Il business dei professionisti (chirurghi, avvocati, psichiatri) sulla vita delle persone transgender – Estratto dal libro “Gender (R)Evolution”

“La lunga narrazione delle Crisalidi aveva generato prese di coscienza, e con queste era giunta, a lungo attesa, la voglia di lotta. Parlavamo a lungo di quei professionisti che sulle persone trans avevano creato un #business in molte parti d’Italia, cercando di mettere in guardia la nostra comunità. C’erano psichiatri e psicologi che lucravano sull’impossibilità per la persona trans di accedere alla terapia ormonale senza il loro benestare. Così venivamo a sapere di psicoterapie che duravano mesi, o anche anni, a discrezione del «professionista», che intanto incassava le sue parcelle. Ci chiedevamo come un patto terapeutico potesse essere valido se una delle due parti era praticamente costretta a intraprendere un percorso psicologico. Conoscevamo le linee guida internazionali, gli «standard di cura sulla riattribuzione di genere», e sapevamo bene che avevano chiarito che il supporto psicologico dovesse essere il più possibile breve, nell’ordine di qualche seduta volta ad accertare l’assenza di disturbi seri e, soprattutto, richiesto e voluto dalla persona. C’erano avvocati che facevano pagare svariate migliaia di euro per la presentazione di istanze molto semplici, quali erano quelle per l’autorizzazione agli interventi chirurgici e la richiesta di riattribuzione anagrafica. I peggiori di tutti erano alcuni chirurghi estetici. Seni, zigomi, labbra, spesso modificati in modo disarmonico e assolutamente irrealistico, lavori fatti male e pagati tanto a chi, sui nostri sogni, si costruiva villette in Toscana.

[…]

C’erano chirurghi, anche pagati con soldi pubblici, che non informavano le persone in modo adeguato sui rischi degli interventi di riattribuzione di sesso. Non era solo una questione di soldi: noi servivamo anche per ricerca e pubblicazioni scientifiche. Così c’era chi, facendo leva sulla nostra disperazione e sul nostro dolore, sull’urgenza di arrivare finalmente a modificare un corpo che per tutta la vita era stato una gabbia, faceva sperimentazione e carriera. Vedevamo così arrivare in associazione persone rese invalide a vita, costrette a girare portandosi dietro un sacchetto per raccogliere le feci a causa di buchi nell’intestino, altre che ci raccontavano di vagine andate quasi completamente in necrosi e per sempre insensibili o di decine di interventi per realizzare dei peni che, a prima vista, parevano più – qualcuno disse – dei calamari.

[…]

Tutelarci, proteggere noi stessi ma anche le nostre sorelle e fratelli più deboli, era tutt’altro che semplice, ma andava fatto, o almeno tentato. Utilizzavamo i mezzi a nostra disposizione – passaparola, email, forum, SMS – per far girare le informazioni che avevamo il più possibile. Se venivamo a conoscenza di un abuso qualsiasi, la nostra rete si attivava. Così cercammo di cambiare in nostro favore gli equilibri di quello che qualcuno aveva trasformato in un fiorente mercato.

[…]

In quei ritagli di tempo che sempre più prepotentemente ci dovevamo prendere, ci mettevamo in cerca di professionisti che avessero davvero a cuore i nostri destini, trovandone diversi. Molto spesso noi contribuivamo a formarli sui temi legati al percorso di transizione, in anni in cui se ne sapeva ancora pochissimo, mettendo a loro disposizione le nostre esperienze e conoscenze. Molti – medici, avvocati, psicologi, chirurghi – si resero disponibili a lavorare pro bono o a prezzi politici in cambio di una convenzione con l’associazione, perché «i professionisti onesti esistono, bastava cercare», ci ripetevamo soddisfatti, e molti altri sarebbero arrivati, diventando amici, alleati e parte della nostra comunità.”

Estratto dal libro Gender R- Evolution di @Monica Romano per Ugo Mursia Editore, 2017.

