effimero sapere.

[…]

Una donna dal viso segnato, avvolta in uno scialle nero di frange e i lunghi capelli argento lasciati sciolti intonava il fado, incantando tutti gli avventori del ristorante. Lisbona ci aveva accolto come di consueto, con i suoi tetti ocra e pastello, il ricordo di imprese marinaresche e quella sua malinconia. Ci eravamo appena congedati da una stradina che profumava di
spezie, e Mister aveva faticato a riprendersi la mia attenzione: mi ero dilettata per tutto il pomeriggio in quei piccoli negozi dove si vendevano stoffe, noci di cocco, film indiani, henné, patate dolci, manghi.
– Sei una donna che non finirà mai di stupirmi, lo sai?
Elegante e classico nella sua giacca in tweed, cravatta in garza a giro inglese e fascia nera al posto della cintura, mi versava del Barca Velha, mentre gli facevo cenno di non esagerare, ricordandogli contenta quanto ci piacesse girovagare e fare i nomadi per città straniere.”

Nuovo gruppo Facebook: “T* LOVES T*”

Questo gruppo nasce con l’intento di offrire uno spazio protetto a quelle persone transessuali e transgender interessate a vivere una relazione sentimentale e sessuale con altre persone T* (MTF + FTM/ FTM + FTM/ MTF + MTF, per fare solo alcuni esempi), o che stanno vivendo una relazione di questo tipo, o che l’abbiano vissuta e sentano il bisogno di confrontarsi su questo tema specifico.
Il gruppo è anche pensato per persone transessuali e transgender gay, lesbiche, bisessuali e pansessuali, che spesso faticano a trovare spazi di confronto a loro dedicati.

Questo spazio è riservato a persone transessuali e transgender:
– che abbiano profili che riportino nome, cognome e una foto del volto;
– che ritengano quella della relazione con un’altra persona T* un’opzione possibile.

Una volta entrat*, è buona regola presentarsi. Nel gruppo sarà ovviamente possibile parlare, oltre che di amore e di sessualità, di qualsiasi altro tema, ma ricordiamo che qui il topic sono le relazioni sentimentali e sessuali, tenendo sempre ben presenti quel rispetto e quel non giudizio che dovrebbero essere alla base di qualsiasi scambio fra persone.

Qui non parliamo di chirurgie, terapie ormonali o passing: i gruppi in cui possiamo farlo sono ormai moltissimi.

Gli interventi offensivi – o anche semplicemente giudicanti – dei vissuti e delle storie altrui saranno immediatamente bannati.

In questo gruppo non è ammessa pubblicità di nessun genere, nemmeno di professionisti e associazioni.

Il gruppo è chiuso e non è consentito fare screenshot o portare fuori cose dette qui.

Gli amministratori non entreranno nel merito dell”accettazione o del rifiuto delle richieste di iscrizione, tantomeno dei ban: questa non è un’associazione, uno spazio pubblico o uno
sportello di ascolto, e certo non può e non deve diventare un lavoro per gli amministratori.

Siamo qui anche noi per svagarci, divertirci e, chissà, trovare il grande amore (si spera!).

Buona permanenza in “T* LOVES T*”.

Link al gruppo: T* LOVES T*

Facebook apre alla “gender variance”

Articolo pubblicato sulla rivista di cultura LGBT “Il Simposio”.

Facebook ha recentemente introdotto la possibilità per i suoi iscritti di andare oltre la dicotomia maschio/femmina, consentendo la scelta fra più di cinquanta opzioni di genere. Questa variazione ha interessato, all’inizio del 2014, l’utenza statunitense, raggiungendo 159 milioni di persone, per poi arrivare anche a quella italiana nel giro di qualche mese.

Alla sezione “sesso” delle informazioni che possono essere rese pubbliche, l’utente Facebook trova ora, oltre alle due opzioni “maschio” e “femmina” relative al mero dato biologico, una terza possibilità, l’opzione “personalizzata”, che permette di accedere ad una pluralità di definizioni. Tali definizioni trovano la loro origine nell’ambito dei gender studies, che hanno definito “gender variance”(variabilità di genere) l’attitudine del genere sessuale a manifestarsi in una pluralità di sfumature.

Quasi la metà delle opzioni disponibili è dedicata ai percorsi di adeguamento di genere.

