Il corpo è nostro e lo gestiamo noi! Arcilesbica, ProVita e femminismo radicale contro l’autodeterminazione delle persone transgender

Da più parti, e trasversalmente, stanno arrivando attacchi all’#autodeterminazione delle persone #transgender.
In gioco la c’è la libertà di decidere dei nostri corpi (esattamente come fu – ed è – per le donne) che un certo pensiero vorrebbe rimettere in discussione, a partire dalla possibilità di sottoporci a interventi chirurgici e a terapie ormonali.
Penso a un certo integralismo cattolico (ProVita), a parti (minoritarie, per fortuna) del femminismo radicale, e a parti del movimento LGBT che sembrano – in modo preoccupante – convergere sull’idea che a decidere dei nostri corpi non dobbiamo essere noi, ma – tanto per cambiare – altri.
È una battaglia sui nostri corpi e sulle nostre vite quella che dovremo portare avanti negli anni a venire, per il diritto a decidere per noi stess*, contro ogni forma pensiero fascista e sovradeterminante.
Resistiamo!

“R/BELLE” nelle librerie dal 24 maggio

Sono emozionata e molto orgogliosa nel poter annunciare che la mia storia sarà raccontata nel libro – e nel documentario che lo accompagnerà – “R\BELLE, storie vere di orgoglio e successo al femminile”, della regista milanese Marzia Deh Clercq.
Dal 24 maggio nelle librerie: da non perdere!

Ecco le parole con cui Marzia descrive la sua opera:

“Un piccolo compendio di donne pazzesche, belle perché ribelli.
A scrivere le vostre pagine, ragazze, mi sono sentita arricchita di volta in volta, in comunione con le vostre voci, con i vostri occhi, con le vostre vite. Ho avuto paura di non rispecchiarvi al meglio, ma poi mi sono accorta di avere nel profondo un pochino di tutte voi, da conoscere o riconoscere e fare uscire fuori, portando alla luce qualcosa di inaspettato: una nuova me, delle vere voi e, con un po’ di fortuna, delle nuove ribelli come noi.”

Brenda, la vera vittima del caso Marrazzo – Estratto dal libro “Trans. Storie di ragazze XY”

“20 NOVEMBRE 2009

«Ilenia, ma ti rendi conto di come ci stanno rappresentando? Per Dio, nemmeno nel momento della fine
ci portano un barlume di rispetto!»
Sofia era furibonda e per me era un vero sollievo ascoltare una voce indignata, trovare da qualche parte
cordoglio per la morte di #Brenda.
Avevo visto quella ragazza tante volte in televisione nell’ultimo mese e non mi fu difficile ricordare il
suo viso, l’insistenza che le telecamere avevano nel braccarla quando usciva da casa, le inquadrature a
tradimento sul corpo, sulle mani in particolare, la giornalista che, nel rivolgersi a lei, si permetteva il
«tu» e scandiva le parole ad alta voce, come si fa con i bambini e come molti fanno quando incontrano un
nero, un migrante o un senzatetto.
La tivù non faceva che parlare di lei.
«Avvicinato da giornalisti e fotografi in via dei Due Ponti, a pochi passi da via Gradoli, Brenda, il trans
del caso Marrazzo, soprannominato Brendona, apparso Infastidito, ma non si è sottratto alle domande
dei cronisti.»

