Vite del
genere
di Carlo Giorgi
Circa 20 mila persone
transessuali in Italia. E la prostituzione coinvolge solo una parte di
loro. Tutti gli altri scelgono una vita "diurna" fatta spesso di
discriminazioni sul lavoro e problemi familiari. L'esistenza quasi normale
di Giorgia e Monica.
Monica è stata a lungo in
prigione. Nel suo corpo.
"Ti guardi allo specchio e ti odi. Ti tocchi e senti i peli. Ti disperi
perché non hai il seno". Monica è un uomo di 24 anni, almeno stando ai
cromosomi e secondo i documenti che porta con sé. Invece, nel profondo, si
sente e vorrebbe essere una donna. Ha lunghi capelli biondi e modi gentili,
una famiglia che le vuole bene. E' iscritta alla facoltà di Scienze
Politiche. È una trans.
Si definiscono transessuali le persone che, per un disagio profondo, sentono
di avere un'identità sessuale diversa dal proprio genere sessuale.
L'operazione chirurgica, che molti desiderano come una liberazione, è il
punto d'arrivo e di non ritorno. In Italia, nel 2003, sono state effettuate
dalle 50 alle 70 operazioni di cambio di genere, curate dal Servizio
sanitario nazionale (per le operazioni all'estero vedi box). Al solo Saifip,
Servizio d'adeguamento d'identità fisica e psichica del san Camillo di Roma,
il maggiore centro italiano specializzato, dal '92 ad oggi almeno 400
persone sono state accompagnate fino al cambio di genere. "I primi tempi
erano solo 7 o 8 casi all'anno -racconta Anna Rita Ravenna, psicologa del
centro-. Il numero, negli ultimi anni, è molto aumentato". E sono
transessuali, per quanto nessuno ne conosca il numero esatto, anche coloro
che, non ancora operati, si sottopongono per anni a terapia psicologica e
cure ormonali.
"Potrebbero essere 20 mila i transessuali dello Stivale tra italiani,
stranieri e immigrati clandestini -ipotizza Marcella Di Folco, responsabile
del Mit, Movimento d'identità transessuale di Bologna, cui nel 2003 hanno
chiesto orientamento 180 persone-. Un 70 per cento dei trans italiani sono 'mtf',
cioè persone di genere sessuale maschile che scelgono di orientarsi verso il
genere femminile. Il restante 30 per cento sono invece 'ftm', donne che
decidono di orientarsi verso il genere maschile. Degli 'mtf' credo che
almeno la metà si prostituisca". Secondo il Parsec, associazione che ha
redatto il più recente rapporto sulla prostituzione in Italia, è trans dal
10 al 30 per cento delle prostitute di strada. Percentuali forti che, unite
allo stile "piume di struzzo e tacco a spillo" delle sfilate nei gay-pride,
hanno cementato nel sentire comune l'equazione "transessuale uguale
prostituta".
Invece esiste una terra di mezzo di persone che si sentono nate nel corpo
sbagliato senza per questo doversi prostituire; e avendo deciso di dare una
svolta alla loro vita, vogliono condurre un'esistenza normale, facendo ogni
giorno a pugni coi pregiudizi di tutti. "L'avversione della gente la senti
sempre su di te -racconta Monica-. Bisbigli, sguardi, imbarazzo, al lavoro,
dal panettiere o quando sali su un mezzo pubblico". Sono le trans "diurne",
che siamo andati a conoscere.
Monica è la responsabile milanese del gruppo Crisalide, che raccoglie in
alcune città del Nord Italia, un centinaio di associati. "Ho iniziato la
transizione a 18 anni -racconta-, prima di iscrivermi alla facoltà di
Scienze Politiche. In università ho trovato comprensione. Ma avevo già dato,
in fatto di discriminazione, al liceo". Coordina lei i due gruppi di
auto-aiuto per persone trans dell'associazione.
Giorgia invece ha 26 anni e fa la redattrice. "La molla che mi ha fatto
svoltare è... che sono abile e arruolato -racconta-. Così nel 2000, mentre
lavoravo come personale di bordo nelle Fs, mi è arrivata la cartolina per il
militare. Alla visita d'incorporamento ho fornito la documentazione del mio
stato di "disforia di genere" e mi hanno rimandato a casa. I medici delle Fs,
a cui ho dovuto dire tutto, hanno sempre mantenuto il segreto ma poco dopo
ho lasciato il lavoro. L'anno scorso, a 25 anni, la svolta decisiva verso il
genere femminile: sono in terapia psicologica e ho maturato un'identità più
forte".
Per chi decide di cambiare genere, in famiglia gioie e dolori. "Penso alla
mia famiglia come ad un'entità che mi appoggia -racconta Giorgia-, tanto che
fino a quattro mesi fa vivevo con i miei genitori. Però all'inizio non mi
capivano". "Ho una famiglia splendida: loro mi vogliono proprio bene",
racconta Monica. Ma le persone trans in famiglia spesso hanno vita dura: per i
genitori è dura accettare che un figlio voglia cambiare genere. "È capitato
di persone cacciate di casa -racconta Monica-. Gioca molto il fattore della
vergogna, l'accusa d'immoralità. Si pensa che sia un capriccio oppure,
addirittura, una malattia mentale. C'è anche la paura che la figlia vada a
prostituirsi". Ma il problema maggiore è il lavoro. "Il dato fondamentale è
che i documenti non corrispondono all'aspetto -spiega Gigliola Toniollo,
dell'ufficio nuovi diritti della Cgil-; affronti il colloquio con un aspetto
femminile ma poi, al momento della visita medica o del controllo dei
documenti, si scopre che hai generalità maschili e nessuno ti prende". "Il
datore di lavoro ha paura di trovarsi in ufficio una poco di buono -spiega
Monica-. Teme che la persona assunta possa far fuggire i clienti oppure che
non sia affidabile. Se inizi la transizione avendo già il lavoro, deve fare i
conti con il mobbing e l'ironia dei colleghi.". La disoccupazione delle
persone trans
è un problema enorme: nel 2000 il Mit di Bologna vinse un bando europeo per
donne svantaggiate e organizzò un corso per "tutori di beni culturali,
artistici e ambientali", frequentato da 16 trans. Di loro una sola ha
trovato lavoro. "Per il lavoro ho una paura folle del futuro -confessa
Monica-. Noi persone trans non abbiamo il diritto alla mediocrità come gli
altri lavoratori. Noi dobbiamo essere brave, bravissime, sennò rischiamo che
non ci prenda nessuno" (...)