Eccezion fatta per “MTF” (Male to Female, da maschio a femmina) ed “FTM” (Female to Male, da femmina a maschio), tutte comprendono il prefisso “trans”, riferendosi quindi ad un attraversamento, ad un passaggio fra i generi. Troviamo così, accanto alle definizioni più generiche e conosciute come “trans”, “transessuale”, “transgender” e “persona trans*”, voci più specifiche, che rivelano la direzione del percorso di adeguamento intrapreso, come “donna transgender” e “uomo transgender”, o il sesso biologico della persona in transizione, come “trans maschio” e “trans femmina” (di utilizzo piuttosto improbabile, se pensiamo al disagio che il dato biologico, e quindi anche una definizione che lo richiama, può comportare per una persona transgender).

Abbiamo poi un nutrito gruppo di definizioni accomunate dal prefisso “cis”, che assume un significato opposto a quello di “trans”. “Cisgender” è infatti la persona che non vive una discrepanza fra sesso biologico, ruolo di genere e identità di genere. Troviamo anche ulteriori specificazioni di “cisgender”, come “cis maschio”, “cis femmina”, “cis uomo”, “cis donna”, “femmina cisgender”, “maschio cisgender”, “uomo cisgender” e “donna cisgender”. Tali definizioni, affiancandosi a “maschio” e “femmina”, rendono plurali e sfaccettate due connotazioni identitarie da sempre considerate assolute, di fatto relativizzando le identità tradizionali e la loro portata concettuale.

Non manca poi un gruppo di opzioni che potremmo definire di avanguardia antibinaria, nate dalla volontà di decostruzione del dogma binario dei generi. “Agender”, “androgino”, “bigender”, “genere fluido”, “genere non conforme”, “gender questioning” (tradotto in italiano con “in esplorazione”), “gender variant”, “genderqueer”, “pangender”, “neutro”, “nessuno”, “non binario”.

Due definizioni, infine, trovano la loro origine nella storia e nell’antropologia: “two spirit”, derivante da quelle culture native indiane che prevedevano l’esistenza di generi alternativi a quelli tradizionali, ed il partenopeo “femmininiello”.

Le maggiori associazioni LGBT italiane hanno accolto positivamente la decisione del management di Facebook, ma non sono mancate le voci fuori dal coro nel movimento. In particolare, è stato messo l’accento sul sovrabbondante e pletorico numero di definizioni disponibili, che avrebbero l’effetto di disorientare la maggioranza degli utenti che non ha una cultura sul tema dell’identità di genere. Critico anche Giovanni Dall’Orto, attivista storico del movimento gay italiano, che ha definito la decisione di Facebook un ipocrita “diversivo” che distoglierebbe il dibattito pubblico dai problemi reali, nello specifico una legge sull’omofobia o sul matrimonio fra persone dello stesso sesso (mi sono ripromessa di rivolgere due domande al sig. Dall’Orto, alla prima occasione: 1) Perchè il management di una corporation statunitense dovrebbe in qualche modo supplire a quelle che sono carenze della legislazione italiana, di competenza del Parlamento italiano? 2) In che modo una variazione che introduce una pluralità di identità di genere toglierebbe qualcosa a gay e lesbiche? Ricordo che le 50 opzioni sono tutte sfumature identitarie, non orientamenti sessuali, e il loro impatto riguarda semmai le persone transgender o di genere non conforme).

Una buona risposta alle critiche sollevate può essere ricercata nelle parole di Brielle Harrison, ingegnere software di Facebook che ha lavorato al progetto e che ha intrapreso il percorso di adeguamento MTF:

«Per molte persone queste modifiche non significheranno nulla ma, per i pochi su cui avremo un impatto, questi cambiamenti significano tutto. Troppo spesso ai transgender come me viene offerta solo una scelta binaria, vale a dire scegliere fra essere uomo o donna. Qual è il tuo sesso? E spesso la situazione è disarmante perché nessuna delle opzioni offerte dice agli altri chi siamo veramente. Queste modifiche cambiano quell’aspetto, e per la prima volta potrò andare su Facebook e dire alle persone che so qual è il mio genere.»