Brenda è morta il 20 novembre, proprio nella giornata della memoria #transgender.
Quale sarà stato il suo cognome?
Per i giornalisti noi trans non abbiamo il cognome, solo il nome.
Solitamente si fanno beffa di noi e, strizzando l’occhio al lettore, lo mettono fra virgolette.
Non contenti declinano participi e pronomi al maschile, cancellando una vita intera con la semplice
scelta di una vocale.
I peggiori usano definizioni offensive come «travestito» o «viado», parola spaventosa che in portoghese
significa «deviato». Il suono, le immagini evocate, il contesto culturale che gli ha dato vita, tutto mi spaventa in questa parola.
«Il viado Brenda ucciso da esalazioni di fumo.»
«Brenda: morto carbonizzato il travestito coinvolto nel caso Marrazzo.»
Il cognome di quella ragazza era Mendes Paes.
Quali saranno stati i suoi sogni, i suoi pensieri, la sua storia?
Quale opinione avrà avuto di quei «cronisti» che la rincorrevano nell’atrio di un portone?
Irrompendo nelle mie riflessioni, Sofia proseguiva con la sua invettiva.
«Diciamocelo chiaro: la stragrande maggioranza delle persone pensa che lei quella morte l’abbia meritata.
Ti dirò di più, sono contenti che lei sia morta così. Ci odiano, è questa la realtà! Pensaci bene: secondo
te esiste una categoria sociale più disprezzata e bistrattata della nostra?»
Sorridevo perché entrambe conoscevamo già la risposta, ma questo gioco ci divertiva.
«Dunque, fammi pensare… i gay e le lesbiche se la passano molto meglio di noi, mediaticamente parlando.
Quando picchiano un gay, almeno fingono di indignarsi, figurarsi se ne uccidessero uno.
Le prostitute vengono sì uccise, finiscono anche loro in cronaca nera e tutti pensano che se la siano
cercata, ma non sono disprezzate come le trans. I migranti hanno dalla loro la sinistra e i sindacati… Forse
Joseph Carey Merrick, l’Uomo elefante, hai presente? C’è da dire che lui almeno…»
«Ilenia, è inutile! siamo noi le prime classificate nella top ten degli emarginati! Non c’è gara!»
Scoppiammo in una risata liberatoria.
Sì, siamo davvero imbattibili.
Cercando di addormentarmi, osservavo la tivù senza volume che riproponeva di continuo la stessa
foto di Brenda: aveva un maglione bianco attillato, due grandi orecchini e l’aria smarrita.

Almeno questo era quello che io vedevo.”

Estratto dal libro Trans. Storie di ragazze XY DI Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

 

Il business dei professionisti (chirurghi, avvocati, psichiatri) sulla vita delle persone transgender – Estratto dal libro “Gender (R)Evolution”

“La lunga narrazione delle Crisalidi aveva generato prese di coscienza, e con queste era giunta, a lungo attesa, la voglia di lotta. Parlavamo a lungo di quei professionisti che sulle persone trans avevano creato un #business in molte parti d’Italia, cercando di mettere in guardia la nostra comunità. C’erano psichiatri e psicologi che lucravano sull’impossibilità per la persona trans di accedere alla terapia ormonale senza il loro benestare. Così venivamo a sapere di psicoterapie che duravano mesi, o anche anni, a discrezione del «professionista», che intanto incassava le sue parcelle. Ci chiedevamo come un patto terapeutico potesse essere valido se una delle due parti era praticamente costretta a intraprendere un percorso psicologico. Conoscevamo le linee guida internazionali, gli «standard di cura sulla riattribuzione di genere», e sapevamo bene che avevano chiarito che il supporto psicologico dovesse essere il più possibile breve, nell’ordine di qualche seduta volta ad accertare l’assenza di disturbi seri e, soprattutto, richiesto e voluto dalla persona. C’erano avvocati che facevano pagare svariate migliaia di euro per la presentazione di istanze molto semplici, quali erano quelle per l’autorizzazione agli interventi chirurgici e la richiesta di riattribuzione anagrafica. I peggiori di tutti erano alcuni chirurghi estetici. Seni, zigomi, labbra, spesso modificati in modo disarmonico e assolutamente irrealistico, lavori fatti male e pagati tanto a chi, sui nostri sogni, si costruiva villette in Toscana.