Bisturi frettolosi
L'impazienza costa cara.
"In Italia, con il Servizio sanitario nazionale, si aspettano due anni per
l'operazione di cambio di genere mentre all'estero, andando privatamente, è
tutto più veloce -racconta Monica, dell'associazione Crisalide-. Gli
specialisti più gettonati sono in Belgio, a Londra e a Barcellona e
l'operazione costa dai 15 ai 20 mila euro. Chi va all'estero per la fretta,
però, spesso rinuncia a una lunga supervisione psicologica, necessaria per
affrontare con serenità il cambio di genere". L'accompagnamento psicologico
è fondamentale -spiega Anna Rita Ravenna, esperta psicologa del Saifip-,
anche per scoprire potenzialità della persona che la condizione trans ha
bloccato per anni. Chi si fa operare all'estero lo fa dopo lunghi
ripensamenti. Ma se si pensa 30 anni da soli, si fanno aspettative che poi
si sgretolano". Bisogna invece arrivare all'operazione dopo un percorso
psicologico di consapevolezza del cambiamento. È importante sapere che il
piacere sessuale che si proverà dopo l'operazione non ha nulla a che vedere
con quello provato con gli organi genitali originari. Dopo non ci sarà
l'Eden, ma una lunga convalescenza e, nel primo periodo, non un organo
genitale ma una ferita dolorante". E fare di testa propria può causare
problemi non solo psicologici. "C'è chi decide di iniziare la cura ormonale,
alla base della transizione dal genere maschile al femminile e viceversa,
senza consultarsi con un medico. Semplicemente si auto-prescrive gli ormoni
acquistandoli su internet -racconta Gigliola Toniollo, dell'ufficio nuovi
diritti della Cgil-. È un'imprudenza che costa cara. Ci sono casi di tumori
alla prostata, al seno e di gravi squilibri, proprio per una scorretta
somministrazione di ormoni".
la legge italiana? "ci
complica la vita"
In Italia è legale
cambiare sesso da vent'anni. La legge 164 del 19 aprile '82 consente e norma
la "rettifica" del sesso enunciato nell'atto di nascita. Condizione
richiesta per il cambio di sesso anagrafico, la sentenza del tribunale che
certifichi le "intervenute modificazioni dei caratteri sessuali" della
persona. Ovvero, in Italia, per cambiare sesso sui documenti, è necessario
prima affrontare non solo la cura ormonale ma anche l'operazione chirurgica.
Questo punto contestato dai movimenti trans dello Stivale: "La legge non
considera che l'operazione deve necessariamente essere preceduta da un lungo
periodo di prova, chiamato "test di vita reale", in cui s'inizia a vivere nel
genere scelto -spiegano a Crisalide-. Ma se il mio aspetto rivela un genere
e i miei documenti un altro, la mia vita si complica". Le associazioni dei trans hanno presentato in Parlamento due disegni di legge, sul modello
tedesco, in cui è possibile il cambio di genere anagrafico anche solo
certificando di sottoporsi a cura ormonali.
Giugno 2004.
Intervista rilasciata per "Workers World", giornale di Leslie Feinberg, in
occasione della sua tournèe in Italia.
Link:
http://www.transgenderwarrior.org/writings/mbitalian.htm
'Orgoglio
nell’unità,orgoglio nella lotta'
Il tour
italiano dell’attivista lesbica e transgender
Leslie Feinberg
di Minnie Bruce
Pratt

Da
sinistra a destra: Antonia Monopoli, Minnie Bruce Pratt ed io, in occasione
della tournèe italiana di Leslie Feinberg
Dal 2 al 6 giugno, in una
settimana di eventi dedicati, il movimento italiano lesbico, gay, bi e trans ha
accolto Leslie Feinberg, attivista e autrice transgender e lesbica con tutta la
spettacolare profondità e ampiezza di respiro dei colori della bandiera
arcobaleno. Feinberg, direttrice del giornale Workers World, ha parlato in
incontri nel nord Italia a Milano, Bologna e Torino, e ha poi proseguito verso
sud per presiedere gli incontri a Firenze e a Roma..
I leader dei diversi settori del movimento LGBT italiano hanno
invitato Feinberg perché questo è per loro un momento storico in cui si sta
cercando di costruire l’unità nelle battaglie comuni. E proprio durante questi
incontri, la solidarietà ha cominciato ad emergere, visibile a tutti.
Il tour ha coinciso con la pubblicazione anche in Italia del
romanzo di Feinberg "Stone Butch Blues," ambientato nei locali gay e drag della
classe operaia di Buffalo, nello Stato di New York, nel periodo pre-Stonewall.
Il viaggio attraverso l’identità di genere della protagonista, Jess Goldberg,
esplora la relazione tra la lotta contro la discriminazione tra i sessi, il
genere, l’orientamento sessuale e altre battaglie contro il razzismo, la guerra
e per la liberazione della classe operaia.
