La rivolta delle trans – Estratto da “Trans. Storie di ragazze XY”

“Quella sera alla Nuova idea Sofia e io facevamo a gara a chi fra le due riuscisse a dare la risposta più tranchant a ignari corteggiatori, che trasformavamo in bersagli del dolore che avevamo dentro. Vinsi io.
A dire la verità non era stato difficile: mi era capitato un commissario di polizia in vena di avances, che non aveva avuto nemmeno la decenza di togliersi la fede e che – fra una banalità e l’altra rivolta a me – scambiava sguardi complici e strafottenti con gli amici, chiaramente allusivi alle altre donne transgender nel locale.

«Vedo che le ragazze in questo locale ti mettono molto di buon umore. È bene che ti facciano ridere così di gusto. Chissà se anche tua moglie sarebbe così divertita nel vederti qui fra noi!»
Complici i fumi dell’alcool, perse subito le staffe.
Lo incalzai: «Che cosa vorresti farmi? Tesoro, a me non interessa che tu sia un poliziotto, non ho paura di te. Ora vedremo chi ha qualcosa da perdere.».
In effetti, pensai mentre Sofia mi portava via, sentivo di non avere nulla da perdere quella sera, dopo decine di colloqui di lavoro andati male, fra lo sconforto e i mezzi sorrisetti delle impiegate delle agenzie interinali.

La mia amica non stava meglio di me.
Nel negozio di parrucchiera in cui lavorava, avviata la transizione, erano iniziati anche gli episodi di mobbing, non solo da parte della proprietaria del negozio nonché sua datrice di lavoro, ma anche da alcune colleghe.
Nel frattempo, la sua famiglia stava tentando di farla desistere dall’intraprendere la transizione. La sua unica sicurezza consisteva ormai nell’essere cointestataria nella casa che condivideva con i familiari.
«Che ci provino a mandarmi via. Che ci provino»,
continuava a ripetermi, fra una sigaretta e l’altra.

Uscite da quel locale in cui eravamo costrette ad andare per sentirci protette, ma che allo stesso tempo detestavamo e maledicevamo con tutte le forze, eravamo malinconiche. Finché non si avvicinarono due ragazzi sulla trentina che, ridacchiando e toccandosi le parti basse, ci chiesero di fare «un giro».
Sofia tagliò corto: «Lasciateci stare».
Cominciarono con il solito rosario d’insulti e sberleffi, mentre raggiungevano la loro auto parcheggiata proprio davanti alla nostra: una Porsche blu metallizzata, con due ragazze sul sedile posteriore, che sembravano estremamente divertite.
«Sofia, ecco i soliti stronzi della Milano bene che si fanno beffa delle trans durante il loro “puttan tour”», gridai rivolta alla comitiva.
Voltandomi, notai che Sofia era silenziosa: sembrava osservare quella scena da chissà dove.
Salimmo in macchina, poi la vidi improvvisamente risvegliarsi, accendersi una slim, sistemarsi lo scialle sulle spalle.
Poi sussurrò: «Basta».
Accesa la macchina, puntò dritta sul proprietario della Porsche, che non era ancora salito in auto.
In quei pochi secondi, che durarono un’eternità, vidi l’espressione di tutti mutare da divertita a terrorizzata, poi sentii gridare.

Trattenni il fiato e mi coprii gli occhi.
Un gran botto e poi via, a tutta velocità!
Tolte le mani dalla faccia, mi voltai: il ragazzo si era letteralmente buttato all’interno della Porsche e noi
avevamo centrato lo sportello, fracassandolo.
Trascorso il tempo necessario per realizzare che nulla di grave era accaduto e per riprenderci dallo shock, mentre sgommavamo a tutta velocità, ritrovai lo sguardo di Sofia. Spalancammo gli occhi, e quella che seguì fu la risata più soddisfatta di due giovani trans che la Milano notturna avesse mai ascoltato.”