[…]

C’erano chirurghi, anche pagati con soldi pubblici, che non informavano le persone in modo adeguato sui rischi degli interventi di riattribuzione di sesso. Non era solo una questione di soldi: noi servivamo anche per ricerca e pubblicazioni scientifiche. Così c’era chi, facendo leva sulla nostra disperazione e sul nostro dolore, sull’urgenza di arrivare finalmente a modificare un corpo che per tutta la vita era stato una gabbia, faceva sperimentazione e carriera. Vedevamo così arrivare in associazione persone rese invalide a vita, costrette a girare portandosi dietro un sacchetto per raccogliere le feci a causa di buchi nell’intestino, altre che ci raccontavano di vagine andate quasi completamente in necrosi e per sempre insensibili o di decine di interventi per realizzare dei peni che, a prima vista, parevano più – qualcuno disse – dei calamari.

[…]

Tutelarci, proteggere noi stessi ma anche le nostre sorelle e fratelli più deboli, era tutt’altro che semplice, ma andava fatto, o almeno tentato. Utilizzavamo i mezzi a nostra disposizione – passaparola, email, forum, SMS – per far girare le informazioni che avevamo il più possibile. Se venivamo a conoscenza di un abuso qualsiasi, la nostra rete si attivava. Così cercammo di cambiare in nostro favore gli equilibri di quello che qualcuno aveva trasformato in un fiorente mercato.

[…]

In quei ritagli di tempo che sempre più prepotentemente ci dovevamo prendere, ci mettevamo in cerca di professionisti che avessero davvero a cuore i nostri destini, trovandone diversi. Molto spesso noi contribuivamo a formarli sui temi legati al percorso di transizione, in anni in cui se ne sapeva ancora pochissimo, mettendo a loro disposizione le nostre esperienze e conoscenze. Molti – medici, avvocati, psicologi, chirurghi – si resero disponibili a lavorare pro bono o a prezzi politici in cambio di una convenzione con l’associazione, perché «i professionisti onesti esistono, bastava cercare», ci ripetevamo soddisfatti, e molti altri sarebbero arrivati, diventando amici, alleati e parte della nostra comunità.”

Estratto dal libro Gender R- Evolution di @Monica Romano per Ugo Mursia Editore, 2017.

Hande Kader, la transgender uccisa dal regime di Erdogan – Estratto dal libro “Gender (R)Evolution”

“Due fanciulle contro un gippone che avanzava, Hande e la sua amica, sedute al centro di una strada
di Istanbul. Un’immagine improvvisamente resa più nitida, come messa a fuoco, dal silenzio e dalla tensione: le ragazze stavano impedendo il passaggio della camionetta e bloccando le operazioni di sgombero.
Attorno a loro altri dimostranti che esorcizzavano la paura gridando slogan a ripetizione, sventolando
bandiere rainbow e battendo le mani a sostegno di quelle pasionarie che facevano la Storia.
Un getto violento sparato da un idrante colpiva la compagna di Hande, che rispondeva lanciando una
scarpa contro la camionetta in un confronto impari.
Ammiravo la determinazione di quella giovane donna, pensando che lei fosse un’altra Sylvia Rae Rivera,
la sua incarnazione. Partivano poi le schioppettate di gas lacrimogeno su Hande che – mentre gli altri manifestanti fuggivano veloci – tentava di resistere con il braccio davanti al naso e alla bocca, per poi abbandonare il campo in cerca di aria.


«So che i morti non parlano, ma io sono te e tu sei me! E quando sentirai il mio silenzio, fai che la nostra voce diventi più forte!»


Hande non rinunciava alla sua lotta. Affiancata dalla fedele amica, ritornava in campo imprecando e
zoppicando, contro un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. Lei si dimenava, gridava, ormai allo
stremo delle forze, visibilmente frustrata e impotente contro quel branco di maschi, caschi bianchi e divise
nere che non si contavano, contro quel muro invalicabile di scudi e disprezzo, contro l’insostenibilità di
quel confronto senza alcuna possibilità di vittoria.
Lei non poteva nulla, era lampante, e gli sguardi divertiti dei suoi nemici assieme alle sue lacrime mi provocarono un singhiozzo. La sua alleata veniva portata via da altre attiviste e lei – questa volta sola – dopo essersi guardata attorno, indomita, si rimetteva a terra.
Ormai scarmigliata, con il trucco disfatto e il fiato corto, si asciugava il viso, rimettendosi le scarpe e
aspettando, con lo sguardo lucido ma disorientato, l’inevitabile esito della sua azione.


