“La piccola principe” di Danna: quando il femminismo dogmatico vorrebbe delegittimare il diritto di parola per le persone trans

Il libro La piccola principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione (VandA ePublishing, Milano 2018) di Daniela Danna, ricercatrice in Sociologia generale presso l’Università degli studi di Milano, analizza il fenomeno dell’aumento significativo del numero di persone che – in Paesi come Svezia, Finlandia, Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada – accedono a percorsi di transizione di genere in direzione FtM (Female to Male) durante l’adolescenza. 

La premessa indispensabile a ogni considerazione sul testo di Danna è che nessuno – tantomeno i rappresentanti delle associazioni transgenere e gli attivisti T italiani – intende negare il fenomeno sociale a cui Danna fa riferimento: l’aumento di richieste di accesso ai percorsi di transizione e autodeterminazione FtM da parte di adolescenti e famiglie esiste, è documentato e inizia a essere una realtà anche in Italia.

Cosa, questa, che sanno bene tanto i professionisti (psichiatri, psicologi, endocrinologi, avvocati, giudici) che lavorano a stretto contatto con la realtà transgenere, quanto gli operatori e gli attivisti che da anni lavorano nelle associazioni. Tenendo conto del fatto che in gioco c’è la salute di persone adolescenti, il fenomeno merita certamente attenzione, prudenza, studio e grande cautela.

Il dibattito e il confronto su un tema così delicato necessitano di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche), di una visione non dogmatica, di esperienza diretta e documentata con il fenomeno e con le persone a cui ci riferiamo e di onestà intellettuale. Elementi, questi, che nel saggio di Daniela Danna mancano

L’analisi della sociologa milanese – pur ricca di importanti considerazioni sulle conseguenze della misoginia che tutti, nessuno escluso, abbiamo introiettato – risulta infatti parziale e strumentale. Troppo spesso, inoltre, impone verticalmente, quasi muscolarmente, visioni dogmatiche («Non esistono bambini e adolescenti trans. Esistono bambini e adolescenti effemminati e bambine e adolescenti mascoline» – «Il concetto di ‘cis’ non ha senso»), stereotipate («Invece ci sono donne trans ipercurate, depilate al laser, manierate e seduttive, quindi molto più ‘cis’ di noi lesbiche anche se sono trans!») e oscurantiste («Possiamo solo rappezzare mostri come Frankenstein da pezzi di da pezzi di cadaveri: gli esseri viventi non nascono in laboratorio»).

Dalla lettura di questo saggio deriva l’impressione che i percorsi di transizione degli adolescenti vengano usati come grimaldello per scardinare l‘impianto teorico legittimante la stessa esistenza delle persone T sul piano giuridico, scientifico, sociale: a essere messa in discussione è, infatti, l’identità di genere attraverso la selezione capziosa di dati e ricerche.

Danna riporta in auge l’errata identificazione del fenomeno della variabilità di genere con quello dell’omosessualità, riconoscendo nella misoginia interiorizzata la causa dei percorsi di transizione e autodeterminazione FtM. Ritorna poi – ignorando decenni di studi e letteratura scientifica che avvalorano la tesi che la variabilità di genere non rientra nel novero delle patologie mentali ma, semmai, delle variazioni naturali della concezione comune e binaria dei generi – sulla “questione delle cause”, mettendo all’angolo l’autodeterminazione delle persone T. 

Mette, infine, in dubbio la stessa presa di parola delle persone T e la possibilità per le persone T di definirsi come gruppo sociale che nomina la sua stessa oppressione, cancellando decenni di movimento, di comunità e di subultura transgenere italiana e internazionale. «Questa gran confusione – si legge nel saggio – suggerisce sia meglio buttar via la parolina ‘cis’, e cestinare anche la credenza che chi è cis goda di un privilegio nei confronti di chi è ‘trans’».