Hande Kader, la transgender uccisa dal regime di Erdogan – Estratto dal libro “Gender (R)Evolution”

“Due fanciulle contro un gippone che avanzava, Hande e la sua amica, sedute al centro di una strada
di Istanbul. Un’immagine improvvisamente resa più nitida, come messa a fuoco, dal silenzio e dalla tensione: le ragazze stavano impedendo il passaggio della camionetta e bloccando le operazioni di sgombero.
Attorno a loro altri dimostranti che esorcizzavano la paura gridando slogan a ripetizione, sventolando
bandiere rainbow e battendo le mani a sostegno di quelle pasionarie che facevano la Storia.
Un getto violento sparato da un idrante colpiva la compagna di Hande, che rispondeva lanciando una
scarpa contro la camionetta in un confronto impari.
Ammiravo la determinazione di quella giovane donna, pensando che lei fosse un’altra Sylvia Rae Rivera,
la sua incarnazione. Partivano poi le schioppettate di gas lacrimogeno su Hande che – mentre gli altri manifestanti fuggivano veloci – tentava di resistere con il braccio davanti al naso e alla bocca, per poi abbandonare il campo in cerca di aria.


«So che i morti non parlano, ma io sono te e tu sei me! E quando sentirai il mio silenzio, fai che la nostra voce diventi più forte!»


Hande non rinunciava alla sua lotta. Affiancata dalla fedele amica, ritornava in campo imprecando e
zoppicando, contro un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. Lei si dimenava, gridava, ormai allo
stremo delle forze, visibilmente frustrata e impotente contro quel branco di maschi, caschi bianchi e divise
nere che non si contavano, contro quel muro invalicabile di scudi e disprezzo, contro l’insostenibilità di
quel confronto senza alcuna possibilità di vittoria.
Lei non poteva nulla, era lampante, e gli sguardi divertiti dei suoi nemici assieme alle sue lacrime mi provocarono un singhiozzo. La sua alleata veniva portata via da altre attiviste e lei – questa volta sola – dopo essersi guardata attorno, indomita, si rimetteva a terra.
Ormai scarmigliata, con il trucco disfatto e il fiato corto, si asciugava il viso, rimettendosi le scarpe e
aspettando, con lo sguardo lucido ma disorientato, l’inevitabile esito della sua azione.


«Ho avuto la sfortuna di vivere in un mondo molto ingiusto e di combattere in un paese che vuole togliermi
la voce»


Due agenti iniziavano a marciare verso di lei in modo deciso. Uno dei due la indicava con l’antenna
della ricetrasmittente senza nemmeno guardarla, come si farebbe con una cosa abbandonata in strada.
L’altro sbirro impugnò il fucile e, mentre Hande si faceva scudo con le braccia, iniziò a spararle addosso,
sulle gambe, gas lacrimogeno.
In quei momenti drammatici la ragazza non poteva sapere che il suo volto, la sua bellezza fiera, le onde
di capelli castani illuminate da bagliori ramati, le sue lacrime piene di astio, la sua disperata opposizione
a quegli stupidi idranti, ai lacrimogeni, al maledetto regime che stritolava vite e libertà, avrebbero fatto
il giro del mondo.”

Estratto dal libro Gender R- Evolution di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, 2017.

Storie transgender: l’inizio della terapia ormonale – Estratto dal libro “Storie di ragazze XY”

 

“Marzo 1999, una mattina uggiosa.
Davanti a me due scatole che fissavo da almeno mezz’ora.
In quella rosa c’erano i famosi estrogeni, gli ormoni femminili che avrebbero cambiato il mio corpo
gradualmente.
In quella bianca gli antiandrogeni, che avrebbero invece indebolito il maschile. La sera avrei preso le prime pillole, e l’incubo di un corpo che ogni giorno mi somigliava meno avrebbe avuto fine.
Ero quindi all’inizio di una transizione, dove il punto di arrivo non era chiaro: non sapevo se mi sarei
mai sottoposta al famoso intervento di vaginoplastica, ad esempio, né fin dove mi sarei spinta con la trasformazione fisica.