Estratto da Trans. Storie di ragazze XY di Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

Narrazioni sovversive

Qualche volta – nell’attività di conferenziera legata ai miei libri – ho l’impressione di deludere l’aspettativa del pubblico che viene ad ascoltarmi.
Molte persone si aspettano ancora la persona trans che mendica benevolenza e parla a testa bassa, il volemose bene, la narrazione di Pinocchio che diventa un bambino vero (seguito da applauso del pubblico di Barbara D’Urso), il buttarla sul ridere in stile drag show, il “grazie che accetti la mia esistenza”.
Se contesti lo status quo, (in particolare lo schema binario, etero e cissessista) sei “antipatica”. E cattiva.
Il punto è che dobbiamo saper essere anche questo.
Questo immaginario va cambiato, e questo cambiamento deve partire dalle stesse persone trans: non compiacere a tutti i costi chi ci ascolta e dire cose sgradite è un atto politico, potente e rivoluzionario, tanto per noi quanto per chi ci ascolta.

Infanzia e identità di genere – Estratto da “Trans. Storie di ragazze XY”

“«È un bambino estremamente sensibile…»
Le mie maestre cercarono di cavarsela con l’eufemismo più ipocrita del loro repertorio, come se quelle parole potessero davvero nascondere il loro imbarazzo e una punta di pietà.
Mia madre stemperò il nervosismo di quelle due donne così goffe nel metterla in guardia su di me con un’espressione sorridente, tentando di metterle a loro agio. Era stata un’indossatrice in cerca di successo e riscatto personale nella Milano degli anni settanta, e aveva imparato a sorridere a dispetto delle situazioni.
In silenzio osservò il vestiario di quelle due donne, immaginando quanto sarebbero potute apparire più autorevoli e attraenti con un abbigliamento classico, un accenno di trucco e una buona bigiotteria.
Quando il tono della conversazione si fece improvvisamente più grave e parole come «figura paterna» e «specialista» iniziarono a fare da sfondo, non smise di sorridere e non dimenticò le buone maniere. Si limitò a guardare quelle due donne con sufficienza e, dall’alto della sua evidente bellezza, si congedò con un ultimo impietoso sguardo rivolto a quel paio di mocassini in finta pelle che l’avevano disturbata fin dall’inizio della conversazione.
Guadagnando l’uscita, decise di iscrivermi in un’altra scuola. Quanto a quel colloquio, scelse di interpretare l’infelice frase d’esordio di quelle educatrici letteralmente, considerando la mia «sensibilità» come il segno inequivocabile di un’intelligenza superiore alla media, che avrebbe sbandierato come un trofeo negli anni a seguire.”

Sull’amore fra persone transgender – Estratto da Gender (R)Evolution

Dal mio ultimo libro Gender R- Evolution, la mia storia di un amore, quello per un #uomo #transgender, che ho scelto di chiamare “Mister”. L’amore fra due persone #transgender è una realtà ancora tutta da vivere, raccontare, portare nel nostro immaginario.

“In quella casa nascosta da un uliveto e chiusa per gran parte dell’anno, dove intuivo lo scorrere del tempo attraverso la luce filtrata dalle persiane, la sete di noi si acquietava solo dopo aver fatto toccare alba e tramonto, fra sieste, spuntini, bicchieri di vino e risate di vita e gratitudine. Nel tenermi stretta, nell’afferrarmi, dominarmi e proteggermi, c’era tutta la sua
forza virile, assieme alla totale, quasi devota, attenzione – fisica, mentale e spirituale – al mio piacere. Con lui c’era amore e animalità come con nessun altro e questo lo sapeva bene, volendolo scoprire, orgoglioso, ogni volta come fosse la prima.
Lui su di me, le mie cosce bramanti e avvinghiate alla sua vita, mentre gli accarezzavo la testa e lo chiamavo con gli occhi, quell’esplosione di sensi che gli procuravo con compiaciuta sapienza, erano idillio. Il nostro piccolo sogno di angeli carnali e appassionati era simile a un dipinto prezioso che, in tutti quegli anni, avevamo custodito nel segreto e preservato in ogni modo dalla vita, al riparo dagli altrui sguardi bramanti un effimero sapere.