I traduttori italiani del romanzo sono Margherita Giacobino,
scrittrice femminista e autrice di “Orgoglio e Privilegio: viaggio eroico nella
letteratura lesbica," e Davide Tolu, uno dei principali attivisti della comunità
transessuale FTM [female-to-male] e autore de "Il Viaggio di Arnold. Storia di
un uomo nato donna.”
Francesca Polo de Il Dito e La Luna, editrice dell’edizione
italiana di "Stone Butch Blues," ha dichiarato al Workers World: "Credo che il
tour di Feinberg sia stato importante specialmente perché ha riunito le lesbiche
e le persone transgender. Credo che Leslie/Jess possa rappresentare il
collegamento mancante in questa relazione e possa essere strumentale per
raggiungere una migliore comprensione reciproca."
Il Coordinamento Nazionale Trans FTM, che ha contribuito ad
organizzare il tour di Feinberg, e la casa editrice Il Dito e La Luna hanno
coordinato gli eventi, insieme ai gruppi LGBT locali di Milano, Torino, Bologna
e Roma, mentre un’organizzazione lesbica nazionale (Lespride, ndT) ha
organizzato una conferenza a Firenze in occasione del Pride Nazionale 2004(...)
Per Monica Romano, responsabile di Crisalide Azione Trans
Milano, gli incontri hanno rappresentato un’opportunità per costruire l’unità:
"Il movimento glbt italiano è,a mio avviso,in grado di fare grandi cose, e porta
in sé un grande potenziale di cambiamento della società civile. Cade però sulle
troppe divisioni al suo interno. Il messaggio di Leslie riporta l'attenzione
sulla necessità di lottare insieme per gli obiettivi comuni."
Milano: 'Mi sento a casa con la bandiera rossa!'
Lo storico incontro di Milano del 2 giugno ha rappresentato la
prima occasione di questa cooperazione nazionale tra i gruppi lesbici, gay,
bisessuali e transgender. Si è tenuto nella sede del Partito di Rifondazione
Comunista (PRC) in una quartiere operaio della città (...).
Il tavolo dei relatori, organizzato per rappresentare il
contesto italiano delle idee contenute in “"Stone Butch Blues," includeva:
Francesca Polo, Monica Romano e Marco Romelli, anche quest’ultimo di Crisalide
Azione Trans Milano.

Leslie Feinberg all'ncontro organizzato a Milano
"Quando vedo queste bandiere rosse mi sento a casa," ha detto
Feinberg al pubblico. Ha poi offerto una panoramica marxista della storia
dell’umanità, sottolineando il lungo periodo delle società cooperative
matrilineari nel mondo in cui le differenze tra sesso, genere e sessualità erano
più accettate e rispettate.
Feinberg ha evidenziato come la divisione patriarcale dei sessi,
il rafforzamento dell’eterosessualità e la forte limitazione dell’espressione
sessuale da parte dello stato sono diventati componenti dello sviluppo della
famiglia nucleare come anello della catena di distribuzione della ricchezza,
della proprietà e dei titoli mentre le società si dividevano in classi dominanti
e classi dominate.
Feinberg ha sottolineato che attualmente la liberazione della
sessualità, dei sessi e del genere è un processo rivoluzionario che non può
essere portato avanti senza il rovesciamento della proprietà privata
capitalistica e la sua sostituzione con un modello di comunismo mondiale – una
società in cui la produzione sia pianificata per andare incontro alle esigenze e
ai desideri di tutti. Questo obiettivo di una società senza classi non può
essere raggiunto se oggi non si costruisce l’unità di classe riunendo insieme la
lotta del movimento LGBT e delle donne, la lotta contro il razzismo e la guerra
imperialistica, e la difesa dei diritti degli immigranti come elemento chiave di
un fronte unito.
Ha incoraggiato la costruzione di ponti tra le persone presenti
in quella sala riunioni – un pubblico formato da un vastissimo spettro politico,
sessuale e di genere – come da persone della classe operaia delle vicinanze
intervenute perché attirate dai manifesti. Alcuni partecipanti venivano
direttamente dall’imponente manifestazione contro la guerra tenutasi a Milano
durante la quale è stata bruciata una bandiera americana.
A Bologna, la candidata apertamente trans Marcella Di Folco—che
partecipa con i Comunisti Italiani per il Parlamento Europeo—ha organizzato
l’accoglienza di Feinberg al centro per la comunità trans (il MIT, ndT).
La stessa sera, l’incontro del 4 giugno si è tenuto al centro
gay e lesbico il Cassero all’interno dell’imponente Porta San Stefano (...).
Bologna è detta ‘la Rossa’ perché è riconosciuta
tradizionalmente come la regione più pro-comunista d’Italia.
L’incontro è andato avanti fino a notte inoltrata. Feinberg ha
sottolineato l’importanza di stabilire forti legami d’unità basati su ideali
comuni tra i comunisti di tutto il mondo per la battaglia contro il capitalismo
e l’imperialismo.
Porpora Marcasciano, di Bologna, ha dichiarato a Workers World:
"Negli anni passati abbiamo cercato di oltrepassare gli stretti confini tra le
identità e abbiamo cominciato a riunirci e lavorare su temi come la sessualità,
il genere, la globalizzazione, la guerra."
A proposito dell’incontro del 4 giugno, la Marcasciano ha
osservato: "A Bologna hanno collaborato quattro gruppi: MIT Movimento di
Identità Transgender, Antagonismo Gay, Arci Lesbica, e LUO Libera Università
Omosessuale.