Sapevo soltanto che il mio obiettivo non era quello di «diventare una donna», come tante trans dichiaravano a quell’epoca. Io mi accontentavo di essere me e di somigliarmi un po’ di più, e avevo deciso, dopo quasi tre anni di riflessione, che la terapia ormonale potesse essere un primo passo in quella direzione, verso una fisicità che mi rispecchiasse, a qualsiasi «sfumatura» o parte del cielo io appartenessi.
In associazione avevo appreso dell’esistenza di una bellissima immagine metaforica, quella dell’arcobaleno
dei generi:
«È impossibile comprendere tutto ciò che appartiene alla natura.
È per questo che tante materie sono sconosciute per noi umani.
Però di una cosa abbiamo certezza: non si sa dove inizia e finisce l’arcobaleno. si sa però che ha più di
due colori e un’infinità di sfumature» (Cit. Leila Daianis)


Secondo questa rappresentazione, i generi darebbero vita a un arcobaleno, quindi le sfumature non
sarebbero soltanto due, ma tantissime, infinite.
Pensare di poter essere rappresentata, ricompresa in uno di quei colori sfumati, nell’infinita eterogeneità delle potenziali identità, era così bello e liberatorio per me, per anni vessata e mortificata da quella visione che, prevedendo solo due opzioni, delegittimava la mia stessa esistenza, da farmi sentire incredibilmente
euforica. Finalmente, non ero più un’apolide.”

Estratto dal libro “Storie di ragazze XY” di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, 2015.

Sull’autodeterminazione – Estratto dal libro “Storie di ragazze XY”

“«Lei è cosciente del fatto che non sarà mai una donna
biologicamente tale?»
La psichiatra dell’ospedale era solita rivolgermi domande di questo tenore.
«Sono transessuale, non interdetta», non era la risposta
accomodante che mi avrebbe aiutato a ottenere l’autorizzazione al trattamento ormonale, ma ormai mi era uscita dalla bocca.
«Lei è mio paziente da ormai un paio di mesi, so benissimo che non le mancano gli strumenti culturali e cognitivi, quindi non sia protervo e ostile. Mi parli invece delle caratteristiche della sua personalità che lei ritiene maschili.»

Detestavo con tutte le mie forze quella donna che si rivolgeva a me dandomi il maschile. Non era forse pagata per capirmi e aiutarmi a stare meglio? Esitai.

«Coraggio, sa che qui non esistono risposte giuste
o sbagliate.»

[…]

Preda della paura, ripensai alla mia prima volta in associazione. Dopo che tutte le ragazze si erano presentate, Dalila, accendendosi una Gitane, ci rivolse una domanda:

«Non trovate curioso che la nostra sia l’unica patologia psichiatrica a essere curata con un cambiamento somatico, del corpo? Mie care, la nostra non è una malattia psichiatrica, sarà derubricata dall’elenco delle patologie entro qualche anno, proprio com’è successo per l’omosessualità.
Voi non siamo malate. Oggi noi non possiamo decidere liberamente dei nostri corpi, ma entro qualche anno le cose cambieranno. Tenetelo a mente durante tutto il vostro iter».

Pensai che, se Dalila aveva ragione, la psichiatra davanti a me era solo la sedicente depositaria di un sapere del tutto presunto sulla mia condizione, che però aveva il potere di sbarrarmi la strada. Dovevo quindi aggirare l’ostacolo, mostrandomi deferente nei suoi confronti, come piace ai medici, ed evitando
lo scontro.

«Sono disordinata e non amo i lavori domestici, questa potrebbe essere una caratteristica maschile»,
dissi mettendo da parte l’intelligenza e accennando un sorriso complice e un po’ ebete.
«inoltre sono consapevole del fatto che non potrò mai partorire un figlio e avere il ciclo mestruale.»
Evitai di aggiungere che le consideravo due benedizioni.

«Lei è cosciente del fatto che sarà oggetto di scherno, vessazioni, discriminazioni, che le sarà difficile trovare un lavoro, un compagno, che potrebbe non avere mai una vita dignitosa? Lo capisce?»

