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Il triangolo rosa
La deportazione delle
persone trans nei campi di concentramento nazisti

Una donna transessuale tedesca che
lavorava all'Eldorado. Ricadendo nella categoria degli “omosessuali abituali”
e quindi incurabili, le persone transgender furono fra le vittime più facili.
L'Olocausto
degli ebrei europei fu la conseguenza più tragicamente macroscopica
dell’ideologia razzista. Insieme all'Olocausto si verificarono però altri
crimini frutto di quella stessa ideologia che generò la “Soluzione Finale”.
Altri gruppi di individui vennero individuati come “inferiori” dai nazisti e
contro di essi furono perpetrati crimini abominevoli: nel giorno della memoria,
troppo spesso si dimentica di ricordare che l’odio nazionalsocialista colpì
anche le persone transessuali, contro le quali il secolare pregiudizio era ben
radicato nella società tedesca.
Allo scoppio della Prima
Guerra Mondiale, nel 1914, Berlino aveva 40 locali per omosessuali e persone
trans, e diversi periodici per gay e lesbiche. La Germania uscita dalla
sconfitta del 1918 era però un Paese instabile economicamente e dalla fragile
democrazia.
Bande di estremisti nazionalisti e
comunisti si combattevano nelle città, il pesantissimo Trattato di Versailles
impediva la rinascita finanziaria e produttiva.
In un clima di così grande tensione ebbero buon gioco quei politici che si
rifecero agli ideali nazionalistici, all'idea di una Germania nuovamente
potente. Quando poi la crisi economica e la spaventosa inflazione devastò il
paese mietendo milioni di posti di lavoro, il clima sociale divenne ancora più
esplosivo. Malcontento, disoccupazione, rancore per la sconfitta, paura del
bolscevismo furono gli ingredienti che permisero all'estrema destra di aumentare
sempre più i suoi consensi.
I primi bersagli dei movimenti di
destra furono gli ebrei, gli omosessuali e le persone transessuali.
Il Partito Nazionalsocialista elaborò una sua teoria su omosessualità e varianti
legate all’identità di genere, sostenendo che si trattasse di malattie
contagiose: coloro che erano “affetti” da queste malattie erano considerati
anche “sabotatori sociosessuali”.
In una presa di posizione
ufficiale il Partito Nazionalsocialista dichiarava:
“E'
necessario che il popolo tedesco viva. Ed è solo la vita che può lottare perché
vita significa lotta. Si può lottare soltanto mantenendo la propria mascolinità
e si mantiene la mascolinità con l'esercizio della disciplina specie in materia
di amore. L'amore libero e la devianza sono indisciplina ... Per questo
respingiamo ogni forma di lascivia, specialmente l'omosessualità, perché essa ci
deruba della nostra ultima possibilità di liberare il nostro popolo dalle catene
che lo rendono schiavo”
Il nazismo aveva quindi un suo
preciso progetto: l'uomo doveva combattere, la donna generare. Il popolo tedesco
doveva sopravvivere e moltiplicarsi.
Le differenze legate alle sessualità o all’identità di genere erano considerate
minacce alla crescita della nazione tedesca.
I nazisti distinguevano tra “cause
ambientali” che avevano condotto alla “devianza” ed “omosessualità
abituale”. Nel primo caso il carcere duro, i lavori forzati, le cure
psichiatriche e la castrazione volontaria erano ritenuti provvedimenti utili al
reinserimento nella società. Nel secondo caso invece la “malattia”veniva
considerata incurabile.
Questi dati hanno portato gli
studiosi alla conclusione che tra le persone classificate come “omosessuali
abituali” un considerevole numero doveva essere rappresentato da persone transessuali,
in primis perchè le donne transgender che all’epoca lavoravano nei locali di
Berlino furono fra le prime ad essere deportate. In secondo luogo poichè spesso,
nella fascia di “omosessualità abituale”, ovvero di coloro che venivano
considerati “incurabili”, rientravano le persone che continuavano ad
adottare comportamenti non solo di natura sessuale “deviante”, ma anche
di un’espressività di genere differente. Coloro che quindi, pur ben coscienti di
rischiare la vita e malgrado l’orrore della “rieducazione”, non
riuscirono a “correggere” la propria espressività di genere, mantenendo
atteggiamenti “devianti” perchè “effemminati”.
Il dato più paradossale è quello
che testimonia che i primi inteventi chirurgici di “cambio di sesso”, in via
sperimentale e dai tragici esiti, furono eseguiti proprio all’interno dei lager
nazisti. L’extrema ratio per il recupero degli “inguaribili”, nell’ottica
nazista, poteva consistere nella riattribuzione al sesso opposto, operata dai
chirurghi che conducevano sperimentazioni su cavie umane all’interno dei campi
di concentramento.