Non occorre essere sociologi per sapere che qualsiasi gruppo sociale, qualsiasi minoranza ha avuto e ha bisogno di parole per definire la propria differenza rispetto alla maggioranza: la parola cisgender potrebbestare a transgender come, ad esempio, la parola omosessuale sta a eterosessuale. E, se la parola cisgender non piace a qualcuno, ce ne sono tante altre. Negli anni ’90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, nel gergo della comunità T, utilizzavamo espressioni (spesso con il sorriso sulle labbra) come “donna genetica” o “uomo genetico” per definire chi non era transgenere, o “ragazze XY” o “donne XY” per definire le donne transgenere.

Il linguaggio cambia con i decenni e le generazioni. A non cambiare è il bisogno della comunità T (e di qualsiasi minoranza) di definire se stessa e di significare il mondo con il suo sguardo. Ora è proprio questo nostro bisogno di parlare di noi e per noi che nel saggio di Daniela Danna viene messo in discussione e delegittimato.

Il problema sembra non essere la parola cisgender, ma l’idea che le persone transgenere prendano la parola come gruppo sociale. Cercare di impedire e di frenare l’articolazione di nuovi linguaggi, che nascono dal bisogno di un gruppo di definire la sua oppressione nel sistema sociale, significa promuovere l’idea che il linguaggio delle minoranze e delle subculture vada, in qualche modo, riconosciuto e validato da autorità esterne, controllato, se non censurato

Danna fa, insomma, ciò che il patriarcato fa da sempre con la presa di parola delle donne, prendendo pretestuosamente un tema delicatissimo che per essere affrontato richiederebbe, più di tutto, l’assenza di posizionamenti ideologici

“La piccola principe”

Ho appena terminato la lettura de “La piccola principe” di Daniela Danna, che affronta il tema delle persone transgenere #FtM adolescenti in modo, a mio parere, alquanto parziale e strumentale.
I percorsi di transizione degli adolescenti sono infatti usati come grimardello per scardinare l’impianto teorico che legittima la stessa esistenza delle persone T sul piano giuridico, scientifico, sociale: ad essere messa in discussione è, infatti, l’esistenza stessa dell’#identità di #genere.
Danna riporta in auge l’errata identificazione del fenomeno della #variabilità di #genere con quello dell’omosessualità, riconoscendo nella misoginia interiorizzata la causa dei percorsi di transizione e autodeterminazione FTM.
Danna ritorna – ignorando volutamente decenni di studi e letteratura scientifica che avvalorano la tesi che la variabilità di genere non rientra nel novero delle patologie mentali ma, semmai, delle variazioni naturali della concezione comune e binaria dei generi – sulla “questione delle cause”, mettendo ancora una volta all’angolo l’autodeterminazione delle persone transgenere.

Il dibattito e il confronto sul delicatissimo tema degli adolescenti transgenere necessitano di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche), esperienza diretta e documentata con il fenomeno e le persone a cui ci riferiamo, onestà intellettuale e assenza di posizionamenti ideologici e strumentali, non di verità calate dall’alto e selezioni capziose di dati e ricerche.

Sul femminismo TERF (Femminismo Radicale Trans Escludente)

Estratto dalla mia intervista per MarieClaire.it (qui il link all’articolo di Debora Attanasio) sul femminismo trans-escludente.

“La bomba è scoppiata negli Stati Uniti e le schegge sono inevitabilmente ricadute in Europa”, spiega Monica Romano, scrittrice ed esponente di lungo corso del movimento LGBT italiano, autrice fra gli altri di “Diurna. La transessualità come oggetto di discriminazione” e Gender R- Evolution (Mursia).