(Grande stronza brutta come la morte, spero che
tutto questo accada a te.)

«Certo, so che il percorso che intraprenderò sarà una strada in salita.»”

Estratto da Trans. Storie di ragazze XY di Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

Arcilesbica Nazionale perde i suoi circoli

La disaffiliazione di #Arcilesbica #Bologna e #Arcilesbica #Udine dal “nazionale” milanese è una buona nuova, che ci fa sperare nel futuro del nostro movimento.
Un segnale importante di emancipazione da visioni oscurantiste, tristemente vicine a quelle di una certa militanza cattolica fondamentalista (Adinolfi et similia) e ormai ossessionate dalla biologia come destino
(Sic! Perché solo chi ha una determinata realtà biologica potrebbe dirsi madre, genitore, donna… Tutto il dibattito è stato ricondotto da AN, senza mezze misure, ai corpi: un’involuzione del pensiero collettivo di movimento che avevamo, soprattutto noi persone trans – peraltro faticosamente – portato su altri piani, come quello del confronto sui #generi, ben distinti dai #sessi, e sulla loro variabilità).

Ora il problema – in vista del Pride – è più che mai presente a #Milano. Ed è un problema politico che non può più essere bypassato – IMHO – con la bella retorica dell’inclusività e dello stare insieme a tutti i costi, perché quei costi poi li pagano sempre i piccoli del movimento, le persone trans in primis.

Che si vuole fare?

Intanto i migliori auguri di buon lavoro a Lesbiche Udine e @Lesbiche Bologna

PS Evviva le “lesbiche pop”!

Una coppia britannica di persone transgender vede rovinato il giorno del matrimonio

https://www.lgbtqnation.com/2018/03/tabloids-transphobic-cover-spoils-couples-magical-wedding-day/#.Wrp_6bkXsSk.facebook

Una coppia britannica di persone #transgender (un donna transgender e un uomo transgender) vede rovinato il giorno del matrimonio da un titolista del #Sun.

Molte sono le coppie di persone trans vittime di #transfobia in quanto coppie: l’idea che due persone trans possano amarsi dà fastidio a molti (l’ho vissuto e subito in prima persona. Anzi, saluto con una sonora pernacchia quei poveracci che hanno criticato, giudicato, ironizzato), perché scardina molte (rassicuranti) convinzioni sulla nostra condizione.
Beh, se ne facciano una ragione… ed evviva gli sposi! :-)

Lui poi, davvero un grande, ha dichiarato:

“Naturally the community is upset, as are myself and Hannah, but we have to remember that their readers will know little to nothing about trans people, so once they get past the front page perhaps they will learn a little more about us and see that we are just like any other couple on our wedding day.

Transgender is beautiful! Estratto da “Gender (R)Evolution”

“Nel corso della mia vita ho sentito molte persone transessuali e transgender dire: «Se solo potessi, rinascerei nel corpo giusto».
Comprendo queste sorelle e fratelli che – sia chiaro – hanno tutto il mio affetto e rispetto.
Tuttavia io, nell’andare avanti, maturo sempre più la consapevolezza che, se anche avessi quella possibilità,
non cambierei un solo giorno della mia storia e non rinuncerei a un momento di quelli che ho vissuto,
per quanto possano essere stati duri e, a volte, al limite della sopportazione.
Sceglierei nuovamente la vita che ho vissuto fino ad oggi.
Qualcuno penserà che sono una masochista, e lo posso comprendere. Del resto, soprattutto a causa
della #narrazione #mainstream delle nostre vite fatta nei salotti televisivi negli ultimi anni – dove la realtà viene reinterpretata e semplificata a colpi di «prima e dopo», suggestioni di collodiana memoria («Ora sono una donna vera!»), uso e abuso del verbo «diventare» e l’immancabile spruzzatina di pietismo cristiano ad accompagnare il caso umano del giorno – molti pensano al nostro cammino come a una sorta di via crucis senza luce, un’esperienza quasi mistica e vagamente espiatoria, ed è buffo come i richiami al sacro spesso si sprechino nelle narrazioni che altri fanno di noi, in tempi di caccia alle streghe e agli ideologi del #gender.