"Possiamo dire che per la prima volta si sia stabilito un lavoro
sinergico tra le associazioni/gruppi locali e nazionali che condividono
strategie politiche, sociali e culturali appartenenti alla tradizione di
sinistra. Credo che questo tour abbia rappresentato un punto d’arrivo riguardo
al dibattito, alle lotte e alle strategie LGBT in Italia, ma è stato soprattutto
un punto di partenza per una nuova elaborazione politica e culturale."
Alla fine della serata, Marcasciano ha fatto cantare tutti con
il pugno alzato a significare che la lotta continua. Tutti hanno cantato insieme
la famosa "Bella Ciao," inno dei partigiani italiani che combatterono contro i
nazisti e liberarono molte parti d’Italia, incluso il nord, prima che
arrivassero le truppe degli Alleati, alla fine della seconda guerra mondiale.
Ciò è stato particolarmente significativo perché avveniva mentre il presidente
degli Stati Uniti George W. Bush era appena arrivato per le commemorazioni del
D-Day, vantandosi del fatto che gli americani abbiano liberato l’Italia in modo
da ottenere consensi circa le sue manovre per ‘liberare’ l’Iraq.
Firenze e Roma
Due coalizioni nazionali hanno organizzato gli eventi di Firenze
del 5 giugno--LesPride e Coordinamento Nazionale FTM—come parte di una tre
giorni sulla cultura LGBT.
I partecipanti hanno affollato il Polispazio Queer, un ex
convento, per una tavola rotonda sull’esperienza transgender FTM. Tra i
relatori: Christian Ballarin, Simone Cangelosi, Adriana Godano, Matteo Manetti,
Stefano Alberto Maselli, Saveria Ricci, Monica Romano, e Liana Borghi, una delle
organizzatrici della conferenza.

Leslie Feinberg e Minnie Bruce Pratt a Firenze, in compagnia dei soci della sede
milanese di Crisalide
Nella presentazione del tardo pomeriggio, Feinberg ha proposto
un escursus storico dal movimento nord-americano del XIX secolo per l’abolizione
della schiavitù, al primo movimento femminista, per evidenziare la necessità di
combattere insieme contro la supremazia della razza bianca, e contro la
discriminazione delle donne e delle persone trans.
Il suo discorso è stato seguito da ciò che Marco Geremia di
Antagonismo Gay ha definito “un vitale, forte e persino teso confronto tra i
trans/gender FTM e le lesbiche femministe su una questione a lungo rimasta
inespressa", l’analisi femminista del patriarcato e il fatto che gli FTM
transizionino verso il genere maschile.
Quando le è stato chiesto di concludere il dibattito, Feinberg
ha chiesto a tutti quelli "che sentono sulle proprie spalle il peso della
discriminazione, che si sentono solidali per altri gruppi oppressi, anche se non
capiscono quell’esperienza e quel dolore, a tutti coloro che hanno voglia di
lavorare per costruire un movimento basato sulla solidarietà – sapendo
perfettamente che il compito di costruire l’unità è difficile, --alzatevi in
piedi con me adesso."
L’intero pubblico formato da centinaia di persone si è alzato in
piedi in un ovazione.
Geremia ha affermato che, come uomo gay, "ciò che mi ha
arricchito è stato il contributo che Leslie, come guerriera transgender, e altri
trans FTM hanno dato al lavoro di de-costruzione dell’identità maschile. Un
contributo che reca in sé molta ri-costruzione. In effetti, abbiamo accolto con
entusiasmo l’urgenza di analizzare cosa significhi avere un’apparenza maschile."
Roma è stato il capolinea di questa maratona di incontri
politici, con una conferenza organizzata dai cinque maggiori gruppi LGBT:
ArciLesbica Roma, Arcitrans Libellula, Di'GayProject Onlus, Gruppo GayRoma.it, e
Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.
L’incontro si è tenuto alla Casa Internazionale delle Donne.
L’entusiasmo ha caratterizzato l’umore della serata. L’incontro vedeva relatori
di tutte le associazioni organizzatrici, inclusa Helena Velena, la MTF
conduttrice del programma televisivo "Gay Rome," (in realtà: “Outing” su
Teleroma56, ndT) la cui intervista a Feinberg nel pomeriggio è stata seguita da
oltre 200.000 telespettatori.
Feinberg ha parlato delle prove storiche, da lei scoperte
durante il suo viaggio in Italia, di antiche espressioni trans che sembrano
radicate nelle primordiali società matrilineari. Ha salutato gli organizzatori e
le organizzatrici dell’incontro che vedeva rappresentate molte correnti
politiche. "Questo è il tipo di unità necessario per la costruzione di un forte
movimento rivoluzionario," ha detto.
Il pubblico ha applaudito quando Feinberg ha citato il proverbio
cinese: "Coloro che dicono che non si può fare, dovrebbero lasciare spazio a
quelli che lo stanno facendo."
A proposito della discussione che ne è seguita, Monica Romano di
Crisalide Azione Trans Milano ha detto che è stata colpita dal "forte interesse
espresso dai presenti, specialmente dai più giovani. Erano entusiasti, pronti ad
aprire le loro menti e ad ascoltare. Nessuno è rimasto indifferente a quanto è
stato detto durante l’incontro. Secondo la mia esperienza, questo non capita
molto spesso durante dibattici politici o eventi culturali."
Durante il tour, Monica Romano ha osservato che c’è stato "un
grande fermento e un vero interesse ad approfondire gli argomenti emersi durante
gli incontri. C’è il desiderio di parlare, scambiarsi esperienze e conoscersi
meglio aldilà delle nostre differenze. Questo è molto positivo." La Romano pensa
che le persone che hanno letto "Stone Butch Blues" e hanno partecipato agli
incontri, si sentano più libere di esprimere se stesse e la propria identità.
Non è cosa da poco."