Da non sottovalutare infine l’impatto che questa variazione avrà sulle persone cisgender. Il semplice fatto che gli iscritti al social network più seguito nel mondo, nel rendere pubblica l’informazione relativa al loro genere, visualizzeranno un lungo elenco di opzioni possibili, è un indubbio elemento di rilievo, soprattutto considerando la familiarità che i giovanissimi, nativi digitali, hanno con i social media.

Omo ed eterosessualità. Una rilettura degli orientamenti sessuali ed affettivi in un’ottica “gender variant”

Gender variance” (“variabilità di genere”) è un’espressione utilizzata in diversi ambiti: dalla psicologia alla psichiatria, dall’antropologia fino ai “gender studies”, e può essere indicata come l’attitudine del genere sessuale a manifestarsi in una pluralità di sfumature.

Lo spettro della gender variance ricomprende in sé molte etichette che identificano le diverse identità di genere (spesso  erroneamente definite orientamenti sessuali) includendo quelle oggi più conosciute, come “sissy” (traducibile in italiano con “checca”), “bear” (uomini dall’aspetto virile e dalla corporatura robusta, spesso pelosi, che hanno dato vita ad una comunità sviluppatasi trasversalmente ed afferente al mondo gay), “crossdresser” (chi mette in atto il “crossdressing”, ovvero l’indossare un vestiario comunemente associato al genere opposto), “butch” (lesbica con atteggiamenti ed abbigliamento maschile), “femme” (lesbica con atteggiamento ed abbigliamento femminile che ama le lesbiche butch), “lipstick lesbian” (lesbica con atteggiamento ed abbigliamento femminili che ama lesbiche con le stesse caratteristiche),  “tomboy” (bambina o ragazza che assume atteggiamenti e vestiario comunemente associati al genere opposto), fino ad arrivare a “transgender“.

Etimologicamente, il termine transgender potrebbe essere utilizzato come sinonimo di “gender variance”, ma la prassi d’utilizzo di questa parola negli ultimi anni ha ormai ristretto la sua portata alla condizione di coloro che non si identificano con il genere assegnato alla nascita che, come è noto, in relazione alla ben più ampia realtà della variabilità di genere nell’essere umano, rappresentano solo la punta di un’iceberg.

La portata definitoria della parola transgender resta pur sempre ampia, poiché oggi comprende sia quelle persone che, al termine di un percorso ormonale e chirurgico di “transizione” che può essere MTF (Male To Female, da maschio a femmina) o FtM (Female to Male, da femmina a maschio),  si definiranno semplicemente “neodonne” o “neouomini” (fino a non molto tempo fa definite “transessuali”, termine che sta lasciando gradualmente il posto al più appropriato “transgender”), sia coloro che, pur non riconoscendosi nel genere assegnato alla nascita, intraprendono un percorso di autodeterminazione che decostruisce il modello binario “maschio-uomo” / “femmina-donna”.

Il concetto di variabilità di genere restituisce la complessità dell’essere umano in relazione alle identità di genere, e l’oggettiva impossibilità di ricondurre tale pluralismo identitario ed espressivo alla rigida e binaria schematizzazione  figlia del “genderismo”, ovvero dell’idea che esistano solo due generi sessuali, e che il genere di ognuno, o la maggior parte dei suoi aspetti, scaturisca e sia conseguenza del sesso genetico della persona. E’ infatti dal genderismo che deriva il dualismo sessuale ed affettivo ormai entrato a pieno titolo nell’immaginario collettivo, che prevede due sole opzioni: omosessualità ed eterosessualità.

Alcuni esempi di mistificazioni, spesso accompagnate da un’intento normatorio, figlie del radicamento del dualismo sessuale nell’immaginario collettivo:

  1. Le tante e diverse sfumature che caratterizzano il mondo delle lesbiche spiegano anche le numerose etichette come “butch”, “femme”, “lipstick”, “dike”. Tale complessità viene disconosciuta, appiattita e normatoriamente semplificata dalla visione binaria, per la quale sarebbero lesbiche tutte le persone di sesso cromosomico XX attratte da persone con la medesima caratteristica. Entrambe le partner devono poi aderire al canone estetico e comportamentale che il senso comune definisce “femminile”, pena la marginalizzazione in una comunità di donne che ha introiettato la visione binaria: la ragazza che manifesta un’identità “butch”, viene infatti penalizzata e spesso ostracizzata. “Se devo andare con uomo, vado con un uomo vero!“, è un’affermazione binaria, poiché un atteggiamento, anziché essere vissuto in quanto tale, come semplice caratteristica della persona, viene classificato “maschile” ed immediatamente ricondotto all’idea che i suoi unici e legittimi detentori siano i “maschi-uomini”.
  2. Il rapporto, l’attrazione e l’affettività che legano una lesbica “butch” ed una “femme”, potrebbero ad esempio essere considerati omosessuali, ma, in ottica gender sensitive, anche “eterogenere” ed eteroaffettive. Due “lipstick lesbians” avrebbero invece uno dinamica sì omosessuale, ma che potrebbe essere anche definita anche “omogenere”.                                                                                                                                                                                                                        Accogliere ed estendere un vocabolario più ampio e significante, nuove definizioni, potrebbe essere un primo passo verso la fine di odiosi fenomeni di discriminazione e marginalizzazione interni persino alla comunità LGBT*, che, spesso inconsapevolmente, si fa promotrice del dogma binario.
  3. Discriminazione e marginalizzazione rappresentano un destino anche per i ragazzi gay femminili, o, volendo utilizzare un termine con un’intrinseca connotazione negativa, “effemminati”, ovvero con atteggiamenti ritenuti ad esclusivo appannaggio delle “femmine-donne”. Chiediamoci perché questo femminile debba essere connotato e vissuto tanto negativamente da molti gay, e quanti benefici potrebbero invece derivare da una concezione più fluida del gender in termini di libera espressività.
  4. Molte persone sono convinte che l’attrazione verso una donna transgender MtF denoti omosessualità nei maschi, o eterosessualità nelle donne. “Che cos’ha fra le gambe?”, “E’ nata uomo e sarà sempre un uomo.”, “Si vede che è un uomo!”, sono esempi di ricorrenti affermazioni binarie e genderiste, che ribadiscono il primato assoluto del dato fisico/genetico nella concezione comune. La donna transgender viene quindi ridotta e ricondotta al suo sesso d’origine, o alla sua genitalità, anche quando il suo aspetto, la sua sensibilità e spesso un’intera esistenza ne prendono le distanze. La vita reale di queste donne, così come quella degli uomini trans*, è fatta invece di interazioni che vedono quotidianamente il primato dell’identità sulla genitalità, che una classificazione “gender sensitive” saprebbe meglio connotare e rappresentare. Gli uomini attratti da donne transgender sono infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, eteroaffettivi (attratti appunto da ciò che è “eteros”, dal greco «altro, diverso», rispetto a loro), e le donne omoaffettive.
  5. Il fatto che la bisessualità, pur rappresentando la realtà di moltissime persone, non goda della stessa legittimazione dell’omosessualità e dell’eterosessualità nell’immaginario collettivo, è un’altra dimostrazione della pervasività del binarismo. I bisessuali si sentono infatti spesso apolidi in mondo che chiede loro di “scegliere da che parte stare” e che genere amare e “preferire”, finendo spesso con l’essere marginalizzati sia dalla comunità omosessuale che da quella eterosessuale.
  6. Quello bisessuale non è certo l’unico orientamento privo di cittadinanza nello schematizzazione binaria. Uomini che si sentono attratti dal “femminile” in tutte le sue sfumature, sia esso riconducibile ad una donna biologica, ad una donna transgender, o ad un ragazzo. Donne attratte dal maschile, sia esso riconducibile ad un uomo biologico, ad un uomo transgender o ad una lesbica butch. Donne biologiche attratte da donne transgender e viceversa. Uomini e donne transgender reciprocamente attratti.

Gli esempi potrebbero continuare a lungo, portandoci ad un punto d’arrivo che potremmo considerare un auspicio: è necessario superare una riduttiva visione binaria degli orientamenti  che tiene conto, avendo in sé anche un intento normatorio, solo e soltanto del sesso genetico o della conformazione dei genitali delle persone, ignorando tutte le sfumature identitarie. Come già evidenziava Martine Rothblatt ormai quasi vent’anni fa nel suo “L’apartheid del sesso”, non è possibile che sette miliardi di persone possano essere rappresentante da uno schema che prevede due sole opzioni.