Oggi considero la condizione #transgender come un dono, e non posso che ringraziare le mie compagne
di viaggio che mi hanno portato a questa consapevolezza, spingendomi a rievocare quegli anni Novanta
in cui per me il viaggio chiamato transizione cominciava.
Un viaggio che ha riguardato il mio corpo solo in minima parte, perché la parte più importante
è quella avvenuta nella testa, nel cuore e attorno a me.
Avere una vita e un punto di vista divergente mi ha portato a vedere e vivere esperienze davvero speciali
e alla portata di pochi, sperimentando l’ebbrezza e la gioia di vedere oltre, essendone felice.
Molti di noi, nell’universo della non conformità, hanno visto nel dualismo dei generi «uomo e donna»
una convenzione sociale da superare e rivendicato l’esistenza di altre possibilità, vissuti, espressioni,
corpi. Il nostro vissuto ha connotato il nostro essere e non può essere buttato via, non vogliamo liberarci di
un’esperienza che ci rende fieri e orgogliosi.
Oggi posso dire che mai rinuncerei al mio corpo – un corpo autodeterminato e in fuga dalla rigidità della
Norma che più volte ho citato in questo mio memoir – per quanto trovare il mio equilibrio possa essere
stato faticoso e abbia richiesto anni e sangue.
[…] Il racconto della bellezza dei nostri cammini, della nostra felicità e dell’orgoglio nell’essere ciò che siamo
– e non di ciò che dovremmo essere e a cui dovremmo tendere – fatica a trovare spazio nell’immaginario
collettivo.
Iris Marion #Young definì «#imperialismo #culturale» quella forma di oppressione sulla quale già i movimenti delle donne e dei neri hanno posto l’attenzione, che «comporta l’universalizzazione dell’esperienza e della cultura di un gruppo dominante, le quali vengono così accreditate come la norma». I gruppi minoritari sono così vittime di stereotipi che li inchiodano al corpo e a caratteristiche fisiche e i loro
componenti finiscono così per essere ingabbiati nel proprio corpo, corpo che il discorso dominante concettualizza negativamente. Nel caso delle persone transgender tale corporeità consiste, ad esempio, in
una genitalità differente, così come anche in una corporeità e immagine esteticamente «altra» determinata
da quei connotati fisici che cultura dominante definisce «grotteschi», «ambigui», «inquietanti» o semplicemente «brutti».

Ecco spiegato perché occorre coraggio per arrivare a rivendicare pubblicamente e al di fuori delle oasi associative e di movimento che Transgender #Is #Beautiful!», come in anni recenti ha fatto l’attrice e attivista Laverne Cox.
Liberare, nutrire ed esprimere l’orgoglio e la fierezza per i nostri corpi liberati e per i nostri vissuti
differenti, è stata, è – e sarà! – un’azione culturale e politica potente e sovversiva della Norma, e richiederà
determinazione, coraggio e la volontà di essere comunità.
Giusto insomma è stato ed è rivendicare l’uguaglianza, ma non dimentichiamo di difendere la
nostra differenza: i nostri sono corpi di cui rivendichiamo la diversità e il loro possibile mutamento può
e deve continuare ad essere un adeguamento al nostro personale e intimo sentire, non ad aspettative esterne a noi.”

Estratto dal libro Gender R- Evolution di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, 2017.

Quando scoprii l’orgoglio – Estratto da “Storie di ragazze XY”