“In Italia, a dire il vero, è più preoccupante la spaccatura interna nei movimenti Lgbt perché Arcilesbica – già in rotta con il resto del movimento per la GPA – ha innescato un attacco alle trans. Vale la pena ricordare che la frangia femminista Terf non è rappresentativa di tutto il femminismo, costituisce una minoranza e questo va specificato per non compromettere quella che sta diventando un’alleanza sempre più forte. Le Terf dicono che donne si nasce, non si diventa.
Questo ci marginalizza, sminuisce il diritto – acquisito in Italia dalle donne transgender grazie a una legge del 1982 – di essere considerate donne al pari di tutte le altre dopo un percorso che implica grande dolore, sforzi e difficoltà per l’adeguamento della nostra identità sociale”.
Con il resto delle femministe, che sono la stragrande maggioranza, il rapporto è invece sano: “Io mi definisco femminista e dialogo con la Libreria delle Donne di Milano, istituzione storica del femminismo”, dice Monica Romano. Tuttavia, entrando nel merito della polemica su cui ha punta il dito il Guardian, riconosce la validità di alcune critiche espresse dalle femministe rispetto al movimento LGBT. “La misoginia di molti gay, ad esempio, è innegabile. Ed è vero che l’impostazione familiare di una donna transgender è stata maschile, e che ne conservano alcune caratteristiche come, ad esempio, una maggiore assertività. Ma siamo così sicure che l’assertività sia una caratteristica necessariamente maschile? O è la cultura in cui viviamo che ci induce a pensarlo? Quando ho iniziato a vivere come donna, a 19 anni, sono diventata consapevole delle discriminazioni e dei soprusi che le donne subiscono, subendole in prima persona nel lavoro: io stessa fatico a rompere il “soffitto di cristallo” nel mio lavoro, ad avere i giusti riconoscimenti come laureata e professionista, perché sono una donna. La verità sta nel mezzo. Io ho sempre lavorato per costruire un ponte fra le donne e le donne transgender. Noi donne trans subiamo violenza e discriminazione. Le donne, tutte, subiscono violenza e discriminazione. Chi è il responsabile comune dei nostri problemi? Il patriarcato. È il patriarcato l’unico nemico contro cui donne e donne trans dovrebbero muoversi compatte. Far scoppiare guerre interne è un errore e una perdita di tempo da entrambe le parti. Un allontanamento da un obiettivo comune, da cui trae vantaggio solamente il patriarcato”.

R\BELLE, storie vere di orgoglio e successo al femminile

Sono emozionata nel poter condividere il trailer del documentario di “R\BELLE, storie vere di orgoglio e successo al femminile” della regista milanese Marzia Deh Clerq, nel quale si racconta anche il mio percorso personale, politico (che vanno insieme, perchè “il personale è politico”) e militante.
Sono orgogliosa di essere stata intervistata insieme a donne davvero toste e in gamba, donne che hanno ribaltato e messo in discussione gli stereotipi e le gabbie delle aspettative di genere.

