Storie transgender: l’inizio della terapia ormonale – Estratto dal libro “Trans. Storie di ragazze XY”

 

“Marzo 1999, una mattina uggiosa.
Davanti a me due scatole che fissavo da almeno mezz’ora.
In quella rosa c’erano i famosi estrogeni, gli ormoni femminili che avrebbero cambiato il mio corpo
gradualmente.
In quella bianca gli antiandrogeni, che avrebbero invece indebolito il maschile. La sera avrei preso le prime pillole, e l’incubo di un corpo che ogni giorno mi somigliava meno avrebbe avuto fine.
Ero quindi all’inizio di una transizione, dove il punto di arrivo non era chiaro: non sapevo se mi sarei
mai sottoposta al famoso intervento di vaginoplastica, ad esempio, né fin dove mi sarei spinta con la trasformazione fisica.

Sapevo soltanto che il mio obiettivo non era quello di «diventare una donna», come tante trans dichiaravano a quell’epoca. Io mi accontentavo di essere me e di somigliarmi un po’ di più, e avevo deciso, dopo quasi tre anni di riflessione, che la terapia ormonale potesse essere un primo passo in quella direzione, verso una fisicità che mi rispecchiasse, a qualsiasi «sfumatura» o parte del cielo io appartenessi.
In associazione avevo appreso dell’esistenza di una bellissima immagine metaforica, quella dell’arcobaleno
dei generi:
«È impossibile comprendere tutto ciò che appartiene alla natura.
È per questo che tante materie sono sconosciute per noi umani.
Però di una cosa abbiamo certezza: non si sa dove inizia e finisce l’arcobaleno. si sa però che ha più di
due colori e un’infinità di sfumature» (Cit. Leila Daianis)


Secondo questa rappresentazione, i generi darebbero vita a un arcobaleno, quindi le sfumature non
sarebbero soltanto due, ma tantissime, infinite.
Pensare di poter essere rappresentata, ricompresa in uno di quei colori sfumati, nell’infinita eterogeneità delle potenziali identità, era così bello e liberatorio per me, per anni vessata e mortificata da quella visione che, prevedendo solo due opzioni, delegittimava la mia stessa esistenza, da farmi sentire incredibilmente
euforica. Finalmente, non ero più un’apolide.”

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