Costruire Ponti
Secondo Davide Tolu, la serie di incontri ha avuto un impatto
positivo per la costruzione dell’unità tra i vari segmenti del movimento LGBT
italiano. Tolu pensa che adesso esistano "nuovi e più forti legami tra gli
individui e anche tra le diverse organizzazioni," così come nuovi "ponti tra
gruppi discriminati per il loro sesso, orientamento sessuale, espressione di
genere, religione, convinzioni politiche, razza" e che i discorsi di Feinberg
servano da ispirazione "per attraversare quei ponti, superare le nostre
differenze e costruire un unico gruppo, molto più forte. "
Anche l’editrice Francesca Polo parla del successo della
collaborazione tra gruppi LGBT: "Questa è stata un’eccellente occasione per
vedere se lavorare insieme sia possibile. Credo che i risultati siano positivi:
se gli obiettivi sono condivisi, la collaborazione tra gruppi diversi non solo è
possibile, ma anche molto efficiente."
Porpora Marcasciano ha aggiunto: "Tutto questo è successo
durante le giornate del Pride e, allo stesso, tempo, della visita di G.W. Bush
in Italia, che hanno dato a tutte le iniziative, le azioni e le esperienze un
forte significato politico."
Il portavoce di Antagonismo Gay, Marco Geremia ha osservato che
gli incontri si sono svolti "nello spirito del movimento LGBT degli esordi." E
ha concluso: "Incontrare Leslie Feinberg è stato un grande onore e un’esperienza
entusiasmante, che porteremo come un dono nel prossimo LGBT Forum Europeo."
Minnie Bruce Pratt ha tenuto discorsi a Firenze e a Roma, a
proposito delle connessioni tra la liberazione della donna e le diversità tra i
sessi e i generi. E’ stata ospite di Teleroma56 e ha parlato come rappresentante
dell’International Action Center di New York “ANSWER” durante l’imponente
manifestazione del 4 luglio che ha portato a Roma 200.00 persone in protesta
contro Busch e la guerra in Iraq.
Traduzione italiana a cura di Davide
Tolu
Reprinted from the July
1, 2004, issue of Workers World newspaper

Da sinistra a destra:
Minnie Bruce Pratt, Antonia Monopoli, Leslie Feinberg ed io.
Dicembre 2005. Intervista rilasciata ad Elle
con Daniele Bocchetti.
Daniele,
33 anni, product manager. Tre anni fa ha iniziato il percorso di
transizione female to male (dal femminile al maschile, n.d.r.)
“Quando ho
iniziato la transizione, ho fatto un’ecografia. E ancora, chissà perché, mi
aspettavo che quell’esame potesse portare alla luce quella “malformazione fisica
congenita” che, da bambino, mi ero convinto di avere. Quel qualcosa che non
funzionava e che nessuno riusciva a trovare ma che io, ne ero certo, si
nascondeva dentro di me e provocava tutta quella confusione…”.
Per parlare
di sé, Daniele usa toni pacati; sapientemente mescolati, però, a una sottile
vena di ironia.
Mentre
racconta, sorride spesso e ti guarda diritto negli occhi.
Dopo un po’,
si toglie la giacca e allenta il nodo della cravatta.
Le mani
curate si allungano verso un pacchetto di sigarette.
“Sono un po’
nervoso, per l’intervento di lunedì (un’isterectomia, per rimuovere utero e
ovaie, n.d.r.). L’idea di finire sotto i ferri mi spaventa”.
Poi, il
ritmo delle parole si fa più intenso e lascia emergere, fra la fermezza e la
necessità di una scelta compiuta da tempo, il segno di una sofferenza che porta
con sé ferite ormai rimarginate ma di cui, ancora, restano le cicatrici.
“Sono
cresciuto in un paesino dove si giocava tutti insieme, senza distinzioni di
sesso né d’età.
Per i miei
amici, il mio nome era semplicemente una “caratteristica”. C’era il bimbo con i
capelli rossi, quello con le lentiggini e quello con le orecchie a sventola. E
poi, c’ero io, il bambino “con il nome da femmina”; che, però, come tutti gli
altri maschietti, giocava a calcio, correva in bici, si arrampicava sugli
alberi.
Io ero
vagamente consapevole di alcune “incoerenze” con ciò che sentivo di essere.
All’epoca,
però, non ci badavo tanto. Anche se non avere il pisellino mi sembrava strano; e
il dover indossare la gonna mi metteva a disagio.
I problemi
veri sono cominciati con l’adolescenza.
Alle mie
compagne di scuola cresceva il seno. Io pensavo: a me non succederà. E così,
finalmente, gli altri si renderanno conto che sbagliano a trattarmi come una
bambina.
Il seno,
però, spuntò. E poi, fu il momento del mestruo.
Non capivo.
E gli altri non capivano le mie lacrime. Pensavano fossi spaventato dall’idea di
crescere, ma io piangevo perché mi vedevo diventare donna pur non sentendomi
affatto tale.
Il mio
corpo, però, sembrava così deciso nel voler andare in quella direzione che, a un
certo punto, iniziai a pensare di essere pazzo. Come spiegare, altrimenti, la
mia ostinazione nel sentirmi senza ombra di dubbio un maschio nonostante quel
corpo femminile?
Io, però,
non volevo essere pazzo. Piuttosto, meglio “fare” la femmina…
Eppure,
nonostante tutti i miei sforzi, sentire e agire al femminile risultava
impossibile per me e poco credibile per gli altri. E la situazione si rese
insostenibile soprattutto con i primi approcci alla sessualità: la sola idea di
ricevere attenzioni da un ragazzo mi metteva a disagio; ma non riuscivo nemmeno
a immaginare di avvicinarmi a una ragazza, perché temevo che anche solo
l’approccio avrebbe sporcato le intenzioni, detto di me una cosa che io non ero.