“Ci fu una volta in cui, arrivata alla fine di una discesa in un sentiero, mi accorsi troppo tardi della loro presenza. Mi avevano già visto da lontano ed era troppo tardi per tornare indietro: non avevo scelta.
Percorsi la stradina sterrata, che era strettissima, sentendo le loro risate già da lontano.
Passo dopo passo, mi sentivo persa.
Quando gli arrivai quasi di fronte, improvvisamente, scese il silenzio. Erano lì, tutti e sei, a pochi centimetri da me: le gambe mi tremavano.
Mi osservavano, due di loro con la bocca semiaperta, scrutandomi come si fa con un buffo animale esotico in qualche zoo.
Sentivo i loro occhi sulle mani, sulle gambe, sul collo; non riuscivo a respirare e temevo che quel momento non finisse mai.
Appena me li lasciai alle spalle, un boato improvviso di voci cavernose scoppiò in una risata collettiva. Seguirono versi, parolacce, grugniti lanciati verso la mia schiena.
Il cielo era grigio e di lì a poco avrebbe iniziato a piovere.
Doveva essere bellissimo, pensai, immergersi nel mare accarezzati dalla pioggia. Così rividi per un momento il sorriso di Ottavio.

Poco dopo mi resi conto di essere ferma, le mie gambe mi avevano tradito e la mia bocca stava per fare la stessa cosa. Mi girai, puntando il mio sguardo dritto verso il capo di quel branco. Improvvisamente mi sentivo benissimo.

«Bocca di rosa, che cazzo hai da guardare? Si è arrabbiata!».
Riuscivo a sentire il rumore del mare e a sorridere.
«Chiudi quella bocca, tenerla aperta come una
presa d’aria ti fa sembrare ancora più stupido.»

Si guardarono l’uno con l’altro, tradendo incredulità. Nessuno aveva più voglia di ridere.
Quando vidi i loro sguardi spingersi oltre a noi per vedere che non ci fosse nessun altro, capii di essere in pericolo.
La mia fu una corsa spasmodica ma inutile. Sentii la maglietta che mia nonna mi aveva regalato strapparsi e mi ritrovai a terra. il primo calcio fu quello che mi fece più male, sentii l’aria che avevo nella pancia uscirmi dalla bocca. Cercai di proteggermi chiudendomi a conca con i gomiti e le ginocchia,
così mi rimisero in piedi. sentii l’orecchio destro fischiare
fortissimo dopo uno schiaffo dato male. Provai a dire qualcosa, ancora oggi non so perché, ma l’unica parola che mi uscì fu un biascicato «No».
Un pugno nella bocca mi rese muta. Sentivo il sapore del mio sangue mentre lo deglutivo per non soffocare, cercando di tenermi in equilibrio con le braccia.
«Che cosa sei, una ballerina?»
Lo sguardo del loro capo era pieno di un odio disperato
che allora non potevo comprendere.

[…]

Pestata, malconcia e dolorante, avrei avuto tutte le ragioni per sentirmi triste quell’estate. Invece mi sentivo bene e solo anni dopo ne avrei compreso il motivo: per la prima volta in vita mia avevo avuto la forza di reagire, di alzare la testa, di tentare di difendermi da qualcuno che voleva farmi del male.
Avevo rischiato grosso con quei brutti ceffi, ma ne era valsa la pena.
Non ero più una vittima inerme alla mercé di chiunque incrociasse i miei passi. il silenzio e la vergogna non mi avrebbero mai più reso complice di chi quotidianamente mi mortificava, spegnendomi poco a poco. Potevo smettere di avercela con me stessa e uscire a testa alta: avevo scoperto l’orgoglio.”

Estratto da “Storie di ragazze XY” di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, Milano, 2015.

La rivolta – Estratto da “Storie di ragazze XY” di Monica Romano

“Quella sera alla Nuova idea Sofia e io facevamo a gara a chi fra le due riuscisse a dare la risposta più tranchant a ignari corteggiatori, che trasformavamo in bersagli del dolore che avevamo dentro. Vinsi io.
A dire la verità non era stato difficile: mi era capitato un commissario di polizia in vena di avances, che non aveva avuto nemmeno la decenza di togliersi la fede e che – fra una banalità e l’altra rivolta a me – scambiava sguardi complici e strafottenti con gli amici, chiaramente allusivi alle altre donne transgender nel locale.