«Ho avuto la sfortuna di vivere in un mondo molto ingiusto e di combattere in un paese che vuole togliermi
la voce»


Due agenti iniziavano a marciare verso di lei in modo deciso. Uno dei due la indicava con l’antenna
della ricetrasmittente senza nemmeno guardarla, come si farebbe con una cosa abbandonata in strada.
L’altro sbirro impugnò il fucile e, mentre Hande si faceva scudo con le braccia, iniziò a spararle addosso,
sulle gambe, gas lacrimogeno.
In quei momenti drammatici la ragazza non poteva sapere che il suo volto, la sua bellezza fiera, le onde
di capelli castani illuminate da bagliori ramati, le sue lacrime piene di astio, la sua disperata opposizione
a quegli stupidi idranti, ai lacrimogeni, al maledetto regime che stritolava vite e libertà, avrebbero fatto
il giro del mondo.”

Estratto dal libro Gender R- Evolution di Monica Romano per Ugo Mursia Editore, 2017.

Storie transgender: l’inizio della terapia ormonale – Estratto dal libro “Trans. Storie di ragazze XY”

 

“Marzo 1999, una mattina uggiosa.
Davanti a me due scatole che fissavo da almeno mezz’ora.
In quella rosa c’erano i famosi estrogeni, gli ormoni femminili che avrebbero cambiato il mio corpo
gradualmente.
In quella bianca gli antiandrogeni, che avrebbero invece indebolito il maschile. La sera avrei preso le prime pillole, e l’incubo di un corpo che ogni giorno mi somigliava meno avrebbe avuto fine.
Ero quindi all’inizio di una transizione, dove il punto di arrivo non era chiaro: non sapevo se mi sarei
mai sottoposta al famoso intervento di vaginoplastica, ad esempio, né fin dove mi sarei spinta con la trasformazione fisica.

Sapevo soltanto che il mio obiettivo non era quello di «diventare una donna», come tante trans dichiaravano a quell’epoca. Io mi accontentavo di essere me e di somigliarmi un po’ di più, e avevo deciso, dopo quasi tre anni di riflessione, che la terapia ormonale potesse essere un primo passo in quella direzione, verso una fisicità che mi rispecchiasse, a qualsiasi «sfumatura» o parte del cielo io appartenessi.
In associazione avevo appreso dell’esistenza di una bellissima immagine metaforica, quella dell’arcobaleno
dei generi:
«È impossibile comprendere tutto ciò che appartiene alla natura.
È per questo che tante materie sono sconosciute per noi umani.
Però di una cosa abbiamo certezza: non si sa dove inizia e finisce l’arcobaleno. si sa però che ha più di
due colori e un’infinità di sfumature» (Cit. Leila Daianis)


Secondo questa rappresentazione, i generi darebbero vita a un arcobaleno, quindi le sfumature non
sarebbero soltanto due, ma tantissime, infinite.
Pensare di poter essere rappresentata, ricompresa in uno di quei colori sfumati, nell’infinita eterogeneità delle potenziali identità, era così bello e liberatorio per me, per anni vessata e mortificata da quella visione che, prevedendo solo due opzioni, delegittimava la mia stessa esistenza, da farmi sentire incredibilmente
euforica. Finalmente, non ero più un’apolide.”