L’obiettivo di lungo periodo di una riformulazione “gender sensitive” degli orientamenti non è certo quello di aumentare in maniera esponenziale le etichette, le categorie e le definizioni. L’auspicio è infatti quello di non averne più bisogno in futuro, in un sistema culturale autenticamente libertario e non repressivo di tutt* le identità e gli orientamenti. Ma nel breve periodo le etichette sono necessarie affinché l’immaginario collettivo introietti una fotografia più fedele della straordinaria complessità dell’essere umano.

Già Mario Mieli, in “Elementi di critica omosessuale“, definiva transessualità “la disposizione erotica polimorfa e indifferenziata infantile che la società reprime e che, nella vita adulta, ogni essere umano reca in sé allo stato di latenza oppure confinata negli abissi dell’inconscio sotto il giogo della rimozione“. Secondo Mieli siamo tutti transessuali, nel senso che siamo tutti oltre la “monosessualià” nella quale la “Norma” vorrebbe incasellarci. Riappropriarci quindi del nostro “polimorfismo” originario in un processo di liberazione, ci condurrebbe alla “pansessualità“. Mieli afferma che  “data la contrapposizione storica concreta fra individui che riconoscono i propri desideri omoerotici e altri che invece tassativamente li negano, non si può oggi evitare di distinguere gli omosessuali manifesti dagli eterosessuali“, non trovandosi d’accordo con coloro che invece ritengono che le etichette che definiscono gli orientamenti vadano abbandonate da subito: il rischio di una simile deriva che, utilizzando una definizione più recente, potremmo definire “Queer”, sarebbe infatti quello di un appiattimento della complessità identitaria e degli orientamenti, che potremo permetterci solo e soltanto quando tutt* le identità e gli orientamenti avranno pari dignità sociale e culturale.

Bibliografia

  •  Nanda S., Gender Diversity: Crosscultural Variations,Wavelang Press, 1999.
  •  Rothblatt M., L’apartheid del sesso, Il Saggiatore, 1997.
  • Mieli M., Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli editore, 2002.
  • M.Mead, Sesso e temperamento, Il Saggiatore Tascabili, 2009.
  • L. Feinberg, Stone Butch Blues, Il dito e la luna, 2004.

Al Circolo “Harvey Milk” di Milano partono i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati all’ identità di genere (rivolti a persone transgender, ma non solo)

Presso il Circolo Harvey Milk Milano, partiranno i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati all’identità di genere, rivolti a persone transessuali MTF ed FTM e transgender, ma non solo: saranno infatti aperti a tutte le persone che desiderino portare il proprio gender, a qualsiasi punto del proprio percorso di autodeterminazione esse siano.
Per maggiori informazioni e per partecipare, scrivere a: transgender@milkmilano.com o visitare la pagina dedicata ai gruppi sul sito dell’associazione Harvey Milk Milano.
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Un gruppo di auto mutuo aiuto è un gruppo composto da persone accomunate da una situazione di disagio o da un comune percorso di ricerca. Tale disagio viene affrontato ed elaborato in prima persona attraverso il confronto, la condivisione e lo scambio di informazioni, emozioni, esperienze e problemi. Nel gruppo di auto mutuo aiuto si ascolta e si è ascoltati , senza pregiudizi, in un clima armonioso in cui si scoprono e si potenziano le proprie risorse interiori. Tale gruppo si autogestisce seguendo un sistema condiviso di obiettivi, regole, valori, e mira a incrementare il benessere psicologico di tutti i membri. I gruppi AMA – Identità di genere si prefiggono lo scopo di creare, attraverso il contributo di ciascun componente, un ambiente all’interno del quale condividere riflessioni ed esperienze di vita con persone che hanno in comune un percorso di ricerca. Lo spirito dei gruppi AMA consiste nell’affrontare insieme un percorso di crescita, mettendo a disposizione del gruppo problematiche e soluzioni personali, accettando ed offrendo supporto e solidarietà reciproca. All’interno del gruppo troveranno spazio ed accoglienza percorsi transessuali e transgender*, ma non solo. Il gruppo è infatti concepito come spazio di confronto sull’identità di genere a 360° e sarà aperto a tutte le persone che desiderino portare il proprio gender, a qualsiasi punto del proprio percorso di autodeterminazione esse siano. I gruppi prevedono la presenza di un facilitatore/trice formato. Il suo ruolo è quello di agevolare il lavoro del gruppo facilitando lo scambio  al suo interno,  nonchè di essere garante delle regole di partecipazione.