[…]

Una donna dal viso segnato, avvolta in uno scialle nero di frange e i lunghi capelli argento lasciati sciolti intonava il fado, incantando tutti gli avventori del ristorante. Lisbona ci aveva accolto come di consueto, con i suoi tetti ocra e pastello, il ricordo di imprese marinaresche e quella sua malinconia. Ci eravamo appena congedati da una stradina che profumava di
spezie, e Mister aveva faticato a riprendersi la mia attenzione: mi ero dilettata per tutto il pomeriggio in quei piccoli negozi dove si vendevano stoffe, noci di cocco, film indiani, henné, patate dolci, manghi.
– Sei una donna che non finirà mai di stupirmi, lo sai?
Elegante e classico nella sua giacca in tweed, cravatta in garza a giro inglese e fascia nera al posto della cintura, mi versava del Barca Velha, mentre gli facevo cenno di non esagerare, ricordandogli contenta quanto ci piacesse girovagare e fare i nomadi per città straniere.”

La retorica del “razzismo al contrario”

Tutta l’insopportabile retorica del #RazzismoAlContrario non è altro che una pratica dialettica – vecchia quanto la discriminazione – utilizzata per tappare la bocca delle #minoranze.

Sei una donna e denunci le diseguaglianze di #genere?
Vieni accusata di odiare gli uomini.
Denunci lo sfruttamento nel lavoro dei #migranti?
Ce l’hai con gli italiani.
Sei #LGBT e chiedi il matrimonio egualitario?
Vuoi demolire la famiglia eterosessuale.
Sei #transgender e denunci meccanismi di oppressione legati alla tua condizione? Ce l’hai con le persone #cisgender.

Così il problema diventi tu e non il fenomeno discriminatorio e oppressivo in sè, che è invece il problema reale.

Si chiama colpevolizzazione del vittima, ed è un meccanismo insidiosissimo e dal quale proteggersi, soprattutto quando si fa politica e attivismo per i diritti e l’identità personale di una minoranza.

 

NON UNA DI MENO!

Oggi interverrò dal camion del corteo di NON UNA DI MENO a Milano. Ringrazio le organizzatrici per l’invito, sarà un onore e una responsabilità.
Parlerò della violenza che colpisce le donne #transgender in Italia e nel mondo, della costruzione di senso e sostanza attorno al concetto di #intersezionalità, di #femminismo e #cittadinanza al suo interno, perché le donne – tutte! – devono marciare unite e mettere insieme le loro voci.
Dobbiamo costruire ponti solidi fra le nostre storie, differenze e soggettività, perché soltanto unite possiamo decostruire un #patriarcato che genera oppressione e violenza.
#LottoMarzo

Sulla diversità – Estratto da Gender (R)Evolution

“Già a quei tempi ero considerata una snob all’interno del gruppo, ovviamente non verso le altre persone trans, ma nei confronti dei «normali». Di questo mi veniva fatta una colpa da qualcuno, perché ero quella che rovinava la festa e il giubilo per la tolleranza che ci veniva concessa, e il mio atteggiamento era da molti considerato, in questo senso, controproducente.
Non che non mi sforzassi di prendere in considerazione gli ammonimenti degli amici che mi raccomandavano di smettere di «fare l’antipatica»: ero diversa, non potevo permettermi di essere anche odiosa.