Sull’autodeterminazione – Estratto da “Trans. Storie di ragazze XY”

“«Lei è cosciente del fatto che non sarà mai una donna
biologicamente tale?»
La psichiatra dell’ospedale era solita rivolgermi domande di questo tenore.
«Sono transessuale, non interdetta», non era la risposta
accomodante che mi avrebbe aiutato a ottenere l’autorizzazione al trattamento ormonale, ma ormai mi era uscita dalla bocca.
«Lei è mio paziente da ormai un paio di mesi, so benissimo che non le mancano gli strumenti culturali e cognitivi, quindi non sia protervo e ostile. Mi parli invece delle caratteristiche della sua personalità che lei ritiene maschili.»

Detestavo con tutte le mie forze quella donna che si rivolgeva a me dandomi il maschile. Non era forse pagata per capirmi e aiutarmi a stare meglio? Esitai.

«Coraggio, sa che qui non esistono risposte giuste
o sbagliate.»

[…]

Preda della paura, ripensai alla mia prima volta in associazione. Dopo che tutte le ragazze si erano presentate, Dalila, accendendosi una Gitane, ci rivolse una domanda:

«Non trovate curioso che la nostra sia l’unica patologia psichiatrica a essere curata con un cambiamento somatico, del corpo? Mie care, la nostra non è una malattia psichiatrica, sarà derubricata dall’elenco delle patologie entro qualche anno, proprio com’è successo per l’omosessualità.
Voi non siamo malate. Oggi noi non possiamo decidere liberamente dei nostri corpi, ma entro qualche anno le cose cambieranno. Tenetelo a mente durante tutto il vostro iter».

Pensai che, se Dalila aveva ragione, la psichiatra davanti a me era solo la sedicente depositaria di un sapere del tutto presunto sulla mia condizione, che però aveva il potere di sbarrarmi la strada. Dovevo quindi aggirare l’ostacolo, mostrandomi deferente nei suoi confronti, come piace ai medici, ed evitando
lo scontro.

«Sono disordinata e non amo i lavori domestici, questa potrebbe essere una caratteristica maschile»,
dissi mettendo da parte l’intelligenza e accennando un sorriso complice e un po’ ebete.
«inoltre sono consapevole del fatto che non potrò mai partorire un figlio e avere il ciclo mestruale.»
Evitai di aggiungere che le consideravo due benedizioni.

«Lei è cosciente del fatto che sarà oggetto di scherno, vessazioni, discriminazioni, che le sarà difficile trovare un lavoro, un compagno, che potrebbe non avere mai una vita dignitosa? Lo capisce?»

(Grande stronza brutta come la morte, spero che
tutto questo accada a te.)

«Certo, so che il percorso che intraprenderò sarà una strada in salita.»”

Estratto da Trans. Storie di ragazze XY di Monica Romano per Ugo Mursia Editore.

Arcilesbica Nazionale perde i suoi circoli

La disaffiliazione di #Arcilesbica #Bologna e #Arcilesbica #Udine dal “nazionale” milanese è una buona nuova, che ci fa sperare nel futuro del nostro movimento.
Un segnale importante di emancipazione da visioni oscurantiste, tristemente vicine a quelle di una certa militanza cattolica fondamentalista (Adinolfi et similia) e ormai ossessionate dalla biologia come destino
(Sic! Perché solo chi ha una determinata realtà biologica potrebbe dirsi madre, genitore, donna… Tutto il dibattito è stato ricondotto da AN, senza mezze misure, ai corpi: un’involuzione del pensiero collettivo di movimento che avevamo, soprattutto noi persone trans – peraltro faticosamente – portato su altri piani, come quello del confronto sui #generi, ben distinti dai #sessi, e sulla loro variabilità).

Ora il problema – in vista del Pride – è più che mai presente a #Milano. Ed è un problema politico che non può più essere bypassato – IMHO – con la bella retorica dell’inclusività e dello stare insieme a tutti i costi, perché quei costi poi li pagano sempre i piccoli del movimento, le persone trans in primis.

Che si vuole fare?

Intanto i migliori auguri di buon lavoro a Lesbiche Udine e @Lesbiche Bologna

PS Evviva le “lesbiche pop”!