Una
testimonianza sulla detenzione nei campi di concentramento di omosessuali e
persone trans* proviene dalle “Memorie” che Rudolf Höss, comandante ad
Auschwitz, scrisse prima di essere impiccato. Höss ricorda in questo modo le
persone nel campo di Sachsenhausen:
“
Già a Dachau gli omosessuali erano stati un
problema per il campo, sebbene non fossero così numerosi come a Sachsenhausen.
Il comandante e lo Schutzhaftlagerführer erano
dell'opinione che fosse molto più opportuno suddividerli per tutte le camerate
del campo, mentre io ero d'avviso contrario, avendoli conosciuti molto bene in
carcere. Non passò molto tempo che da tutti i blocchi cominciarono a giungere
denunce di rapporti omosessuali, e le punizioni non servirono a nulla, perchè il
contagio si diffondeva dovunque.
Su mia
proposta, tutti gli omosessuali vennero allora messi insieme e isolati dagli
altri, sotto la guida di un anziano che sapeva come trattarli. Anche sul lavoro
vennero separati dagli altri prigionieri, e adibiti per un lungo periodo a
lavorare con i rulli compressori, insieme ad altri prigionieri di altre
categorie, affetti dal medesimo vizio. Di colpo il contagio del loro vizio
cessò, e anche se qua e là si verificarono questi rapporti contro natura, si
trattò sempre di casi sporadici. Del resto, costoro vennero sorvegliati
rigorosamente nei loro alloggiamenti, in modo che ... non potessero
ricominciare...
.A Sachsenhausen, fin dal principio gli
omosessuali vennero posti in un blocco isolato, e ugualmente vennero isolati
dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad una cava di argilla
di una grande fabbrica di mattonelle; era un lavoro duro, e ciascuno doveva
assolvere una determinata norma. Inoltre, erano esposti a tutte le intemperie,
perché ogni giorno doveva essere fornita una determinata quantità di materiale
finito, e il processo di cottura non poteva essere interrotto per mancanza di
materia prima. Così estate o inverno, erano costretti a lavorare con qualunque
tempo.
L'effetto di quel duro lavoro, che avrebbe
dovuto servire a riportarli alla «normalità», era differente a seconda delle
diverse categorie di omosessuali.
I
risultati migliori si ottenevano con i cosiddetti «Strichjungen». Nel dialetto
berlinese erano chiamati così quei giovani dediti alla prostituzione, che
intendevano per tal via guadagnarsi facilmente da vivere, rifiutando di compiere
qualunque lavoro, sia pure leggero. Costoro non potevano assolutamente essere
considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio era per essi soltanto un
mestiere, e quindi la dura vita del campo e il lavoro faticoso furono per essi
di grande utilità. Infatti, nella maggioranza, lavoravano con diligenza e
cercavano con ogni cura di non ricadere nell'antico mestiere, poiché speravano
così di essere rilasciati al più presto. Arrivavano al punto di evitare
addirittura la vicinanza dei veri viziosi, volendo in tal modo dimostrare che
non avevano nulla a che fare con gli omosessuali. Molti di questi giovani così
rieducati vennero rilasciati senza che si verificassero delle ricadute; la
scuola che avevano fatto al campo era stata abbastanza efficace, tanto più che
si trattava in maggioranza di ragazzi molto giovani.
Anche una parte di coloro che erano diventati
omosessuali per una certa inclinazione - coloro che, saturi di provare il
piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi eccitamenti, nella loro vita da
parassiti - poté essere rieducata e liberata dal vizio.
Non così quelli ormai troppo incancreniti nel
vizio, cui si erano volti per inclinazione. Questi ormai non potevano più essere
distinti dagli omosessuali per disposizione naturale, che in realtà erano pochi.
Per questi non servì né il lavoro, per quanto duro, né la sorveglianza più
rigorosa: alla minima occasione erano subito uno nelle braccia dell'altro, e
anche se fisicamente erano ormai mal ridotti, perseveravano nel loro vizio.
Del
resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità femminea, per la civetteria,
per l'espressione sdolcinata e per la gentilezza eccessiva verso i loro affini,
si distinguevano assai bene da coloro che avevano voltato le spalle al vizio,
che volevano liberarsene, e la cui guarigione, ad una attenta osservazione, si
poteva seguire passo passo.
Mentre quelli che intendevano realmente guarire,
che lo volevano fortemente, sopportavano anche i lavori più duri, gli altri
decadevano fisicamente giorno per giorno, più o meno lentamente secondo la loro
costituzione.
Non volendo, o non potendo, liberarsi del loro
vizio, sapevano benissimo che non sarebbero più tornati in libertà, e questo
pesante fardello psichico affrettava, in queste nature in genere anormalmente
sensibili, la decadenza fisica. Quando poi vi si aggiungeva la perdita
dell'«amico», per una malattia o addirittura per la morte di questi, era facile
prevedere l'esito finale; parecchi, infatti, si uccisero. L'«amico» era tutto
per costoro, nel campo. Parecchie volte si verificò anche il doppio suicidio di
due amici.