«Vedo che le ragazze in questo locale ti mettono molto di buon umore. È bene che ti facciano ridere così di gusto. Chissà se anche tua moglie sarebbe così divertita nel vederti qui fra noi!»
Complici i fumi dell’alcool, perse subito le staffe.
Lo incalzai: «Che cosa vorresti farmi? Tesoro, a me non interessa che tu sia un poliziotto, non ho paura di te. Ora vedremo chi ha qualcosa da perdere.».
In effetti, pensai mentre Sofia mi portava via, sentivo di non avere nulla da perdere quella sera, dopo decine di colloqui di lavoro andati male, fra lo sconforto e i mezzi sorrisetti delle impiegate delle agenzie interinali.

La mia amica non stava meglio di me.
Nel negozio di parrucchiera in cui lavorava, avviata la transizione, erano iniziati anche gli episodi di mobbing, non solo da parte della proprietaria del negozio nonché sua datrice di lavoro, ma anche da alcune colleghe.
Nel frattempo, la sua famiglia stava tentando di farla desistere dall’intraprendere la transizione. La sua unica sicurezza consisteva ormai nell’essere cointestataria nella casa che condivideva con i familiari.
«Che ci provino a mandarmi via. Che ci provino»,
continuava a ripetermi, fra una sigaretta e l’altra.

Uscite da quel locale in cui eravamo costrette ad andare per sentirci protette, ma che allo stesso tempo detestavamo e maledicevamo con tutte le forze, eravamo malinconiche. Finché non si avvicinarono due ragazzi sulla trentina che, ridacchiando e toccandosi le parti basse, ci chiesero di fare «un giro».
Sofia tagliò corto: «Lasciateci stare».
Cominciarono con il solito rosario d’insulti e sberleffi, mentre raggiungevano la loro auto parcheggiata proprio davanti alla nostra: una Porsche blu metallizzata, con due ragazze sul sedile posteriore, che sembravano estremamente divertite.
«Sofia, ecco i soliti stronzi della Milano bene che si fanno beffa delle trans durante il loro “puttan tour”», gridai rivolta alla comitiva.
Voltandomi, notai che Sofia era silenziosa: sembrava osservare quella scena da chissà dove.
Salimmo in macchina, poi la vidi improvvisamente risvegliarsi, accendersi una slim, sistemarsi lo scialle sulle spalle.
Poi sussurrò: «Basta».
Accesa la macchina, puntò dritta sul proprietario della Porsche, che non era ancora salito in auto.
In quei pochi secondi, che durarono un’eternità, vidi l’espressione di tutti mutare da divertita a terrorizzata, poi sentii gridare.

Trattenni il fiato e mi coprii gli occhi.
Un gran botto e poi via, a tutta velocità!
Tolte le mani dalla faccia, mi voltai: il ragazzo si era letteralmente buttato all’interno della Porsche e noi
avevamo centrato lo sportello, fracassandolo.
Trascorso il tempo necessario per realizzare che nulla di grave era accaduto e per riprenderci dallo shock, mentre sgommavamo a tutta velocità, ritrovai lo sguardo di Sofia. Spalancammo gli occhi, e quella che seguì fu la risata più soddisfatta di due giovani trans che la Milano notturna avesse mai ascoltato.”

Estratto da “Storie di ragazze XY” di Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

Narrazioni sovversive

Qualche volta – nell’attività di conferenziera legata ai miei libri – ho l’impressione di deludere l’aspettativa del pubblico che viene ad ascoltarmi.
Molte persone si aspettano ancora la persona trans che mendica benevolenza e parla a testa bassa, il volemose bene, la narrazione di Pinocchio che diventa un bambino vero (seguito da applauso del pubblico di Barbara D’Urso), il buttarla sul ridere in stile drag show, il “grazie che accetti la mia esistenza”.
Se contesti lo status quo, (in particolare lo schema binario, etero e cissessista) sei “antipatica”. E cattiva.
Il punto è che dobbiamo saper essere anche questo.
Questo immaginario va cambiato, e questo cambiamento deve partire dalle stesse persone trans: non compiacere a tutti i costi chi ci ascolta e dire cose sgradite è un atto politico, potente e rivoluzionario, tanto per noi quanto per chi ci ascolta.