Inaspettatamente, però, alle ragazze io piacevo. Nonostante il mio nome, la mia
anatomia, istintivamente mi percepivano come un ragazzo…
Per la prima
volta, mi rendevo conto che, al di là delle barriere fisiche, potevo essere
visto per quello che ero davvero.
Ma chi ero
io? Lo avevo capito, certo. Eppure, non riuscivo a parlare di me come di un
transessuale. Quel termine apparteneva a un mondo lontano, indicava
trasgressione, perversione…
Per
accettarlo ho dovuto modificarne il contenuto comunemente noto attraverso la
conoscenza.
E ho avuto
bisogno di tempo.
All’inizio,
ero chiuso in me stesso. Vivevo un dramma solo mio, di cui mi vergognavo e di
cui non volevo parlare con nessuno. Nemmeno con i miei.
Già, i miei
genitori. Non capivano; o meglio, mi osteggiavano. Penso che per loro, però,
riportarmi sulla strada della “normalità” fosse l’unico modo per proteggermi.
Per loro non
era facile capire; forse, non lo è nemmeno ora.
So che non
hanno mai smesso di amarmi; eppure, a volte, non posso fare a meno di sentirmi
un po’ arrabbiato nei loro confronti; di chiedermi perché nemmeno loro abbiano
saputo andare oltre...
Ognuno di
noi è alla perenne ricerca dell’approvazione degli altri. E se non sei approvato
quando ti manifesti per ciò che senti di essere, è inevitabile che tu tenda a
colpevolizzarti.
Soprattutto
se tutti ti fanno capire, prepotentemente, che, se tu fossi “normale”, ti
accetterebbero.
E allora
cominci a chiederti: perché io sono così?
Passi la
vita a domandartelo. Finché, a un certo punto, capisci che la domanda giusta da
porti è un’altra. Sono così: e ora, che cosa faccio?
Il
transessualismo non è una condizione semplice da vivere. Perché accettare ciò
che succede dentro di te significa dover mettere completamente in discussione
l’ambiente, la cultura nella quale sei cresciuto, l’educazione che ti è
stata impartita.
Significa
andare contro un modello di “normalità” che, seppur è la causa di tutta la tua
sofferenza, resta comunque quello imperante nella società. Quello per cui
l’unica cosa “giusta” è che i maschi siano fatti in un certo modo e le femmine
in un altro...
Quanto
coraggio ci vuole per andare contro questo modello? Non è coraggio. È una
necessità.
Arriva un
momento in cui ti accorgi che non puoi fare altrimenti.
Perché tu,
in quel modello, non ci sei mai stato. E allora, devi cambiare.
Con un’altra
prospettiva, però. Perché adesso non vuoi più adeguarti, a tutti i costi, a un
modello, maschile o femminile che sia. Cerchi la coerenza con ciò che sei, con
il tuo modo di sentirti e di essere un uomo.
Un
transessuale non è una persona che “cambia sesso”. Io sono sempre stato un uomo.
Magari non nella norma, ma un uomo. Quello che ero prima lo sono anche adesso.
Solo che ora gli altri mi vedono secondo i canoni della “normalità”. E allora
tutto è come deve
essere…
I
transessuali female to male sono una realtà ancora quasi del tutto
sconosciuta.
Siamo
“invisibili”, possiamo tranquillamente mescolarci nella folla.
Una persona
come me, con il giusto tono di voce, la cravatta, la barba, che si dice
transessuale, ha l’effetto di una bomba.
Perché io
sono l’esempio perfetto della
“normalità”,
l’esatto contrario dei pregiudizi che in genere ammorbano il termine
“transessuale”.
E certo
tutto si può pensare di me tranne che io sia trasgressivo, malato, perverso…
Eppure,
quando l’immagine che gli altri avevano di me era femminile, anch’io sentivo il
pregiudizio. Perché non ero “perfettamente” ciò che avrei dovuto essere…
Il tempo e
l’impegno sociale, la sofferenza, la lotta e la capacità di diventare sempre più
consapevole di me stesso. Nella mia storia c’è tutto questo.
Ma ci sono
anche le perizie psichiatriche. Le cure ormonali. Gli interventi. Il cambio dei
documenti.
Quanta
importanza hanno le tappe “obbligate” di questo percorso?
È difficile
dirlo. Forse, meno che in passato, perché ora io sono cambiato. Sono più
tranquillo, più sereno. Forse, anche un pochino più egoista…
Credo che
questo, però, sia legato alla transizione: sei troppo concentrato su di te,
sulla tua “costruzione” come essere umano, per poterti pensare in relazione ad
altri.
E poi,
rispetto alle ragazze, ho ancora qualche delusione da metabolizzare.
Ho avuto
diverse storie, anche importanti. Qualcuna è finita perché era finito l’amore.
Altre, però, prima della transizione, non hanno retto all’urto delle convenzioni
sociali. E mi hanno lasciato una certa diffidenza di fondo.
Oggi, mi
sento forte a sufficienza per sorridere dell’imbarazzo che colgo sul viso di
chi, aprendo i miei documenti, si ritrova davanti un nome che non mi appartiene
più.
Non mi
vergogno più del mio corpo, non cerco più di nasconderlo.
Non sento
più il bisogno di essere “accettato” quasi fossi qualcosa di brutto, negativo.
Sono molto
fiero di me. Per questo voglio essere visto per ciò che sono.
Me stesso.
Nient’altro che questo.