Nel 1944 I'SS-Reichsführer fece compiere a
Ravensbruck degli esami di «riabilitazione». Gli omosessuali della cui
guarigione non si era perfettamente convinti, vennero messi a lavorare, come per
caso, insieme a prostitute, e tenuti sotto osservazione. Le prostitute avevano
il compito di avvicinarsi come per caso ad essi e di eccitarli sessualmente.
Quelli che erano realmente guariti
approfittavano senz'altro dell'occasione, senza neppure bisogno di essere
stimolati, mentre gli incurabili non guardavano neppure le donne. Anzi, se esse
si avvicinavano loro in modo troppo evidente, si allontanavano con manifesto
disgusto.
Secondo la procedura, a quelli che stavano per
essere rilasciati venivano offerte occasioni di stare con individui del loro
sesso. Quasi tutti rifiutavano questa possibilità e respingevano energicamente
tutti i tentativi di avvicinamento dei veri omosessuali.
Vi furono però anche dei
casi limite, che accettarono e l'una e l'altra occasione. Non so se costoro
potrebbero essere definiti dei bisessuali. In ogni caso, fu molto istruttivo
per me poter studiare la vita e gli stimoli degli omosessuali di ogni genere
e osservare le loro reazioni psichiche in relazione alla prigionia.”
In un primo tempo gli internati in
base al paragrafo 175 furono costretti ad indossare un bracciale giallo con una
“A” al centro, che indicava la parola tedesca “arschficker”,
sodomita. Altre varianti furono dei punti neri o il numero “175” in
relazione all'articolo di legge. Soltanto successivamente, seguendo la rigida
casistica iconografica nazista, venne adottato un triangolo rosa cucito
all'altezza del petto.
Con la liberazione dei campi da
parte degli Alleati, i triangoli rosa non riacquistarono la libertà. Americani
ed inglesi non considerarono omosessuali e persone transgender alla stessa
stregua degli altri internati, ma criminali comuni. Ci fu così chi, uscito dai
campi di concentramento, fu trasferito nelle carceri delle forze alleate.

Comunicato stampa del MIT, Movimento Identità
Transessuale
RICORDIAMO SEMPRE

Ricordiamo sempre che l'oblio uccide più di una guerra,
lo fa in maniera subdola e perversa. Ricordiamo sempre che l'oblio e la
mancanza di memoria ci rendono deboli, vulnerabili, ci confondono
togliendoci la capacità e la possibilità di conoscere la nostra storia, di
capire le origini dell'odio, di riconoscere i nostri aguzzini. Ricordiamo
sempre che l'oblio serve ad alcuni per cancellare i propri crimini e per
compierne di nuovi, ad altri per sbrigare loschi affari e imporre il
proprio potere.
Il MIT è riuscito ad entrare in
contatto con una transessuale ottantacinquenne deportata a Dachau con il
triangolo rosa il cui racconto è memoria di quanto successo nei campi di
sterminio.
Ricordiamo sempre che moltissime
persone trans sono state deportate nei campi di sterminio senza che di
loro si sapesse nulla.
Ricordiamo sempre che moltissime
persone trans sono state usate come cavie per esperimenti nei laboratori
nazisti ma anche in molti della scienza occidentale
Ricordiamo sempre che ci hanno bruciato
sui roghi perché considerati dannati
Ricordiamo sempre che ci hanno chiuso
nei manicomi perché degenerati
Ricordiamo sempre che ogni anno decine
di persone transessuali vengono uccise in tutto il mondo e migliaia
vengono aggredite ogni giorno.
Per non dimenticare perché tutto questo
è accaduto e soprattutto perché tutt'ora accade, affinché non succeda più.
Per non dimenticare che i nostri aguzzini hanno affinato le loro armi,
hanno cambiato vestito, hanno camuffato le loro parole. Ci definivano
dannati, peccatori, degenerati, folli per giustificare il nostro
annullamento e oggi ripropongono la stessa logica basata sul revisionismo
storico e facendo leva sulla fragilità della memoria storica. Lo fanno dai
pulpiti promuovendo una politica omo/transfobica basata su famiglia e
identità occidentale, con sermoni conditi da termini come peccato, amore
debole, relativismo, natura, razza. Tutti noi viviamo sulla nostra pelle
gli effetti di quella politica spacciata per morale che genera odio,
razzismo, intolleranza, transfobia.
Ricordiamo sempre che l'oblio uccide
fisicamente e culturalmente, potrà farlo ancora se non manteniamo la
memoria. L'oblio uccide la nostra storia perché in essa c'è la
testimonianza del nostro massacro.
Per non dimenticare!
www.monicaromano.it
Creato il
23/12/2007 - Registrato 02/01/2008 - Pubblicato il 04/01/2008
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di Monica Romano
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