Scarlett Johansson, polemica sui social per il ruolo di un gangster transgender

La comunità transgender protesta contro la diva che interpreta un boss di Pittsburgh che cambia sesso. Trace Lysett: “Voi potete continuare a interpretare noi, ma noi non voi?”
Trace Lysette: “Non solo ci rubate la nostra storia, ma vi date pacche sulle spalle e vincete trofei scimmiottando quello che abbiamo vissuto”.
Questo mio articolo risulterà alquanto impopolare e molto poco
“likkato”, ma io sono d’accordo con la Lysette e voglio tornare a parlare della “presa di parola” delle persone T.
Premetto che di Scarlett Johanssoon poco mi importa, così come di Holliwood e dintorni.
Mi importa invece dire che i vissuti transgender vengono ormai costantemente cannibalizzati per ottenere visibilità, palchi, finanziamenti e riconoscimenti. Questo è un fatto. Perché, oramai, riconosciamolo, la “T” sta diventando un business e fa gola a molti, negli Stati Uniti come in Italia, a vari livelli: dal mondo dello spettacolo, a quello della moda, fino ad arrivare ai servizi offerti alle persone T per i percorsi di autodeterminazione che – ricordiamolo – sono molto ben renumerati e non offerti per beneficenza o filantropia.
Guai se noi persone trans ci azzardiamo a rivendicare che i nostri temi e le nostre vite sono nostre, chiedendo – perchè no? – centralità e protagonismo: parte subito il cisplainning (parola liberamente ricavata dalla suggestione del termine mansplaining. Con questa parola si indica, da qualche anno, l’atteggiamento paternalistico di alcuni uomini quando spiegano a una donna qualcosa di ovvio, oppure qualcosa di cui lei è esperta, perché pensano di saperne sempre e comunque più di lei oppure che lei non capisca davvero; lo stesso atteggiamento di molte persone cisgender che pretendono di spiegare a noi cosa significa essere transgender) e il solito disco rotto del “siamo tutti persone”, “basta con questo «noi» e «voi»”, “dovreste essere grati che si parli di voi”, fino ad arrivare al “siamo tutt* un po’ transgender”.
Basta andarsi a vedere le reazioni sui social a questo articolo per verificare che esiste un retropensiero profondamente e sistemicamente transfobico (e maggioritario) dietro a certi commenti.
Appena prendiamo la parola veniamo, insomma, subito zittiti.
Quello che da sempre accade quando una minoranza prende la parola, quello che accadeva e accade ancora oggi quando un nero nomina i “bianchi” per evidenziarne il privilegio e un sistema di oppressione, quando gay e lesbiche usano la parola “eterosessuale” in un mondo eterosessista, quando una donna denuncia il maschilismo in un sistema patriarcale: arriva la censura, spesso anche brutale e verbalmente aggressiva.
A noi succede quando osiamo pronunciare la parola “cisgender” per definire l’oppressione che subiamo o costruire la nostra subcultura, o quando diciamo che essere uomini o donne transgender e definirsi queer sono cose molte diverse e che non vanno confuse.
Io dico che non è vero che “siamo tutt* transgender”, perché quando finisco di confrontarmi sui social ed esco per la strada, la persona che viene identificata come trans sono io e non chi pretenderebbe di parlare al mio posto.
Io pago le conseguenze e le sanzioni sociali di un’identità differente e minoritaria, in ogni giorno della mia vita e in ogni contesto, e devo poter rivendicare il mio diritto di parola sulla mia vita e su come viene rappresentata senza sentirmi zittita e censurata.
Per dirla con Angela Davis:
“Non voglio più accettare le cose che non posso cambiare: voglio poter cambiare ciò che non accetto.”
To be continued.

LGBT e Diversity. Formazione presso Discovery Italia

 

 LGBT e Diversity: dalla rappresentazione all’inclusione.

 

L’incontro formativo si terrà giovedì 28 giugno alle 16.30 presso Discovery Italia, Via Uberto Visconti di Modrone, 11, Milano.

 

LGBT Flag Button with Business Concept Stick Figures

 

 

Discovery ha fatto della “capacità di raccontare il mondo attraverso le storie delle persone” la sua mission, individuando nel “real life entertainment” un efficace strumento di intrattenimento intelligente e divulgazione.

Come il racconto di vita delle persone LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) può cambiare l’immaginario collettivo e la gestione delle relazioni aziendali, favorendo una maggiore inclusione? Quanto il linguaggio e la scelta delle parole plasmano e modificano la realtà – a partire dai luoghi di lavoro – e risultano determinanti per una  rappresentazione corretta e rispettosa delle differenze anche a livello comunicativo e mediatico? Perché l’inclusione migliora  il team working ed è una pratica virtuosa a tutti i livelli aziendali?

L’incontro sarà tenuto dalla dott.ssa Monica Romano, HR Administrator, attivista per i diritti LGBT e scrittrice.

Al Festival Mix di Milano tre film sull’identità di genere

Come componente della giuria dei lungometraggi della trentaduesima edizione del Festival MIX Milano, sto visionando in queste ore i film che verranno proiettati fino a domenica presso il Piccolo Teatro Milano
Vi anticipo che la rassegna di quest’anno è davvero di alto livello e vi invito a non perdere le proiezioni.
In particolare, mi fa molto piacere segnalare che quest’anno verranno proiettati ben tre film che affrontano il tema dell’identità di genere – “Freak Show”, “Marylin” e “Venus” – che meritano di essere visti.
Ora ritorno a guardare e scribacchiare
Ci vediamo in queste sere al Piccolo!