BOX 1
“Crisalidi,
storie di vita in transito sul confine di genere”. È questo il titolo del
cortometraggio realizzato da Crisalide Azione Trans e ALA Milano Onlus con il
sostegno della Fondazione Cariplo. Il video, diretto dal regista Federico
Tinelli, fotografa emozioni, paure, rabbia e sogni di cinque transessuali
milanesi che, raccontando la loro storia quotidiana, evidenziano una realtà
molto lontana dall’immagine trasgressiva in genere associata alla transessualità.
“Seppure
appartenga da sempre alla nostra storia, la transessualità è “esplosa” circa 30
anni fa, quando, per la prima volta, si è iniziato a parlare di identità di
genere, terapie ormonali, interventi chirurgici. E, contemporaneamente, di
prostituzione transessuale” spiega Monica Romano.
“Una strada
che, per certi versi, all’epoca era quasi obbligata per le transessuali male
to female.
L’unico modo
per sopravvivere per chi veniva irrimediabilmente cacciata di casa, non riusciva
a trovare lavoro, subiva l’ostracismo della società.
Una
terribile necessità che - se vogliamo essere davvero obiettivi - ha comunque
incontrato una “risposta” decisamente positiva da parte delle cosiddette persone
normali…
Oggi, però,
la lettura transessualità uguale prostituzione è anacronistica, oltre che
superficiale.
Si fonda su
una mancanza di informazione che, purtroppo, è ancora molto diffusa.
Il nostro
non è un vizio né un capriccio. È un’esigenza reale, sentita.
Se le
persone sapessero davvero che cosa dobbiamo affrontare per arrivare a vivere
serenamente, sono certa che non sarebbero ostili nei nostri confronti.
L’obiettivo
di questo video, allora, è proprio quello di parlare di noi a chi non ci
conosce.
Per indurre
a riflettere, per far nascere la voglia di capire”.
BOX 2
Il processo
di “riattribuzione di genere” è regolamentato dalla legge 164 del 1982, che
prevede innanzi tutto una perizia psicologica per stabilire la reale necessità
del cambiamento in termini di miglioramento della qualità di vita. In seguito,
si inoltra richiesta al tribunale: solo un giudice, infatti, può autorizzare gli
interventi chirurgici. Parallelamente, ci si sottopone alle terapie ormonali.
Per legge,
sono obbligatori tutti gli interventi “demolitivi” per eliminare gli organi
riproduttivi.
Le persone
male to female, inoltre, devono sottoporsi anche alla ricostruzione
dell’apparato genitale femminile.
Solo alla
fine di questo percorso si possono modificare i propri documenti.
Il cammino,
però, può essere molto lungo. E costoso.
Le
operazioni chirurgiche sono a carico del servizio sanitario nazionale. Tutto il
resto, no.
Per le cure
ormonali si spendono circa 50 euro al mese. Poi ci sono gli interventi estetici
(rimozione della barba, ricostruzione del seno, rinoplastica…), i cui costi
oscillano fra i 4 e i 9 mila euro; gli specialisti e le spese legali.
“L’aspetto
economico ha sicuramente un grande peso. Le motivazioni che inducono a scegliere
una strada più personale, però, possono essere anche altre, legate al timore di
doversi sottoporre a interventi che sono ancora in fase sperimentale, per
esempio, o a una consapevolezza di sé che sa andare oltre le modifiche fisiche
definitive” spiega Monica Romano.
“All’epoca,
la 164 fu una legge di grande importanza, perché, finalmente, dava legittimità
all’esistenza stessa delle persone transessuali. Oggi, però, servono modifiche
fondamentali, soprattutto rispetto alla rettifica anagrafica. Anche in Italia -
come già avviene in altri Paesi europei - un transessuale dovrebbe poter avere
subito documenti conformi al suo modo di essere. Indipendentemente dalle scelte
chirurgiche che poi, in libertà, deciderà o meno di fare”.
BOX 3
A
colloquio con Roberta Ribali, psichiatra e psicoterapeuta, perito del Tribunale
di Milano per le tematiche di identità sessuale.
Da dove
nasce la transessualità?
Sono state
fatte ipotesi legate alla situazione ormonale della madre durante la gravidanza
o a eventuali traumi farmacologici risalenti sempre alla fase prenatale.
Letture
psico dinamiche, invece, suppongono che, durante l’adolescenza, possano esserci
state identificazioni molto forti con il sesso opposto al proprio, tali da
indurre ad “attribuirsi” quell’identità.
La mia
esperienza, però, mi induce a pensare che, invece di voler a tutti i costi
trovare una causa, bisognerebbe piuttosto accettare queste persone per come
sono.
Ma perché
ci sono così tanti pregiudizi?
Si trovano
tracce della transessualità in ogni cultura antica. In passato, questo modo di
vivere non aveva difficoltà a manifestarsi. Era socialmente accettato, integrato
in un codice etico molto diverso dal nostro.
È diventato
un problema nel momento in cui la società ha scelto un percorso, fortemente
influenzato dalla religione, spesso impegnato di sessuofobia, definito da regole
ben precise.
Regole cui,
i transessuali, non possono appartenere. Proprio perché con le loro scelte
scardinano quell’ordine sociale così rigido e rigoroso, ne “confondono”, almeno
in apparenza, i ruoli.
Come si
vive questa condizione?
Difficile
generalizzare. Ci sono differenze che riguardano il genere d’appartenenza. Le
persone female to male hanno una visibilità minore. È molto più difficile
accorgersi di loro. Anche perché non hanno desiderio di esibizione. Vogliono
essere accettati “al maschile”, ma in maniera quasi inosservata. Pur con tutte
le difficoltà che ciò comporta, invece, per una male to female esibire il
corpo diventa quasi una necessità, perché serve a verificare la propria
femminilità.