Sapevo che, con il mio atteggiamento, rischiavo di farmi terra bruciata attorno e di ritrovarmi isolata, e la cosa mi faceva non poca paura. Così provavo con tutte le mie forze a disciplinarmi, ripromettendomi ogni volta di mordermi la lingua, ma finivo col farmi violenza e soffrirne.
Certo, nella ricerca di quella mia personalissima redenzione, c’erano letture che non mi erano affatto di aiuto, ma mai avrei rinunciato a leggere Pier Paolo Pasolini, nemmeno sotto tortura.

«Ebbene: in tal senso io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un “tollerato”. […] La tolleranza, sappilo, è sempre e solo nominale. Non conosco un solo esempio di tolleranza reale. E questo perché una “tolleranza reale” sarebbe una contraddizione in termini. […] fin che il “diverso” vive la sua
“diversità” in silenzio, chiuso nel ghetto mentale che gli viene assegnato, tutto va bene: e tutti si sentono gratificati dalla tolleranza che gli concedono. Ma se appena egli dice una parola sulla sua esperienza di “diverso”, oppure semplicemente, osa pronunciare delle parole “tinte” dal sentimento della sua esperienza di “diverso”, si scatena il linciaggio, come nei più tenebrosi tempi clerico-fascisti.»

Come potevo, avendo queste letture nella borsetta, non ridere in faccia a chi, senza nemmeno rendersene conto, mi palesava la sua presunzione di superiorità?
Gente che, con l’enfasi e il sorriso soddisfatto dello scolaro che aveva fatto i compiti a casa, si autorizzava a dire cose come «Voi trans per me siete esseri umani», o anche «Io non mi vergogno a farmi vedere in giro con te».
Persone che, quando si sentivano rispondere che non avrebbero ricevuto il Nobel per la tolleranza, manifestavano
tutto lo stupore e il disappunto di chi si trovava privato del dovuto ringraziamento; era inevitabile che le parole – e le risate! – uscissero di bocca come l’acqua di un fiume dopo il crollo di una diga.”

Passaggio tratto dal libro Gender R- Evolution di Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

Sull’oppressione

“Con ironia rassegnata ma al tempo stesso pungente
constatavamo che, fra i partner delle persone come noi, abbondavano i bellocci disoccupati, le persone con velleità artistiche che rifuggivano – per la carità! – il lavoro, le donne ben poco piacenti e con scarsa attitudine a mantenersi.
Del resto c’era chi, amando una persona #transgender a Milano, si era fatto l’appartamento o lo aveva quantomeno ristrutturato.

Quando dicevamo queste verità a voce alta il tempo attorno a
noi si fermava e il re era nudo. Il nostro scopo era quello di scuotere persone e coscienze e di risvegliarle, perché ci addolorava vedere fratelli e sorelle alla mercé di gente senza troppi scrupoli e coscienza. Ciò che invece ottenevamo, almeno in un primo momento, era di passare per donne indurite e livorose, due streghe da confinare in qualche capanna alla periferia del villaggio.
Del resto, la fame d’amore rende molto fragili e stupidi, e solo il tempo aveva il potere di riabilitarci agli occhi di chi aveva visto in noi la causa del suo dolore.
E così, nel momento giusto, le fattucchiere tornavano a danzare nel cerchio, unite a tutti gli altri più di prima nell’affrontare quella nostra strana vita.”

Dal mio ultimo libro Gender R- Evolution, alcune (scomode) constatazioni sugli amori dichiarati e millantati, che costituiscono una delle forme più insidiose di #oppressione e manipolazione (degli appartenenti a qualsiasi minoranza, a dirla tutta).
Esse vogliono essere una risposta a chi negli anni tentato di far credere – anche in tempi recenti – che le “brutte, sporche e cattive” (riprendendo Porpora Marcasciano) fossimo noi.
Eravamo e ci situavamo – felicemente! – ben lontane dalla quella narrazione #maninstream che vorrebbe la persona transgender grata (e prostrata) per l’amore che le verrebbe ‘concesso’.
Eravamo le “#cattive” perchè dicevamo le cose come stavano.