E ancora,
molto dipende dalla personalità e dal contesto in cui si vive. Una persona
sufficientemente sicura di sé, magari sostenuta dalla famiglia o dagli amici,
affronta la situazione con più coraggio. Ha molta più forza nel voler
raggiungere quella serenità che cerca da tutta la vita.
Nella
realtà, però, questo quadro è ancora raro. Molto più comune, invece, è
incontrare persone combattute fra sofferenza e smarrimento, senso di colpa e
urgenza di reprimere ciò che sentono.
Febbraio 2007. Intervista a Radio Global Project
Argomento: l'abbandono da parte del governo Prodi
della proprosta di legge sulle unioni civile (DICO)
Link:
No
VATican : Settimana di mobilitazione per una autodeterminazione transgenere!
Marzo
2007. Lettera aperta sul caso Sircana.
Pubblicata
in forma ridotta su "La Repubblica" del 21/03/2007 e "La Stampa" del 22/03/2007
(con risposta di Lucia Annunziata). Pubblicata integralmente su "Liberazione"
del 22/03/2007.
Link:
Lettera aperta sul caso Sircana
Io, trans
e stufa di essere sinonimo di prostituta
Ho 27 anni e sono una donna transessuale dichiarata, visibile e "diurna", dal
momento che non mi prostituisco per vivere. Sono laureanda in Scienze
Politiche ed ho aspirazioni non differenti da quelle della maggior parte dei
miei coetanei e colleghi, in primis quella alla realizzazione professionale.
Vivo con la mia famiglia, esco ogni mattina come tutti, lavoro part-time in un call center, sto in mezzo alla gente e non in un ghetto. Ogni giorno devo
lottare per affermare il mio diritto ad esistere, per difendere la mia dignità
a fronte dei tanti pregiudizi legati al mio modo di essere. La mia
quotidianità è una lotta costante.
Il mio aspetto è quello di una ragazza, ma il mio nome ed i miei documenti
quelli di un ragazzo. Questo significa che in tutta una serie di situazioni
quotidiane devo rivelare la mia transessualità a perfetti sconosciuti: per
pernottare in un albergo, per noleggiare un film, per utilizzare la carta di
credito. Fin qui è il meno.
La
maggiore frustrazione arriva quando devo votare e vengo sballottata da una
parte all'altra del seggio, quando devo ricoverarmi in ospedale e la caposala
mi dice che non sanno in quale reparto mettermi... quando vengono messi in
discussione anche i miei diritti elementari, come quello al voto,
all'assistenza sanitaria, ad un lavoro. Già, non dimentichiamo la ricerca di
un lavoro.
Vorrei sottolineare che in queste condizioni la ricerca di un lavoro qualsiasi
è molto difficile, se non impossibile: i tanti colloqui di lavoro da me
sostenuti in questi anni hanno avuto esito negativo. Sarò più chiara: molti
colloqui hanno avuto esito positivo fino al momento in cui la mia
transessualità non veniva rivelata, ovvero fino al momento di formalizzazione
del rapporto di lavoro nel quale i documenti venivano richiesti. Alcuni
esaminatori mi hanno detto esplicitamente che non sarei stata assunta perchè
transgender. Lotta quotidiana, per difendere ed affermare la mia dignità.
Resto comunque una privilegiata, intendiamoci. Se non ho mai dovuto
prostituirmi lo devo ad una famiglia che mi ha sempre protetto le spalle,
permettendomi di condurre una vita dignitosa. Nell'immaginario comune trans è
sinonimo di degrado morale, trasgressione, spettacolarizzazione. Eppure io e
tanti altri, nella nostra semplicità, ci sentiamo così distanti da questo
stereotipo. Nessuno immagina che in Italia esistono tante ragazze e ragazzi
come me che faticano ogni giorno per integrarsi.
In tutto questo non veniamo certo aiutati dal messaggio che costantemente
viene veicolato dai media sulle persone transessuali e transgender. Molti
giornali non hanno neppure titolato che Sircana sarebbe stato immortalato in
compagnia di una prostituta transessuale ma semplicemente con "un
transessuale", come se esistesse una sorta di equivalenza fra questa
condizione personale e la prostituzione, come se io e le tante persone
transessuali che aspirano ad una vita "diurna" e ad un lavoro regolare nemmeno
esistessimo, come se fosse umanamente corretto declinarci al maschile con
tutta la fatica ed il dolore che attraversiamo perché il nostro corpo ci
assomigli....
In ambito mediatico veniamo costantemente rappresentate come soggetti
devianti, prostitute per vocazione, caricature senza sentimenti ed umanità...
mai come persone dotate di umanità, sentimenti, sogni. Sircana, oggi,
"colpevole" o non colpevole, sta provando sulla propria pelle tutto lo stigma
sociale che noi persone transessuali ci portiamo addosso ogni giorno della
nostra vita. Perchè nessuno si chiede quali dinamiche spingano le donne
transessuali verso la prostituzione? E' colpa nostra se nessuno oggi darebbe
un lavoro ad una persona transgender? Che cosa resta ad una ragazza trans,
magari allontanata dalla famiglia, ed impossibilitata ad avere un lavoro
regolare? Perchè nessuno si impegna per restituire a queste donne, almeno
mediaticamente, la loro umanità?
Io, donna transessuale, chiedo a questo governo una parola in meno a difesa di
Sircana ed una sola in favore delle persone transessuali e transgender
italiane. Io, donna transessuale, invito le persone transgender italiane a
gridare la propria dignità.
Monica Romano
Giugno 2007. Intervista
per il settimanale "A"
Link:
http://www.crisalide-azionetrans.it/Anna_06_06_07_monicaromano.pdf
Luglio 2007. Intervento al convegno dei Radicali Italiani: "Comunità GLBT a
confronto. La strada dei diritti da dove passa?"
Links:
Comunità GLBT a confronto.